Nonostante il susseguirsi di incontri e di dichiarazioni di intenti (volte a pacificare o a gettare benzina sul fuoco), nelle analisi degli esperti più rigorosi e “terzi” il possibile esito della guerra in Ucraina, in base allo stato delle cose, ricostruito nei suoi tratti essenziali, resta un’incognita.
Un dato acquisito, che la propaganda delle parti in gioco non può contestare, è che la Russia sta vincendo la guerra ma non l’ha vinta. E che l’Ucraina, al momento, non mostra alcuna volontà di arrendersi. Il quadro di contorno vede un ampio fronte di paesi occidentali (UK e buona parte dell’UE in testa) dichiarare la volontà di assicurare il massimo appoggio all’Ucraina, in termini ambigui sugli “scarponi sul terreno” ma chiari sulla fornitura di armi, perché non si arrenda. Quanto agli USA, la posizione di Trump è poco decifrabile, e probabilmente poco consolidata, quanto all’ipotesi di una resa dell’Ucraina e quanto al nodo della sua adesione alla NATO, che era stato per il suo predecessore il motivo dirimente del rifiuto di avallare, in due occasioni, alla vigilia dell’invasione e pochi mesi dopo, un’intesa tra Russia e Ucraina.
A fronte di questo quadro si può ritenere (ricorrendo a un’espressione di Trump rozza ma efficace) che “le carte” da giocare siano, al momento, in mano alla Russia: che stia, cioè, a Putin decidere se offrire all’Ucraina un’intesa risolutiva che possa accettare (e non sia quindi una resa) ma che non si configuri come una sua rinuncia a far valere i rapporti di forza conquistati sul campo quanto agli obiettivi considerati irrinunciabili. O, in alternativa, perseguire la vittoria sul campo e la resa dell’Ucraina. Le mosse attuali della Russia di Putin mostrano che una decisione tra queste alternative non è stata presa. La domanda che si pone è quali margini di scelta abbia Putin. Non avendo questa competenza, mi limito a esporre le ipotesi che appaiono più solidamente argomentate.
Putin è chiamato a soddisfare due esigenze che ad un esame attento si presentano tra loro in netto contrasto. Deve evitare di giungere a una situazione sul campo che si configuri come uno stallo tale da implicare, come unica soluzione per un avanzamento, il ricorso all’arma atomica o nucleare: una simile mossa rappresenterebbe un enorme azzardo, non solo per gli equilibri globali del pianeta, se non per le sorti dell’umanità, considerate le possibili ritorsioni delle potenze nucleari in campo avverso, ma anche per la reazione che innescherebbe nel fronte (BRICS e SCO) che al momento rappresenta, con la sua posizione di equidistanza, la maggiore copertura politica per la Russia. Sull’altro piatto della bilancia deve però porre le possibili ripercussioni interne, connesse all’aspettativa che la guerra ha suscitato nell’opinione pubblica russa per il modo in cui Putin stesso ha inquadrato l’invasione dell’Ucraina, come questione vitale per l’esistenza della nazione. A questo proposito un dato a cui non si dà rilievo adeguato è che, stando alle rilevazioni indipendenti dell’istituto russo Levada, a fine 2021 il consenso popolare per Putin aveva toccato il livello più basso di sempre, dalla sua investitura nel secolo scorso, a causa dell’andamento disastroso dell’epidemia da Covid (un livello record di decessi in rapporto alla popolazione) che andava a sommarsi a un quadro economico negativo per una quota prevalente della società russa: mentre dopo il fallimento della controffensiva ucraina, nel 2023, ha raggiunto il massimo di sempre. La narrativa “occidentale”, che descrive un conflitto esistenziale tra la democrazia liberale e le autocrazie, a sostegno dell’ambizione di stabilire un ordine unipolare al cui vertice siano gli USA, riduce l’opinione pubblica di un paese come la Russia a puro contorno, fondale di una scena dominata dall’autocrate, trascurando elementi che hanno invece un peso decisivo nelle scelte di governo, come il rischio che l’”orgoglio” della “nazione russa” non sia abbastanza gratificato.
Appare da rivalutare nella sua importanza, in questo quadro incerto, il contenuto dell’intesa raggiunta nel 2022 qualche settimana prima dell’invasione: nessuna pretesa territoriale da parte russa, nessun veto sull’adesione all’UE ma la garanzia di una rinuncia definitiva all’ingresso nella NATO. Il rappresentante ucraino si esprimeva allora in termini assai favorevoli mentre il negoziatore russo appariva molto meno ottimista: in effetti, un attore importante era rimasto fuori. Più che la NATO – il cui segretario Stoltenberg dichiarava che la sola via di soluzione della crisi incombente era un accordo – l’asse USA-UK. Tant’è che in contemporanea l’ambasciatore USA a Mosca consegnava una dichiarazione con cui gli USA respingevano l’ipotesi di rinunciare all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, su cui lavoravano sin dal 2008. Dunque, in base agli atti formali si può affermare che l’ingresso della Ucraina nella NATO era una condizione irrinunciabile per gli USA ma non per gli ucraini; e che per la Russia la condizione irrinunciabile non era l’annessione delle regioni del Donbass ma l’attuazione degli accordi di Minsk, che stava a cuore alla UE ma non agli USA. Del resto, la Merkel avrebbe confessato in seguito di aver “preso tempo” firmando quel trattato, conoscendo la posizione USA.
Quanto consenso rischia di perdere Putin tornando al 2022? Entro quali margini l’Ucraina può cedere sulla sua integrità territoriale? Quali probabilità di riuscita avrebbe un ritorno a Minsk nelle condizioni attuali? A queste domande risponderanno i prossimi eventi, su cui sarebbe un esercizio vano formulare previsioni. Al di là dei diretti contendenti, le incognite riguardano, da un lato, il peso che Trump e il deep state annettono alle contropartite economiche (vendita di armi per “garantire la sicurezza” ucraina, ricostruzione, risorse minerarie) rispetto all’allargamento della NATO; dall’altro, fino a che punto la Cina e i suoi interlocutori al tavolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai sono disposti a “coprire” una guerra a oltranza della Russia che finisca per indebolire la strategia tendente a un ordine mondiale multipolare basato sulle regole anziché sulla legge del più forte, condivise (statuto ONU) anziché interpretate dai pretesi gendarmi del mondo, se a questo davvero mirano. A maggior ragione se questo tornasse ad essere (contrariamente all’attuale posizione ancillare) l’orizzonte entro cui va a collocarsi un’Europa di nuovo protagonista: quindi con ben altri leader rispetto a quelli attuali. Ma è il popolo europeo che deve esprimerli…
