Tutti a scuola, ma di quali “novità” abbiamo bisogno?

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Con il 16 settembre tutti gli studenti delle regioni italiane sono rientrati in classe. Ma quali sono le novità che caratterizzano quest’anno la nostra istruzione?

Le più significative sono quelle elencate dal ministro dell’Istruzione e del Merito in una lettera al Corriere della Sera dell’11 settembre e riguardano, nell’ordine: la riforma dell’istruzione tecnico-professionale, la possibile conferma da parte dei genitori di un docente precario di sostegno «che abbia instaurato un buon rapporto formativo con il proprio figlio disabile», i corsi pomeridiani di italiano per gli studenti non ancora italofoni, un piano di intervento chiamato Agenda Sud e un altro chiamato Agenda Nord, pensati specialmente per potenziare la formazione e per combattere la dispersione scolastica. Ci sono poi altre novità, come il divieto del cellulare, la sperimentazione progettuale dell’Intelligenza Artificiale in alcuni istituti e soprattutto le nuove Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione Civica.

Tutte novità, dunque, che dovranno poi confrontarsi con la vita quotidiana di alunni e docenti e non solo, appunto per verificarne il reale impatto educativo.

Nondimeno, è lo stesso concetto di “novità” applicato al mondo dell’istruzione che merita di essere ripensato. La scuola è una palestra di pensiero, prima di tutto, e non sempre l’esercizio della speculazione e dell’immaginazione necessita di essere “aggiornato” o rinfrescato da presunte novità di carattere pedagogico. È anche vero che una scuola che funzioni deve confrontarsi con i cambiamenti della società ma nel farlo è vitale che la stessa persegua il compito di essere vigile e di rivestire un ruolo di critica o di rielaborazione, senza essere invece solo un ricettore di riforme o mutamenti.

Prendiamo internet, ad esempio. In una recente intervista a Robinson (il supplemento letterario di Repubblica) di domenica 8 settembre 2024, il grande storico e filosofo Yuval Noah Harari (autore del bestseller Sapiens e ora in libreria con Nexus, entrambi editi da Bompiani) ha ricordate le false lusinghe di un certo tecno-ottimismo. Esistono larghe frange di individui che credono a un carattere irreversibilmente positivo della tecnologia, soprattutto della rete, celebrata come una vera rivoluzione perché, per la prima volta, è riuscita a democratizzare la conoscenza e a rendere accessibile a chiunque tutte le informazioni del mondo. Nell’ammonire dal prendere alla lettera questo assunto, Harari ha ricordato come sino a poco tempo fa circolasse sempre sul web la seguente affermazione: «I ragazzi con lo smartphone hanno accesso a più informazioni di quelle che aveva il presidente degli Stati Uniti quando ha mandato il primo uomo sulla Luna». Affermazione della cui assertività non possiamo discutere ma sulla quale possiamo porci una domanda: «Il pianeta, però, dall’epoca dello sbarco sulla Luna non sembra essere migliorato. Perché?». La risposta dello studioso israeliano è inconfutabile: «Perché abbiamo accesso anche a tutte le bugie, alla propaganda, alle delusioni, alla rabbia. Quella frase è corretta ma è ingenuo credere che, se tutti abbiamo accesso a più informazioni, questo sia un bene in sé, perché molte di esse sono spazzatura».

Ecco perché, partendo dalle riflessioni di Harari, oggi per me ha un senso dare un peso alle “cose vecchie” della scuola. Anzi, tornare a ciò che è “vecchio” può essere ancora utile e formativo. Mi riferisco in particolare alla didattica e ad alcune competenze che si riscontrano sempre più carenti nei nostri ragazzi: quella di saper scrivere in corsivo, quella di saper usare la punteggiatura, oppure quella di imparare a memoria qualche testo, meglio se poetico, e altro ancora.

Mentre dunque oggi si dibatte di sentimenti di appartenenza patriottica e di promozione della cultura d’impresa da un lato, dall’altro di ius scholae e di insegnamento della lingua italiana ai non italofoni dall’altro, credo che abbia altrettanto valore ridare il giusto peso alle basi della scuola stessa o, per usare una metafora sportiva, non dimenticare mai di allenarsi sui “fondamentali”. Tra questi fondamentali, poi, ce ne sono alcuni di carattere spirituale che dovrebbero presentarsi inamovibili e invece non lo sono: ad esempio, bisognerebbe tornare a praticare assieme, docenti e allievi, una cultura dell’etica che renda l’esercizio della funzione pubblica il più trasparente e inappuntabile possibile: il non uso dei telefonini in classe da parte dei ragazzi ma anche dei docenti, uno spirito del lavoro condiviso e non solo scaricato sugli allievi intesi come semplici destinatari del sapere calato dall’alto, il rispetto delle regole basilari della puntualità oraria e della parola data, l’ascolto dell’opinione altrui e altro ancora. Basterebbe richiamarsi, per esempio, alla filosofia degli Stoici (Zenone, Seneca, Marco Aurelio) che si basava per l’appunto su una nozione di etica riassumibile nella massima “Vivi secondo natura”. Tuttavia, poiché gli Stoici intendevano per natura sia il mondo che ci circonda sia la natura dell’uomo e dato che la natura, a loro giudizio, coincideva di fatto con la razionalità, allora la regola stoica di vita equivaleva a “Vivi secondo ragione”. Proprio Zenone di Cizio, padre dello stoicismo e vissuto tra IV e III secolo a. C., definì come obiettivo prioritario il vivere in accordo con la natura, e dunque il vivere secondo virtù, perché la natura ci guida alla virtù. Non è questa una “pratica del passato” da non dimenticare mai? Credo invece, proprio parlando dell’insegnamento tramandatoci dai grandi maestri dell’antichità, che il depotenziamento dell’insegnamento curricolare della filosofia abbia contribuito a questa deriva culturale e morale ormai sempre più capillare tra i nostri banchi e tra le nostre cattedre.

È nella accezione sopra descritta che io intendo tornare al vecchio: non come sinonimo di passatismo o di presunta nostalgia dell’antico, ma come forma di passo indietro da compiere per spiccare un salto più lungo.

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

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