Mai, in vent’anni di esilio americano, Azar Nafisi ha atteso quanto in queste ore. E sperato, pianto, mescolato l’ottimismo irriducibile alla paura di una seconda rivoluzione scippata alle donne al photo finish come nel ’79. «Siamo vicinissimi al punto di non ritorno» dice a La Stampa la scrittrice iraniana più amata di cui Adelphi ha pubblicato tutto, compreso l’ultimo “Leggere pericolosamente”, ma continua a ristampare “Leggere Lolita a Teheran”, il manuale senza tempo della resistenza letteraria ai regimi.
Da 15 anni, ciclicamente, tornano in piazza gli iraniani, un popolo maturo che non è ancora riuscito a spezzare le catene. Sarà la volta buona?
«Ho la sensazione che lo sia. Passo dopo passo le manifestazioni si sono spinte più avanti e oggi siamo vicinissimi al punto di non ritorno. Ci sono tre faglie importanti rispetto al passato. Primo, la protesta che ai tempi dello scià era politica è diventata esistenziale, una lotta per il cibo, la casa, la vita. Secondo, in piazza non si va più a gruppi – i giovani, le donne, i bazari – ma tutti insieme, gli iraniani contro il regime. Terzo, nonostante la repressione feroce il dissenso resta, finora, non violento e ciò può renderlo molto popolare»
Quasi cento morti, migliaia di feriti, arresti, esecuzioni. Il regime, a parte le milizie sciite irachene, è solo. Il popolo?
«Gli iraniani chiedono sempre alla diaspora come li guardi il mondo, perché pur lottando per la democrazia sanno di non essere una priorità. L’occidente dovrebbe applaudirli, invece non si è mai speso troppo per loro. Nel frattempo il regime ha infiltrato gli atenei, in America come in Europa. È la stessa tattica della Russia che compensa la propria debolezza con la propaganda».
Il regime picchia duro e la Guida suprema Khamenei sventola il cappio. Può a un tratto la piazza diventare violenta?
«Il grande successo del movimento “donna vita libertà” è l’essere rimasto pacifico, i Pasdaran sparavano agli occhi e le ragazze ballavano senza hijab. L’eredità di Mahsa Amini resta la spina dorsale della protesta. Ma la violenza può arrivare. Mi preoccupa che gli iraniani siano giunti al punto da preferire chiunque agli ayatollah, perché non ci sono oggi leadership capaci di garantire che il cambiamento sarà in meglio. La repubblica islamica è l’Unione sovietica del mondo islamico, crollerà ma c’è il rischio che dalle macerie del comunismo non emerga la democrazia bensì un Putin».
Reza Pahlavi scommette su Trump. Potrà l’erede dello scià sedurre gli iraniani che ricordano la polizia segreta Savak e le profonde ineguaglianze economiche di allora?
«Diffido di chi ignora gli errori del passato. E lo scià ne ha commessi tanti. Come io non perdono alla mia generazione l’aver consegnato l’Iran ai Pasdaran, Reza Pahlavi, che non detiene alcuna leadership ma ha un consenso del 30%, dovrebbe distanziarsi dal padre. Detto ciò, perfino la Savak appare meno nera dopo mezzo secolo di repubblica islamica. Mio padre passò 4 anni nelle celle dello scià, fu processato e uscì: oggi sarebbe morto. Chi in occidente giustifica il regime farebbe bene a leggerne la Costituzione, dalla lapidazione delle adultere alle spose bambine».
Dopo aver rimosso Maduro, il presidente Trump pensa a un regime change a Teheran?
«È una domanda difficile. Gli Stati Uniti hanno bisogno di strategia, non possono seguitare a vivere giorno per giorno. Spero che, al pari dell’Europa, siano seri nel sostenere i manifestanti pacifici. Ma ho paura che subiscano l’influenza negativa di gruppi come i mujaheddin del popolo, molto sovietici nei modi nonché i soli oggi a disporre di armi».
Gli operai turchi lasciano l’Iran temendo un imminente raid israeliano. È possibile?
«Penso di sì. Israele dipende dall’America, ma ha di suo un approccio aggressivo nei confronti dell’Iran che non aiuta».
Stavolta il primo target delle proteste è stato il carovita. C’è una saldatura in atto tra le rivendicazioni economiche e la lotta per i diritti civili?
«Sono ormai la stessa cosa, perché le richieste economiche sono diventate richieste di diritti umani. La gente è alla fame, i bambini non hanno più cibo alla mensa scolastica. Lo slogan “donna vita libertà” racchiude la concretezza di una protesta che abbraccia ogni aspetto dell’esistenza, proprio come nei giorni della dissoluzione dell’Urss»
Il regime ha spento internet. Se Elon Musk offrisse Starlink sarebbe un aiuto accettabile con quel che rappresenta del trumpismo più estremo?
«Il problema primario è abbattere il regime, quello secondario ma non meno vitale è a chi appoggiarsi per farlo. Spero che il mio popolo guadagni il sostegno degli americani migliori, non mi fido di gente come Musk che predica la democrazia agli iraniani ma ne ha disprezzo a casa propria».
Si dice che il ministro degli esteri Araghchi sia fuggito in Libano e che Khamenei pensi a Mosca, come Bashar al-Assad. Chi verrà, dopo di loro?
«Come Khamenei, molti tra ayatollah e Pasdaran guardano a Mosca. Ci sono analogie ideologiche forti tra l’ex impero sovietico e la repubblica, islamica, per questo la Russia puntella il regime. Per altro, mentre l’occidente non concede l’asilo agli iraniani in virtù del loro passaporto apre le porte agli alti papaveri con conti miliardari. Cosa succederà dopo è una scommessa. Di buono c’è il ripetersi di defezioni interne, chi ha esperienza del sistema può aiutare la transizione. Sono felice e preoccupata, ho paura dei nemici ma anche di noi stessi che sprecammo la rivoluzione contro lo scià incoronando Khomeini».
Attori e artisti americani scappano dal trumpismo verso l’Europa. Crede che potrebbe un giorno diventare difficile leggere Lolita a Washington?
«Vent’anni fa, prima di emigrare negli Stati Uniti, chiusi “Leggere Lolita a Teheran” citando Saul Bellow quando diceva che conosciamo i crimini di Stalin ma ignoriamo quanto il sonno della coscienza e l’atrofia dei sentimenti minaccino la democrazia. Ho ritrovato quella profezia nella crescente pigrizia intellettuale degli americani. Sono e siamo abituati alla libertà fino a darla per scontata, la presidenza Trump ci obbliga ora a guardarci allo specchio: chi sono gli ayatollah è facile a dirsi, chi siamo noi assai meno».
L’intervista è tratta da La Stampa del 10 gennaio

Non per difendere l’indifendibile Iran ma consiglio queste letture https://www.lantidiplomatico.it/dettnews iran_tra_meme_e_numeri_cos_la_guerra_dellinformazione_si_combatte_anche_online/45289_64657/ – https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-iran_la_rivolta_come_avanguardia_morale_dellimpero/52637_64673/
inoltre, per quanto riguarda le manifestazioni tanto pacifiche non sono https://t.me/lantidiplomatico/49234
https://t.me/lantidiplomatico/49235
Mi scuso ma ieri un link non era corretto, è questo
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-iran_tra_meme_e_numeri_cos_la_guerra_dellinformazione_si_combatte_anche_online/45289_64657/
ne approfitto per aggiungere questi
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-teheran__oltre_100_membri_delle_forze_di_sicurezza_e_di_polizia_sono_stati_uccisi_da_rivoltosi_armati/82_64677/
https://t.me/lantidiplomatico/49277