Ha vinto il no, non l’immobilismo

In questa campagna elettorale i magistrati sembrano aver ritrovato una consonanza con la Repubblica: non il consenso, ma una legittimazione costruita sul rispetto delle regole, sulla fatica del giudizio, su un controllo da parte di quel popolo in nome del quale la giustizia viene amministrata. Sarebbe un errore imperdonabile leggere questo voto come un’autorizzazione a restare immobili o, peggio, a chiudersi nel corporativismo.

Che cosa unisce la moltitudine che si mobilita per Gaza?

Che cos’ha in comune la marea di persone che ha invaso le piazze per gridare la propria solidarietà con Gaza? Ha in comune una lunga tradizione di illusioni e di speranze e una voglia insopprimibile di pace e di una vita decente. Se un giorno questo non-popolo riuscirà a darsi un nome e un aspetto, farà muovere il mondo e lo si sentirà da lontano.

Il fascismo in marcia e la debolezza degli anticorpi

Quello che va in scena in questi giorni, con le intimidazioni del Governo nei confronti della magistratura, non è un conflitto tra giudici e potere politico, ma una tappa del processo di fascistizzazione dello Stato. Una tappa che presenta singolari analogie con quanto accaduto negli anni Venti, anche nella debolezza della reazione dei vertici istituzionali contro la deriva eversiva.

Parlare con il popolo, per non cadere nel populismo

Parlare con il popolo è molto diverso da parlare al popolo; anzi, è proprio l’opposto. È uno scambio bidirezionale, che alterna dire e ascoltare. Invece, parlare al popolo, in un’unica direzione, è la modalità tipica dei populisti di ogni genere, che non hanno bisogno di sentire, perché ritengono di sapere già cosa conviene dire. È una considerazione che sarebbe bene tenere sempre presente. Anche a sinistra.

Di nuovo in piazza il popolo della pace

Cessate il fuoco subito, negoziato per la pace, mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre: con queste parole d’ordine il popolo della pace ritorna nelle piazze di tutta Italia dal 21 al 23 ottobre e, poi, a Roma il 5 novembre. Di fronte all’inerzia e alla complicità dei governi la parola passa alle donne e agli uomini di buona volontà.

Tutto non cambierà per forza di cose

Per uscire in avanti dalla pandemia vanno evitati gli ottimismi ipocriti. Bisogna, al contrario, organizzare una forza che metta al centro della costruzione della società i bisogni essenziali delle persone. E per far questo non c’è posto per demagogia e scorciatoie ma occorrono, sudore, fatica, lacrime e sangue.