L’instabilità politica della Bolivia e l’attentato a Evo Morales

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Nella mattina di domenica 27 ottobre, l’ex presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia, Juan Evo Morales Ayma, ha subito un attentato mentre si trovava in macchina percorrendo la zona del Chapare, nel dipartimento di Cochabamba, sua roccaforte. Sono stati sparati 14 colpi e solo l’autista è rimasto ferito, lievemente.

Sono mesi di forte tensione in Bolivia, aggravatisi nelle ultime due settimane da blocchi stradali nella zona di Cochabamba, organizzati dai sostenitori di Morales. I sostenitori dell’ex presidente, in risposta all’attentato, si sono diretti verso la nona divisione dell’esercito nel municipio di Chimorè, dove sono state viste entrare le due auto coinvolte nell’attentato. Alcuni mesi fa un tentato golpe aveva fatto intendere che il clima politico in Bolivia era molto caldo e l’attentato di domenica è una conferma dell’impennata della tensione, mentre le elezioni politiche del prossimo autunno si avvicinano.

Lo scenario politico boliviano è molto complesso perché il partito di maggioranza, il MAS (Movimento per il Socialismo) è letteralmente spaccato tra chi sostiene l’attuale presidente del paese, Luis Arce Catacora, e chi invece vorrebbe rivedere al governo l’attuale presidente del partito Evo Morales. Arce era stato lungamente descritto come il delfino di Morales che, effettivamente, l’aveva sostenuto contro la candidatura dell’altro “masista”, David Choquahuanca, per le elezioni politiche del 2020. L’appoggio di Morales era stato decisivo per Arce, che così si era ritrovato ad essere il candidato dal MAS alla presidenza del paese. La vittoria elettorale fu un successo e l’allora delfino di Morales si era impegnato a non ricandidarsi per un successivo mandato. Tuttavia, nel corso della presidenza, Arce ha fatto da subito intendere di volersi sbarazzare dell’etichetta di delfino, collocando nei ministeri più importanti uomini e donne a lui fedeli e riservando ministeri di poco peso ai sostenitori e alle sostenitrici di Morales. 

Le parole che volano tra Evo Morales, Luis Arce e i loro rispettivi collaboratori sono di fuoco, con denunce reciproche di malgoverno, corruzione e sete di potere. La realtà è che esistono due visioni economiche per il paese marcatamente diverse. Sebbene Arce sia stato ministro dell’economia sotto la presidenza Morales e sia stato considerato l’artefice del progresso economico che la Bolivia ha vissuto in quegli anni, oggi viene accusato dall’ex presidente di portare avanti una politica conservatrice al servizio del Fondo monetario internazionale, che penalizza i piccoli produttori e le fasce più deboli della società. Gli evisti chiedono da tempo la sostituzione dei ministri colpevoli della crisi economica in cui versa lo stato, legati a Luis Arce. Mentre Morales è la figura piu forte del MAS, Arce ha il controllo dello Stato ma non è ancora riuscito a trasformare questo potere in consenso sociale diffuso. La lotta politica per il controllo del MAS è di fondamentale importanza perché il partito è legato a organizzazioni sindacali e sociali che sono portatrici di un bacino di voti estremamente esteso e sono diffuse su tutto il territorio nazionale.

Contro Evo Morales è schierata la stampa nazionale che cavalca l’onda dei processi in corso contro di lui nel dipartimento di Tarija. Soprattutto fa parlare quello per l’accusa di traffico di persone e stupro ai danni di una ragazza, che all’epoca dei presunti fatti era minorenne, da lui definito una farsa. Già nel 2020 l’ex presidente era stato oggetto di indagine per il reato di stupro verso questa ragazza ma il tutto venne archiviato «perché il fatto non sussiste». Ma nemmeno l’attuale presidente Arce sta meglio perché, circa tre settimane fa, è stato anche lui denunciato per abuso sessuale, oltre che per estorsione e abuso di autorità. Attualmente, rispetto al processo che riguarda Morales, il procuratore generale del dipartimento di Tarija ha rimosso il pubblico ministero che si occupava di svolgere le indagini accusandola di negligenza e di aver spiccato nei confronti di Morales un mandato d’arresto (dichiarato “senza effetto” dallo stesso procuratore) fondato su elementi inconsistenti.

L’attentato a Morales dì domenica scorsa si inserisce pertanto all’interno di un quadro politico difficile e il deputato del MAS Rolando Cuéllar, vicino ad Arce, ha dichiarato che quanto accaduto a Morales “è un autoattentato” che ha il solo fine di distogliere l’attenzione dai processi che lo vedono in veste di imputato, bollandolo come un “pedofilo”. Dal canto suo, Morales ha rilasciato una lunga intervista a Radio Kawsachun Coca, vicina a lui, nella quale ha descritto la dinamica dei fatti siano avvenuti e accusato sia il governo che lo stesso Arce di volerlo uccidere. Ha sostenuto che ci sono prove che il governo sia l’artefice dell’operazione  poiché le due auto utilizzate nell’attentato sono entrate nella nona divisione militare dell’esercito di Chimoré, che si trova sotto il controllo del governo, dove sarebbero state nascoste e alle quali sarebbero state rimosse le targhe. 

Sabato scorso il Ministero degli esteri boliviano si è appellato alla comunità internazionale per denunciare l’attività di boicottaggio della democrazia da parte di Morales e il presidente Arce ha annunciato che occorre ristabilire l’ordine pubblico nel paese. Sembra che la nomina del generale Gerardo Zavala Alvarez a comandante generale delle forze armate vada nella direzione di garantire all’attuale presidente il controllo su queste, perché la lotta dentro il MAS si gioca anche su questo tavolo. Certamente Morales ha un’influenza sull’apparato militare che Arce intende neutralizzare. 

Non passano inosservate nemmeno le dichiarazioni dell’imprenditore boliviano Marcelo Claure, presidente della squadra di calcio Bolivar e considerato da Bloomberg uno dei tre boliviani più influenti a livello internazionale, il quale si è reso disponibile a sostenere i candidati che impediranno che la Bolivia si converta “nella nuova Venezuela”. Sulla sua pagina X ha scritto che “la Bolivia si trova in una situazione critica, vicino all’anarchia, dove le leggi già non si rispettano. Se non facciamo qualcosa, corriamo il rischio di convertirci in una nuova Venezuela, un paese con tanta ricchezza che si è impoverito drasticamente”. Il suo intervento, che non è il primo di questo tenore, ha fatto dire a molti, tra ironia e severa critica, che è arrivato “il salvatore della patria”.

Ci sono molti movimenti che fanno pensare che la Bolivia, stretta in una crisi economica determinata in parte dalla carenza di dollari e di carburante, possa andare incontro nuovamente a un momento di forte instabilità sotto il profilo politico, economico e sociale, come ha conosciuto lungamente nel periodo precedente l’elezione a presidente di Evo Morales. Tuttavia la guerra più insidiosa per il futuro della Bolivia, che con la storica presidenza di Evo Morales ha lavorato per la trasformazione della società in senso socialista, è quella intestina dentro il MAS.

Nonostante l’opposizione sia divisa tra i fedeli di Luis Fernando Camacho, ex governatore del dipartimento di Santa Cruz, attualmente in carcere per il tentato golpe del 2019, quelli dell’ex-presidente Carlos Mesa e di altre componenti politiche, il MAS sta servendo su un piatto d’oro la vittoria elettorale del prossimo anno all’opposizione, mettendo così a rischio un processo di cambiamento che sotto Evo Morales c’è stato e che ha visto la nazionalizzazione di risorse strategiche, l’aumento dei salari minimi, l’allargamento dei servizi e la diminuzione della povertà, oltre ad aver dato spazio politico e di governo ai gruppi indigeni che sono maggioranza nel paese, i quali però solo grazie alla partecipazione al MAS e alla prima vittoria elettorale del partito nel dicembre del 2005 sono diventati classe dirigente.

Gli autori

Carla Gagliardini

Carla Gagliardini fa parte del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan ODV

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