Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

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Pasolini, cinquant’anni fa

La notte tra l’1 e il 2 novembre di cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini venne barbaramente ucciso a Ostia. La verità su quella morte resterà sepolta con Pino Pelosi, unico condannato per l’omicidio, morto nel 2017. Ci restano, di Pasolini, molte lucidissime analisi. Non ultima la critica al modello di vita imperniato sul consumismo, responsabile di un’omologazione che neanche il fascismo era riuscito a realizzare.

Parlare del 25 aprile a scuola

Parlare di 25 aprile a scuola impone, oggi, di confrontarsi con la diseducazione politica di giovani cresciuti in anni di pace e benessere, lontani da situazioni belliche, che sono per questo sottovalutate tanto da portare – come accade nella mia scuola – all’accettazione del riarmo. A fronte di ciò occorre proporre un “riarmo ideologico” che muova dal rifiuto di ogni forma di autoritarismo, di sopruso e di discriminazione.

Il capitano che tentò di fermare il “Figlio del secolo”

Nella serie “M – Il figlio del secolo” tratta dai romanzi di Antonio Scurati viene raccontata, tra le altre cose, la vicenda dei “fatti di Sarzana”, avvenuti il 21 luglio 1921. Fu la prima vera sconfitta delle squadre mussoliniane nella sistematica campagna di conquista del potere. Sarzana viene ricordata come una delle prime città a opporre resistenza all’ascesa del fascismo.

Tutti a scuola, ma di quali “novità” abbiamo bisogno?

Di fronte alle “novità” annunciate per la scuola, è meglio non abbandonare il “vecchio” che può essere ancora utile e formativo. Mi riferisco a una didattica che favorisca alcune competenze sempre più rare (saper scrivere in corsivo, saper usare la punteggiatura, imparare a memoria qualche testo) e a una cultura dell’etica, comune a docenti e allievi, che renda anche la scuola trasparente e inappuntabile.

Le olimpiadi tra sport e geopolitica

Le olimpiadi appena concluse (senza la Russia) sono state, oltre che una manifestazione sportiva, un’occasione per incidere su controversie internazionali. Ciò, insieme all’ostentazione della forza “nazionale” di fronte a interlocutori planetari, accade da tempo e vale sia in caso di partecipazione che in caso di ballottaggio, elemento spesso rivelatosi decisivo per influenzare o rovinare i giochi organizzati da altri.

“L’imperfezione” dei temi per la maturità

L’esame di Stato di quest’anno ha presentato, nella prova destinata allo scritto di italiano, tracce eterogenee e di indubbio interesse. A rischio di coniugazioni banali e convenzionali ma suscettibili di sviluppi legati ad alcuni dei principali problemi della contemporaneità: dalle implicazioni della “guerra fredda” alla critica alla meccanizzazione, senza dimenticare un opportuno “elogio dell’imperfezione”.

Oltre il 2 giugno. A scuola e non solo

Una recente indagine fornisce dati incoraggianti: quasi il 90% dei nostri studenti sa che cosa sono la Costituzione e la Repubblica e da quando ci accompagnano. Ma la soddisfazione si stempera guardando agli eventi successivi su cui regna, spesso, la confusione. È il frutto di una scuola appiattita sul “saper fare” e in difficiltà a costruire un “sapere” radicato nell’impegno culturale e sociale.

L’arte abbandonata della memoria

L’arte della memoria, celebrata dai classici, sembra una cosa d’altri tempi. Oggi sono molto pochi quelli che la cotivano e c’è un ricorso quasi esclusivo alla memoria artificiale, cioè alla conservazione delle informazioni affidata a supporti elettronici (smartphone, hard disk, touch screen e quant’altro). Ma ciò rischia di essere una “trappola collettiva”.

Quando suona il telefonino?

Qual è il senso di regalare uno smartphone a un bambino di 11 anni? A me pare una follia. Non per una pregiudiziale sul telefonino (che, prima o poi, ogni bambino, cresciuto come individuo, utilizzerà nella propria vita per socializzare in rete e per il lavoro), ma perché il suo uso troppo anticipato osta all’acquisizione della capacità di elaborare procedimenti complessi per la risoluzione dei problemi.