Proposta Trump in 28 punti, controproposta europea sì e no di 24 argomenti “ineludibili” in particolare sulla sovranità territoriale ucraina, diventati 19 a stravolgere le prime proposte, ma “le parti” a Ginevra si mostrano soddisfatte, come se la trattativa non fosse con la Russia ma tra ex alleati in cagnesco fra loro. Gli Stati Uniti, l’“ingrata” Ucraina e l’Unione europea con tutte le sue anime – dagli ultras-Nato Baltici ai filo-Putin ungheresi. E c’è tempo, niente più deadline del 27. Un dato appare subito preoccupante: il vuoto europeo è prima di tutto un vuoto di memoria.
Tutti – dai media ai leader europei, a Giorgia Meloni “pontiera” di se stessa – nascondono che il cosiddetto peace plan di Trump coincide con tre avvenimenti non del passato prossimo (d’abitudine cancellato) ma del presente e dagli effetti drammatici in corso. In ordine temporale, parliamo del voto al Consiglio di sicurezza Onu sul protettorato della Casa bianca su Gaza che ha salvato il criminale Netanyahu, e di fatto legittimato un’occupazione illegale per il diritto internazionale ratificato da molte Risoluzioni dell’Onu stessa, sospendendo l’autodeterminazione dei palestinesi sulle loro terre a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, che ha visto l’astensione significativa della Russia e della Cina. Per il quale i Paesi dell’Ue non solo non si sono indignati ma l’hanno considerato positivo. Poi lo scandalo sulla banda interna alla leadership ucraina che ha intascato più di cento milioni di dollari in mazzette sul sistema di protezione dei civili ucraini dai blackout provocati dagli attacchi russi, sul quale l’Ue non si interroga su che fine abbiano fatto i suoi fondi perduti in armamenti – dentro un sistema di corruzione che dura da troppo tempo con inchieste perfino del Pentagono sulle troppe armi sparite. Attenzione, non c’era bisogno di leggere Politico, che definisce la posizione ucraina «più malleabile dopo lo scandalo sulla corruzione», per capire, quando il tycoon insiste sul fatto che Zelenski «non ha le carte», che le “carte” sui corrotti le abbia in mano Trump. Che ricorda come il conflitto ucraino non l’abbia cominciato lui e anzi denuncia le responsabilità su guerra e corruzione del democratico Joe Biden che tra l’altro “teneva famiglia” in Ucraina fin dal 2014, data dell’avvio dell’oscura Majdan e della guerra civile interna “che non c’è mai stata”. Terzo punto, l’avanzata russa inarrestabile nel Donbass che in queste ore Kiev dice “respinta”, ma siamo alla guerra di trincea, immobile su pile di cadaveri; dice comunque che le forze militari ucraine potrebbero trovarsi di fronte a una situazione ancora più disperata mancando non tanto di droni e armi micidiali – con cui si “difendono” colpendo ogni giorno il territorio russo – ma di uomini, stante che dall’inizio dell’invasione russa, secondo le procure ucraine, i renitenti alla leva e i disertori sono quasi un milione e mezzo. Il voto al Palazzo di Vetro su Gaza ha attivato subito uno “scambio di favori” per l’Ucraina, ancora da vedere in che misura. Del resto lo “scambio” è iniziato con l’arrivo al potere a Damasco di formazioni jihadiste-qaediste – ma non era, dall’11 settembre alle stragi in Europa, il nemico comune da combattere anche con Putin alleato? – con stretta di mano di Trump per una Siria che fino poche ore prima era il baluardo armato degli interessi russi in Medio Oriente. Quanto alla ritirata ucraina sul campo, considerata dallo stesso stato maggiore di Kiev, sarà aggravata, di fronte a un rifiuto di Zelenski, dalla minaccia dell’alleato Usa di un passo indietro – se la guerra continua, con enormi implicazioni strategiche per l’Ucraina e per il sostegno della Ue – sulla fornitura di armi e intelligence la cui responsabilità a quel punto ricadrebbe solo sull’Europa, sull’input del suo oneroso riarmo a brandelli nazionali e da comprare nel market Usa.
Dimenticare il contesto di questi tre elementi fondamentali come fanno i Volenterosi è sorprendente. Come il doppiopesismo sul vergognoso e ricattatorio piano di Trump per Gaza quando von der Leyen e Meloni ripetono insieme «non si cambiano i confini con la forza». Qui la memoria occidentale fa difetto, non solo perché non ricorda tutte le volte che ha partecipato all’uso della forza contro paesi sovrani: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria. Ma, soprattutto, quando cancella dalla storia il ruolo avuto dall’Europa unita nei Balcani: prima con i riconoscimenti delle indipendenze proclamate su base etnica nel 1991-1992, che hanno distrutto, anche con i nazionalismi interni da noi sostenuti, la Federazione Jugoslava, trasformando confini amministrativi interni in frontiere tra Stati, per una devastazione riparata malamente dalla “pace di carta” di Dayton nel ‘95 per la Bosnia Erzegovina – della quale ricorre in questi giorni l’anniversario – che, pur premiando tutti i signori della guerra, ha fermato le stragi e garantito il cessate il fuoco fino ad oggi; poi con la guerra aerea della Nato, contro il parere dell’Onu, sulle città europee della mini-Jugoslavia di Milosevic, per il Kosovo trasformato poi, contro la sovranità territoriale della Serbia e il trattato di pace di Kumanovo, in un altro, divisivo, Stato etnico. Qui un occhio al Donbass non è strabismo.
L’antefatto jugoslavo ha reso impossibile che, dopo l’89 e l’implosione dell’Urss, l’Occidente scegliesse la strada rivendicata come condicio sine qua non da Gorbaciov per accettare l’unificazione della Germania, della «Casa comune europea», ridefinendo al contrario una nuova ideologia atlantica della cortina di ferro senza più l’esistenza del “nemico comunista”, con il rovinoso e provocatorio allargamento a Est della Nato. Che è tra le motivazioni della sanguinosa aggressione russa all’Ucraina. Nato che ora rispunta tra le “controproposte” europee al plan trumpiano – eppure lo stesso Biden alla fine era contrario all’adesione dell’Ucraina all’Alleanza.
Magari ci trovassimo di fronte ad un nuovo accordo strategico – anche sulle atomiche –, di non aggressione tra Russia, Ucraina, Unione Europea e Stati Uniti che metta davvero fine al torbido non-detto degli ultimi trenta anni. Ma per questa nuova architettura continentale non servono gli affari del riarmo ma quelli del disarmo.
L’articolo è tratto da il manifesto del 26 novembre
