Carla Gagliardini fa parte del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan ODV
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I colloqui, iniziati nello scorso dicembre, tra Ankara e Abdullah Ocalan hanno aperto spiragli di pace per il Kurdistan. Ma le speranze sono ogni giorno spente dai bombardamenti turchi sul Rojava e dal perdurare di una durissima persecuzione politica degli oppositori filo kurdi. A questo punto per avviare davvero un percorso verso la pacificazione non c’è che una strada: la liberazione di Ocalan.
In Kurdistan si susseguono segnali contraddittori. La possibilità, concessa a una delegazione del Dem, di incontrare Öcalan, nel carcere di Imrali, ha fatto balenare la disponibilità del Governo turco a una fase di dialogo, ma l’offensiva contro i curdi in Rojava e la repressione interna, estesa ai sindaci di Dem, induce al pessimismo.
Da mesi la Bolivia vive una grande tensione, dovuta allo scontro interno al Movimento per il socialismo tra il leader storico Evo Morales e l’attuale presidente dello Stato Luis Arce, già delfino di Morales. Lo scontro è senza esclusione di colpi e rischia di consegnare la vittoria, nelle elezioni del prossimo anno, all’opposizione.
Il Medio Oriente brucia: la distruzione di Gaza continua e proseguono le rappresaglie di Israele in Libano, i missili di Tel Aviv uccidono, a Beirut e a Teheran, i leader di Hezbollah e di Hamas. Siamo sull’orlo del precipizio, perché l’Iran (toccato anche direttamente) e i suoi alleati non staranno a guardare. È chiaro che, per spegnere l’incendio, è necessario fermare il genocidio a Gaza. Ma qual è la strategia degli Stati Uniti?
Dieci anni fa, nel nord ovest dell’Iraq, al confine con la Siria e la Turchia, l’Isis consumò un vero e proprio eccidio del popolo ezida, nel silenzio o con la complicità degli Stati vicini. In difesa degli ezidi si schierarono solo il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e le unità di resistenza curde del Rojava (YPG e YPJ). Ancora oggi la persecuzione continua. Per gli ezidi e la loro sopravvivenza è una corsa contro il tempo.