Gaza. Che fare? Moltiplicare le iniziative non violente

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Gaza: che fare? Il tempo della denuncia è finito. L’enormità dei crimini commessi dal governo israeliano, e di quelli impudentemente annunciati, è sotto gli occhi di tutti. Perfino la parola “genocidio” è stata sdoganata presso i media mainstream, con colpevole ritardo rispetto al gennaio 2024, quando la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò “plausibili” le accuse mosse a Israele dal Sud Africa di violare la Convenzione del ’48. Resta, drammatica, inevasa, la vera questione: “che fare?”. Nel moltiplicarsi, e accavallarsi, di iniziative simboliche – esposizione di lenzuoli e bandiere, digiuni, inviti al raccoglimento o a “rompere il muro del silenzio”, luci accese e cellulari spenti – diffusa è l’esigenza di azioni concrete e mirate.

Secondo Angelo d’Orsi sarebbe ora di passare, marxianamente, “dalle armi della critica alla critica delle armi”, inviando un contingente militare, sotto l’egida dell’ONU, a fermare il genocidio (ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/08/23/mandare-a-gaza-i-caschi-blu-per-proteggere-i-palestinesi/8102152/). Anche Giangiacomo Migone, sul Fatto quotidiano e poi su questo sito (vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/09/01/caschi-blu-a-gaza-lonu-puo-aggirare-il-veto-degli-stati-uniti/), ha sostenuto, testualmente, che «Per fermare Netanyahu a Gaza occorre l’intervento militare dell’ONU. Altrimenti sono chiacchiere, più o meno strumentali, anche dotte, ma chiacchiere». Tanto D’Orsi quanto Migone riprendono la proposta avanzata il 18 agosto a Istanbul dall’ex relatore speciale dell’ONU per i Territori occupati, Richard Falk, che invita i governi ad aggirare l’immancabile veto americano al Consiglio di sicurezza su ogni risoluzione sgradita a Israele e ad appellarsi direttamente all’Assemblea generale, perché disponga l’invio dei caschi blu a Gaza in applicazione dell’articolo 7 della Carta dell’ONU, attraverso una procedura eccezionale attivata ai tempi della guerra di Corea (contropiano.org/news/internazionale-news/2025/08/21/giuristi-chiedono-un-intervento-militare-a-gaza-per-fermare-israele-0185828).

Due sono gli elementi qualificanti di simili proposte. Il primo attiene alla strategia da adottare per restituire all’ONU il ruolo che le spetterebbe a garanzia della pace e del diritto internazionale. I bombardamenti indiscriminati a Gaza, le violenze squadriste in Cisgiordania, le guerre “di difesa” impunemente intraprese da Israele contro l’Iran e altri Stati sovrani, stanno uccidendo anche il diritto internazionale, basato sul principio dell’eguaglianza tra i popoli e sulla rinuncia alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. La strategia suggerita da Richard Falk consentirebbe di spostare il centro di gravità dell’ONU dal Consiglio di sicurezza, paralizzato dal veto incrociato di Stati Uniti e Russia, all’unico organo davvero rappresentativo di tutti gli Stati del mondo, l’Assemblea generale, in cui i popoli del Sud globale, tuttora oggetto di politiche imperialiste e neo-coloniali, hanno la stessa dignità e lo stesso peso decisionale delle grandi potenze. Un simile spostamento potrebbe rappresentare un primo, significativo, passo verso quella riforma in senso democratico dell’ONU di cui da anni si discute, senza nulla concludere. Una riforma che potrebbe realizzarsi “di fatto”, e consolidarsi per via consuetudinaria, anziché attraverso un processo formale di revisione della Carta del ‘48, come non raramente accade nell’ambito del diritto internazionale. Ben venga, dunque, una simile proposta, in sintonia con quanto da mesi predica, inascoltato, un altro grande giurista, Luigi Ferrajoli, anche in relazione al conflitto russo-ucraino (ilmanifesto.it/per-la-pace-le-nazioni-unite-in-seduta-pubblica-e-permanente-sullucraina).

Ciò che solleva perplessità è, tuttavia, la seconda parte della proposta. Aggirare il veto degli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza, per fare che cosa? Perché il ritrovato, e auspicabile, protagonismo dell’Assemblea generale dovrebbe tradursi in una chiamata alla guerra? Altro non sarebbe, infatti, l’invio dei caschi blu per fermare il genocidio, senza il consenso di Israele. Se si aggiunge che Israele e Stati Uniti sono potenze atomiche, guidate da leader che hanno dimostrato finora un grado di fanatismo e di disprezzo per la vita umana senza pari, ci sarebbe davvero da temere il peggio… Oltre a essere fantascientifica, l’ipotesi dei caschi blu che fermano Netanyahu (e Trump), spalleggiati dagli eserciti dei paesi che hanno votato a favore della spedizione militare, «tutti potenzialmente pronti a intervenire a fianco dei Caschi blu ove questi fossero attaccati dalle forze armate israeliane» (d’Orsi), non tiene conto degli effetti perversi di questo genere di interventismo. Non abbiamo imparato proprio nulla dalla tragica, e fallimentare, stagione delle guerre “dell’ONU”, o “in nome dell’ONU”, giustificate immancabilmente in chiave umanitaria, come strumenti per ristabilire il diritto violato, esportare la democrazia, proteggere le donne, fermare la pulizia etnica? Le disastrose conseguenze di simili imprese, in termini di perdite di vite umane e di accensione di nuovi focolai di conflitto, non dovrebbero averci insegnato che la democrazia e i diritti non si esportano, e la pace non si impone, attraverso la guerra?

Che fare, dunque? La Carta dell’ONU, troppo spesso invocata per giustificare interventi militari, prevede all’art. 41 anche altre misure, che nel caso di Israele non sono state neanche in minima parte attuate, come l’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con i paesi che si macchiano di gravi crimini internazionali. Per questo genere di misure – a partire dall’embargo totale su armi e tecnologia dual use – dovrebbe spendere la propria autorevolezza una resuscitata Assemblea generale, che trovi il coraggio di emanciparsi dai ricatti israeliani e americani. Nel frattempo, un contributo determinante a riaffermare i principi della legalità internazionale lo stanno dando le decine di barchette colorate – e rigorosamente disarmate – che formano la Global Sumud Flottilla in navigazione verso Gaza: più temibili, per il governo Netanyahu, di ipotetiche flotte corazzate e armate di tutto punto. E un contributo lo offrono anche le persone, sempre più numerose, che stanno modificando le proprie abitudini di consumo per aderire al boicottaggio dei prodotti israeliani promosso dalla dirigenza palestinese del BDS, che invita anche a esercitare pressioni sui governi perché decidano sanzioni, replicando quanto avvenne con il Sud Africa dell’apartheid.

In una lunga intervista di qualche mese fa, Ilan Pappé, lo storico israeliano che più di ogni altro ha contribuito a far conoscere l’“altra storia” del conflitto israelo-palestinese, con scritti fondamentali come La pulizia etnica della Palestina, Dieci miti su Israele e, da ultimo, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina, alla fatidica domanda sul “che fare” ha risposto che l’unica cosa che davvero spaventerebbe molti israeliani che sostengono Netanyahu sarebbe l’espulsione del loro paese dalla UEFA (www.youtube.com/watch?v=58yeMWmiXwo: minuto 59.50). Di fronte alla risata incredula degli astanti, Pappè ha ribadito: «Parlo sul serio». Il calcio, e lo sport in generale, contano. Contribuiscono alla reputazione di un paese, al modo in cui viene percepito a livello internazionale. Al modo in cui si auto-percepisce. Lo dimostrano gli sforzi da sempre profusi dai governi israeliani per promuovere la propria immagine (di “unica democrazia del Medio Oriente”), anche mandando a gareggiare in giro per il mondo la propria squadra di ciclismo, in una consapevole operazione di sport-washing.

Se questo è vero, la coraggiosa presa di posizione dell’Associazione italiana allenatori di calcio, guidata da Renzo Ulivieri, che chiede l’esclusione temporanea delle squadre israeliane dalle competizioni sportive (già prevista nel caso della Russia), andrebbe valorizzata e sostenuta. «Una partita di calcio, preceduta dagli inni nazionali, può essere considerata solo una partita di calcio?» – si chiedono i firmatari del documento, indirizzato ai vertici del calcio italiano. La loro risposta è negativa: no, lo sport non può rimanere a guardare di fronte alle stragi quotidiane «che hanno riguardato anche centinaia di morti tra dirigenti, tecnici e atleti, compreso la stella del calcio palestinese Suleiman al-Obeid» (www.assoallenatori.it/news/2489.html). Nello stessa direzione va l’appello alla mobilitazione contro lo svolgimento della partita Italia-Israele a Udine del prossimo 14 ottobre, promosso da Comitato per la Palestina Udine e da molte altre sigle (www.centrobalducci.org/eventi-e-news/udine-e-con-la-palestina-fuori-israele-dalla-fifa/).

Dalle armi della critica alla critica delle armi? Sì, a patto che ci si si intenda sul tipo di “armi” che è opportuno usare. E si rifletta sulle potenzialità delle tecniche di lotta nonviolenta che, da Gandhi a oggi, hanno spesso mostrato la loro superiorità rispetto a quelle apparentemente più radicali. Sul piano dell’efficacia, oltre che su quello etico.

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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