La stimolante riflessione di Piero Bevilacqua (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/11/04/le-condizioni-per-tornare-a-parlare-di-socialismo/ ) e la denuncia che l’accompagna, cioè l’assenza nel dibattito pubblico di analisi e di programmi che non si limitino a rivendicazioni, pur rilevanti ma estemporanee, mi suggerisce di sottolineare la scomparsa di un grande tema, un tempo al centro delle attenzioni delle forze politiche progressiste e oggi del tutto espunto dall’agenda di ogni partito: il Mezzogiorno e lo stato delle sue condizioni economiche e sociali rispetto al resto del Paese.
Derubricata dal fascismo perché “ogni traccia di contrasto, di antagonismo, ogni senso di interessi diversi, sono scomparsi dagli animi per la fusione operata dalla guerra mondiale e dal fascismo” (Istituto della Enciclopedia Italiana) la Questione meridionale nata con l’unità nazionale tornò all’attenzione dell’opinione pubblica soltanto nel secondo dopoguerra grazie a una classe politica emersa dalla Resistenza e in gran parte accomunata dall’idea che il Sud andasse risarcito per le scelte economiche sbagliate che lo avevano penalizzato per oltre 80 anni. La riforma agraria, pur con molti limiti, assestò un duro colpo alla proprietà terriera assenteista e con la legge 646/1950 (Istituzione della Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale) per la prima volta nella storia d’Italia i problemi del Mezzogiorno cessarono di essere confinati nell’ambito del corretto funzionamento delle amministrazioni ordinarie. La Cassa per il Mezzogiorno non doveva limitarsi alla realizzazione di alcune opere pubbliche ma articolare un complesso organico di interventi fra loro complementari. Per la prima volta si registrò una fase di effettiva convergenza e alla fine degli anni ’70 il reddito meridionale era pari ai due terzi di quello settentrionale, proprio mentre il reddito medio degli italiani diveniva analogo a quello degli inglesi e di poco inferiore a quello dei francesi e dei tedeschi. Quando nell’agosto del 1984, sull’onda delle critiche sul corretto funzionamento della Cassa, delle inefficienze e degli sprechi di denaro pubblico, il governo pentapartito a guida Craxi ne dispose lo scioglimento si gettò via il bambino con l’acqua sporca. La liquidazione della Cassa segnò anche la fine dell’intervento pubblico in economia negli stessi anni in cui, con l’avvento al potere di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, si assisteva al trionfo dell’economia liberista. La nascita della Lega Nord di Umberto Bossi sancì, poi, ufficialmente l’esistenza di un antico e diffuso pregiudizio antimeridionale che poteva trasformarsi in consenso politico. Il Mezzogiorno, indolente e parassitario, è la palla al piede per lo sviluppo del Nord, l’Italia è costretta a una tassazione eccessiva che sottrae risorse dalle regioni più produttive per farle affluire a Sud. Il ritardo appariva non più recuperabile proprio mentre, con la caduta del muro di Berlino, si aprivano nuovi mercati di riferimento per le imprese settentrionali e sempre più marginale diventava quello interno. Accantonata la Questione Meridionale poteva allora nascere una Questione Settentrionale che non faticava a farsi largo anche a sinistra e culminava con la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, varata il 12 marzo 2001 dal secondo Governo del socialista Giuliano Amato. Con l’autonomia differenziata le singole regioni possono, con il vincolo (come s’è visto non insormontabile) di tutela dei livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale, vedersi riconoscere piena potestà legislativa e risorse finanziarie aggiuntive su molte competenze oggi statali. Se mai attuata questa riforma avrebbe effetti devastanti sul Mezzogiorno, esasperando le già accentuale diseguaglianze e provocando un flusso di risorse nella direzione esattamente opposta a quella necessaria per una maggiore coesione territoriale. Sarebbe la secessione dei ricchi come impeccabilmente l’ha definita Gianfranco Viesti.
Intanto, con la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno il divario fra le due parti del Paese è tornato a correre e sta per toccare nuovamente il punto più alto, quello registrato al termine della dittatura fascista, quando il reddito dei meridionali era ormai ridotto a poco più della metà di quello degli italiani residenti nelle regioni del Centro-Nord. A Sud la disoccupazione è oggi più che doppia rispetto al resto d’Italia e i lavoratori in situazione di povertà sono il 22% contro il 6% del Centro-Nord. Meno di un bambino meridionale su tre frequenta una scuola primaria che dispone di una mensa e meno di uno su due una scuola dotata di palestra. Nella sanità gli squilibri sono particolarmente evidenti. In Calabria solo 2 donne su 10, fra i 50 e i 69, anni hanno accesso agli screening mammografici mentre lo sono 9 su 10 in Friuli-Venezia Giulia. La mobilità interregionale, una piaga per i conti delle regioni meridionali, è il segnale più evidente della significativa divaricazione nell’offerta sanitaria. In queste disastrose condizioni non può stupire che 2,8 milioni di cittadini tra il 2002 e il 2023 hanno lasciato il Mezzogiorno. Oltre la metà erano giovani fra i 15 e i 34 anni, e più di un quinto di loro erano laureati. Si stima che nel 2050 l’Italia perderà 4,5 milioni di abitanti, l’82% dei quali nelle regioni del Sud (Rapporto Svimez 2024).
La storia ci ha insegnato che continuare a investire con priorità nella parte più avanzata del Paese non riduce, si potrebbe dire per “sgocciolamento” sulla parte meno progredita, il divario ma lo incrementa e che, viceversa, degli investimenti a Sud può giovarsi l’Italia intera. Con l’intervento pubblico straordinario del secondo dopoguerra, infatti, non si avviò soltanto la modernizzazione delle regioni meridionali, grazie alla costruzione di acquedotti, fogne, strade, ferrovie, ma ne uscì rafforzata la stessa economia settentrionale perché molte delle imprese coinvolte nel piano di investimenti erano del Nord. La politica meridionalista ebbe infatti un ruolo, assai spesso trascurato, in quello che venne definito il miracolo economico italiano. Anche oggi le possibilità non mancano.
Nella Classifica Censis 2025-26 delle Università italiane tra i mega atenei statali, dieci con oltre 40 mila iscritti, non brillano i meridionali ma fra i grandi atenei, quelli che hanno cioè da 20 a 40 mila iscritti, è prima l’Università della Calabria. Cosenza-Rende fa meglio di Pavia, Perugia, Parma tanto dire di quelle che vengono immediatamente dopo. E non si tratta di un caso isolato, altre università meridionali, nonostante il taglio nel 2024 del Fondo di Finanziamento Ordinario che le ha penalizzate più delle altre, preparano giovani con ottime competenze, troppo spesso inutilizzate. I laureati meridionali prendono la via del Nord e sempre più frequentemente quella dell’estero. Una fuga di intelligenze che interessa già gli studenti: 2 meridionali su 10 si iscrivono a un corso di laurea triennale e addirittura 4 su 10 a corsi di laurea magistrale nelle facoltà universitarie del Centro-Nord. È da qui che verosimilmente occorre iniziare, potenziando le università e i centri di ricerca meridionali, coinvolgendoli in un disegno di politica industriale che punti a soddisfare la domanda emergente di lavoro qualificato.
Non si parte, tuttavia, da zero. Non mancano, infatti, nel Mezzogiorno le filiere industriali a elevata specializzazione, come nel settore aerospaziale soprattutto in Campania e in Puglia o nel settore automobilistico in Campania, Basilicata, Abruzzo e Molise. Negli stabilimenti meridionali si concentra quasi il 90% della produzione nazionale di vetture, così che le trasformazioni in atto nell’industria automobilistica espongono particolarmente a rischio il Mezzogiorno ma la riconversione all’elettrico offre anche un’opportunità in un settore divenuto strategico. Più in generale l’accelerazione verso la transizione energetica, con il maggior ricorso alle rinnovabili che comporta, è una straordinaria occasione per il Mezzogiorno. La Gigafactory solare 3Sun di Catania è già oggi il maggior impianto europeo per la produzione di pannelli fotovoltaici bifacciali ad alta prestazione. Potenziare quella filiera investendo anche nella produzione di componenti che oggi in larga parte dipendono dall’importazione estera si tradurrebbe in un aumento locale dell’occupazione e in un beneficio per l’intera comunità nazionale, che vedrebbe ridotta la dipendenza dall’estero nel settore chiave dell’approvvigionamento energetico. Anche l’agroalimentare, un comparto da sempre significativo per l’export italiano e dove il Mezzogiorno detiene la quota maggioritaria, può essere ammodernato sfruttando le nuove tecniche di informatizzazione e potenziato con l’ampliamento delle opportunità di lavoro.
Il Mezzogiorno è la naturale porta d’accesso all’Europa per i migranti del Sud del mondo, costretti dalle guerre o dalla fame ad abbandonare i propri paesi. Il loro contributo è già oggi essenziale per assicurare la produzione agricola ma sarebbe anche determinante, se opportunamente indirizzato, per frenare il declino delle aree interne e contrastare il gelo demografico italiano. Il Mezzogiorno ha dunque le potenzialità per divenire un polo di ricerca e di produzione per filiere industriali strategiche, per aiutare a percorrere meglio e più velocemente la transizione energetica, per contrastare il declino anche demografico del Paese. Già nel 1947, nell’esporre il manifesto del Nuovo Meridionalismo, Rodolo Morandi aveva sottolineato come lo sviluppo del Mezzogiorno dovrebbe essere considerato prioritario rispetto a ogni altro problema nazionale perché è nell’interesse di tutti gli italiani.
