“Pasolini conservatore” e la destra senza identità

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Gli anniversari sono spesso rituali e inutilmente celebrativi. Non così quello dei 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini che, proprio come il personaggio, è stato sfaccettato, contraddittorio, divisivo, ma utile ad attivare confronti approfonditi sulle analisi e le provocazioni culturali e politiche di uno degli intellettuali più originali e preveggenti della seconda metà del Novecento. Pasolini ha inevitabilmente provocato anche Volere la Luna che già gli ha dedicato alcuni articoli. Altri seguiranno nei prossimi giorni per confluire, infine, in una apposita TALPA. (la redazione)

Nel pomeriggio di martedì 25 novembre, al Senato, si è svolto il convegno citato nel titolo dedicato a Pasolini, fra le figure intellettuali e culturali più celebrate e discusse degli ultimi anni. Non è stata tuttavia un’iniziativa come altre. L’incontro è stato infatti promosso dalla Fondazione Alleanza Nazionale con il forte impulso del suo presidente, Francesco Giubilei, con il presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, e soprattutto con il sostegno diretto del presidente del Senato Ignazio La Russa, vero e proprio ospite d’onore chiamato ad aprire i lavori delle sessioni.

Gli elementi di interesse dell’appuntamento svoltosi nella prestigiosa sala Koch sono numerosi, anche se, a guardar bene, riguardano solo secondariamente la figura di Pasolini. Di lui infatti si è detto poco e nulla. Solo a contare le opere citate, tra film, romanzi e poesie, si direbbe anzi che l’autore delle Ceneri di Gramsci è stato chiamato in causa più come un pretesto che come vero oggetto della discussione e interrogazione. Non sono mancate alcune relazioni in grado di esprimere temi e questioni degni di riflessione, come nel caso di Paolo Armellini e di Alessandro Gnocchi. Il primo ha messo in rilievo l’interesse di Augusto Del Noce verso Pasolini, indicando una possibile pista di studio tutt’altro che secondaria. Il secondo ha invece tracciato un breve elenco di letture che da destra hanno interessato Pasolini. Di contenuti non si è visto molto di più. A parte qualche momento imbarazzante, di puro teatro dell’assurdo, come quando Andrea Di Consoli ha paragonato la poesia di Pasolini a quella di D’Annunzio, il resto del convegno ha avuto più un valore di posizionamento – diremmo tattico-difensivo – da parte dei relatori.

Colpisce a questo proposito il fatto che sin dal discorso di apertura di La Russa sia stata riconosciuta a Pasolini l’appartenenza al campo comunista. Non solo lui, ma numerosi altri interventi hanno ribadito, con tanto di citazioni, che Pasolini ha sempre votato Pci e si riconosceva come marxista. Tutto questo non è però dovuto a un qualche scrupolo filologico. Il dato biografico e politico è richiamato in modo del tutto funzionale alla denuncia dell’incapacità della sinistra di valorizzarlo. Nel finale della sua relazione La Russa cita a riprova la radiazione avvenuta nel 1949 perché omosessuale, laddove invece l’MSI non ne avrebbe mai espulso nessuno. Non è ora il caso di commentare queste affermazioni, così poco circostanziate e buttate in mezzo alla discussione con l’intento di spingerla in una zona molto scivolosa e controversa esattamente come i fatti che hanno portato alla rottura tra lo scrittore e il Pci. Nella reprimenda ai comunisti (come se nel 1949 ci fossero poi dei partiti non omofobi) e per estensione a tutta la sinistra vi è del resto anche qualche cosa di liberatorio, che dà l’illusione di poter rigettare sui propri critici le antiche accuse alla compagine meloniana, così come per nascondere le responsabilità della destra attuale delle proprie complicità con il razzismo omofobo che si consuma ancora oggi in Italia.

Il paradosso del convegno è che nel parlare di Pasolini la destra ha finito in questo modo per parlare di se stessa, per proiettare e mascherare fuori di sé i limiti e le tare culturali che non vuole accettare, che non vuole vedere. Su questa scia recriminatoria e moralistica si inseriscono così anche gli interventi vittimistici di Giubilei, Mollicone e Terranova, alle prese con il tentativo di rivendicare la dignità della propria tradizione e del diritto di poter leggere Pasolini da destra. Ancor più rivelatore dei forti complessi che agitano il campo meloniano è stata poi la relazione di Camillo Langone. Accanto all’esibito sincretismo, a metà tra antico aristocraticismo evoliano e rigurgiti postmoderni da tempo fuori moda, il suo commento mostra quanto in realtà Pasolini sia solo un pretesto, sia appunto uno schermo e niente più. Da lui, dice Langone “prendo quello che mi interessa”, come fa appunto chi usa l’arte e la letteratura per scopi ad essa estranei.

Già un anno e mezzo fa qualcosa di simile si era verificato con Alessandro Giuli e il suo libro Gramsci è vivo. Anche in quelle pagine il prestito dal campo della sinistra era puramente strumentale, esibito apparentemente per rilanciare una sorta di egemonia della nuova destra meloniana da erigere sulle macerie della vecchia sinistra. Sia il libro di Giuli che il convegno su Pasolini mostrano però qualcos’altro e cioè che la destra non ha identità. E non ce l’ha non perché non sia in grado di leggere Pasolini o perché La Russa e Terranova non abbiano autori di riferimento. È anzi stato davvero penoso dover sentire l’elenco degli autori italiani ascrivibili alla destra, con i soliti Prezzolini, Pirandello, Gentile ecc. Nessuno può del resto veramente credere che il pensiero conservatore o addirittura fascista non abbia avuto anche in Italia importanti figure. Il problema della destra, già a suo tempo riscontrato proprio da Pasolini, è che l’attuale destra non sa che farsene. E d’altra parte a guardar bene gli autori della destra sono spesso troppo ingombranti per la compagine meloniana.

Nessun convegno o libro può infatti rimediare a un dato cruciale e cioè che l’attuale destra è completamente egemonizzata dal neoliberalismo. Oggi più che mai è una cultura subalterna che può esprimersi solo in modo esteriore e retorico, senza alcuna possibilità di tradurre nella prassi concreta le proprie idee. Le incursioni a sinistra sono proprio per questo solo dei tentativi di rivitalizzare un’identità strutturalmente vuota incapace di essere veramente “destra sociale” o “destra grande borghese” o “custode della nazione” o anche solo “destra conservatrice”.

La destra attuale, lo si vede dopo tre anni di governo, non ha identità non perché non ha tradizione ma perché è totalmente complice delle politiche neoliberali. Lo è sul piano economico e sociale e lo è anche su quello culturale, anzi soprattutto culturale. Nei vari campi in cui agisce continua a riprodurre il modello neoliberale dello Stato minimo e dell’individuo autolegislatore di se stesso. I vari richiami alla famiglia, alla tradizione o ad altro come nazione e religione sono puramente esteriori, senza alcuna presa nella realtà. Dunque non cancellano la povertà culturale di un’area politica oggi al governo del paese che non ha alcuna idea su come sottrarsi alla morsa culturale ed economica fondata sulla mercificazione dell’esistenza.

La possibilità di trovare un terreno comune tra i vecchi impulsi antimoderni e l’opera di Pasolini o tra le esigenze di rifondare lo stato e il pensiero di Gramsci ha proprio per questo solo un significato consolatorio e niente più. Si direbbe che la ricerca di sponde a sinistra, compiuta con toni vittimistici e recriminatori, mette ancor più in risalto la distanza dalla propria tradizione, quella migliore come quella peggiore. Confrontarsi con i propri autori costringerebbe infatti la destra a guardarsi in faccia, a impegnarsi su temi e valori a cui non può dare forma storica concreta. Molto più semplice volgersi a sinistra e dunque a Gramsci e Pasolini, verso i quali non ha l’obbligo di restare fedele. Può citarli e organizzare convegni, ma proprio perché marxisti e comunisti può non impegnarsi troppo sulle loro parole. Giocare di sponda fuori dal proprio campo permette in altre parole di alimentare quel sincretismo postmoderno e deresponsabilizzante con il quale sottrarsi dall’analisi spregiudicata delle proprie miserie. Il restare così come si è, non cambiare la realtà e anzi subirla, magari fingendo di essere divenuti finalmente gli arbitri dei processi culturali o addirittura “egemoni” del nuovo corso della storia, è l’unica residuale forma di conservatorismo che la destra meloniana di oggi può permettersi.

Gli autori

Paolo Desogus

Paolo Desogus insegna Letteratura italiana contemporanea a Sorbonne Université. Ha scritto su Pasolini, Gramsci, Eco, De Martino e sul rapporto tra cinema e letteratura. Lo scorso maggio è uscita per La nave di Teseo la sua nuova monografia “In difesa dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia”.

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