Lo scorso 3 dicembre la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge n. 2423, intitolato “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”: il cosiddetto disegno di legge Valditara, che ha scatenato un dibattito ancora molto acceso, critiche provenienti da forze politiche sia della maggioranza, sia dell’opposizione, polemiche talvolta eccessive. Il testo è ora all’esame del Senato ed è presumibile che l’attuale proposta normativa in materia di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole secondarie possa ancora subire modifiche.
Ciò premesso, cosa prevede in sintesi l’intervento legislativo in questione? Tre articoli, ognuno dei quali ben si presta a considerazioni volte a verificarne l’impatto sulle strategie di prevenzione della violenza di genere enunciate dalla Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), il cui art. 14 obbliga gli Stati che l’hanno ratificata (Italia inclusa) ad adottare “le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi”.
Ora, è di pochi giorni fa la pubblicazione del primo rapporto di valutazione tematico sull’Italia del Grevio (il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica) che, da un lato, ha valutato positivamente il quadro normativo vigente, dall’altro ha evidenziato diverse lacune nell’attuazione degli obblighi internazionali assunti: per quanto qui interessa, ha rilevato la “disomogeneità” e la “sporadicità” in tutto il Paese degli interventi formativi nelle scuole sulle tematiche previste, aggiungendo inoltre come il nuovo obbligo di insegnare l’educazione civica in modo trasversale non abbia colmato il divario esistente.
Mi pare evidente che il disegno di legge che il Parlamento si appresta a licenziare non potrà in alcun modo porre rimedio a tale carenza. In primis, non è previsto alcun obbligo per gli istituti scolastici di attivare tali percorsi formativi; in secondo luogo, non ne sono individuati i contenuti; ancora, sono vietati nelle scuole dell’infanzia e primarie.
La tanto e giustamente contestata previsione dell’obbligo di consenso scritto dei genitori (o dello/a studente maggiorenne) per qualsiasi attività scolastica su temi sessuali e affettivi, mi pare davvero l’ultimo dei problemi. Se nelle intenzioni dichiarate dal ministro Valditara, l’obbligo del consenso informato ai percorsi educativi risponde all’esigenza di “non creare confusione nei bambini insegnando le cosiddette teorie gender, cioè idee secondo cui accanto a un genere maschile e femminile ci sarebbero altre identità che non sono né maschili né femminili” (come si legge nella nota del 20 ottobre 2025 pubblicata sul sito del Ministero), vale la pena notare che diversi sondaggi effettuati nei mesi scorsi da associazioni e centri di ricerca indicano percentuali che si attestano intorno al 90% di giovani maggiorenni e famiglie che chiedono la formazione e prestano il consenso all’educazione sessuo-affettiva e che le poche lezioni che saranno (se mai lo saranno) dedicate alla consapevolezza del corpo e alla comprensione della propria identità sessuale difficilmente potranno determinare il tanto temuto (dal Governo) “indottrinamento gender” che indurrebbe alla omosessualità o al transgenderismo.
Qualcosa si potrebbe anche salvare del disegno di legge Valditara. Infatti, la prevista regolamentazione del coinvolgimento di soggetti esterni per lo svolgimento delle attività formative non è da sottovalutare. Si contemplano, infatti, la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio di istituto per autorizzare la partecipazione di esperti esterni al fine di definire i criteri di selezione valutando titoli, comprovata esperienza professionale, scientifica o accademica degli esperti, la coerenza del loro intervento con le finalità educative e l’adeguatezza all’età degli studenti. E ciò è apprezzabile, posto che l’amplissima discrezionalità di cui godono oggi le scuole nella scelta delle e dei docenti cui affidare l’educazione sessuo-affettiva rischia di non garantirne la serietà e professionalità. Peccato che la disposizione con cui si chiude la proposta di legge contiene la “clausola di invarianza finanziaria”: le scuole dovranno quindi provvedere con le risorse che hanno per retribuire professionisti, organizzare percorsi formativi di durata idonea, dotarsi di strumenti e materiali didattici innovativi. Insomma, come già avviene troppo spesso, la prevenzione della violenza di genere e la promozione della cultura della parità molto dipenderanno dal volontariato e il diritto internazionale continuerà a contare “fino a un certo punto” se la sua attuazione sarà rimessa alla buona volontà degli istituti scolastici e delle operatrici dei centri anti-violenza e delle attiviste che offriranno formazione gratuita.
Infine, la manipolazione del dibattito pubblico da parte governativa, come è ormai abitudine, si sta rivelando un’arma potente: nella già ricordata nota del Ministero si legge che “i femminicidi non si combattono con l’educazione sessuale: l’educazione sessuale si fa da decenni nei Paesi del Nord Europa che però nel mondo occidentale sono in cima alla lista per femminicidi e violenze sessuali, con tassi di molto superiori all’Italia”. Non occorrono ricerche approfondite per smentire i dati sulla percentuale dei crimini d’odio fondati sul genere ed è facile cogliere questa pericolosa inversione del rapporto di causa-effetto. In Svezia, l’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole introdotta sin dal 1955 si è rivelata uno strumento cardine di trasformazione sociale e non ha determinato una crescita della violenza contro le donne, bensì un incremento delle denunce favorito da un contesto sensibile alla parità di genere, in cui le autorità pubbliche (scuole, sanitari, forze dell’ordine), sono formate per supportare le vittime di violenza e in cui il divario di genere nel lavoro e nell’economia è tra i più bassi al mondo.
Le forze politiche più progressiste che si sono giustamente scagliate contro il disegno di legge Valditara avrebbero potuto accompagnare il loro sdegno con critiche costruttive, contrapponendo all’iniziativa governativa oscurantista soluzioni alternative. Magari anche senza presentare nuove proposte di legge frutto di auspicabili studi e analisi serie, ma facendo entrare nell’agenda il dibattito sul disegno di legge 943/S intitolato “Introduzione dell’educazione sentimentale, sessuale e affettiva nelle scuole”, presentato ormai più di un anno fa e attualmente in esame in Commissione. Un disegno di legge – mi pare – poco noto, che però, seppur perfettibile, potrebbe contribuire a far risalire l’Italia dal fondo della classifica stilata pochi mesi fa dal Global Education Monitoring Report dell’Unesco che aveva assunto come criterio la previsione di percorsi formativi nelle scuole di tipo olistico sugli aspetti cognitivi, emozionali, fisici e sociali della sessualità.
