Trump e Calenda: un accostamento semiserio ma chiarificatore

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La tesi che propongo può sembrare arbitraria. Sostengo infatti che ciò che mi preoccupa di più in questa fase storica è l’alleanza tra Trump e Calenda. Molti lettori staranno già sorridendo o staranno pensando che stia scrivendo queste parole dopo un robusto aperitivo alcolico. Certamente se Calenda mi leggesse – cosa che per fortuna di entrambi possiamo escludere – si arrabbierebbe non poco e terrebbe a sottolineare che non ha proprio nulla in comune con Trump. Quanto a Trump, non credo vi siano possibilità che egli sia crucciato dall’idea di essere accostato a un Calenda qualsiasi. E ovviamente la mia è solo una provocazione, so bene che Calenda non è così importante. Ma andiamo con ordine.

C’è una cosa che un po’ mi fa irritare e un po’ pensare del modo in cui stiamo interpretando la guerra dei dazi di Trump. La critica un po’ stupefatta per cui con questa mossa il presidente statunitense starebbe congedandosi definitivamente dalla globalizzazione. “La fine della globalizzazione”, così titolano preoccupati anche giornali progressisti. Due sono gli effetti grotteschi di questa interpretazione. Il primo è di fare di Trump l’ultimo e il più efficace dei no global. Il secondo è di propugnare un’opposizione che assuma una posizione quasi di “nostalgia della globalizzazione”. Cioè in piena continuità con il centro-sinistra neoliberale che negli ultimi decenni ha fatto più danni delle cavallette.

Ora, forse è il caso di mettere ordine. La globalizzazione non sta finendo adesso, ma è da un pezzo ad essere in crisi irreversibile. È abbastanza evidente che quella fase storica che noi definivamo col termine globalizzazione – che coincide non solo con il generale movimento capitalistico di estensione naturale dei mercati oltre i confini statali, ma soprattutto con quella fase relativamente recente in cui a questa tendenza espansiva si è affiancato il triplice imperativo di “stabilizzare, privatizzare e liberalizzare” (è una citazione di Rodrik, autore che riprenderò) – non è stata affatto un’epoca pacificata, ma piuttosto un’epoca di “guerre a bassa intensità”. Il suo effetto globale è stato l’aumento delle diseguaglianze, delle rendite, delle guerre e delle instabilità, oltre a un’irreversibile crisi ecologica. È stato la persecuzione nei confronti dei flussi migratori degli esseri umani in cerca di dignità e la totale sottomissione nei confronti dei flussi di capitale e della loro espansione incondizionata e senza regole. La sua promessa di rendere il mondo più giusto e più unito si è dimostrata falsa, come del resto sostenevano in tanti. Che l’intento di Trump sia in continuità con tutto ciò, non possiamo certo metterlo in discussione. C’è una foto che gira in questi giorni, che è evocativa del progetto politico che sta dietro la scelta dei dazi. In quella foto Trump tiene in mano una carta d’oro per ottenere la cittadinanza americana. È la Trump card: chiunque possa pagare cinque milioni di dollari, la potrà ottenere. Non è difficile immaginare che gli unici messicani – per fare solo un esempio – che potrebbero permettersela sono i capi dei cartelli della droga. Bisognerebbe spiegare agli americani quel che Trump già sa: che a lui interessa perseguitare i poveri cristi che si drogano per disperazione e attrarre gli spacciatori. Eccola l’immagine: come i muri di Trump non servono a proteggere dai delinquenti ma dai poveri, così i dazi di Trump non serviranno alla fine a limitare il libero movimento del capitale ma solo a bastonare lavoratori e consumatori in cerca di sopravvivenza. Il capitale troverà la sua strada, col consenso sguaiato ed esplicito di Trump. Che il suo intento sia ancora quello di “stabilizzare, privatizzare e liberalizzare” non può essere messo in dubbio.

Più che fine della globalizzazione, parlerei di risistemazione della globalizzazione a partire dal suo declino. Imponendone un modello che non è affatto in discontinuità con l’idea originaria: un’estensione del capitalismo predatorio su scala globale non più a partire da un mercato comune ma a partire da un principio di concorrenza tra Stati. E, del resto, ci sarà un motivo per cui quasi tutti i sovranisti sono di destra. È proprio questa la questione fondamentale: perché è la destra che sta modificando gli equilibri vetusti della globalizzazione? Perché sta facendo la destra ciò che avrebbe dovuto fare la sinistra, cioè reagire alla crisi della globalizzazione? Io risponderei così: Trump e i suoi epigoni hanno preso atto di una crisi della globalizzazione che era evidente da decenni, e di fronte a cui la sinistra ha scelto colpevolmente di voltare lo sguardo. Il loro obiettivo non è superarla tornando all’equilibrio tra Stati nazione – semplificazione a cui fa comodo credere – ma risistemare l’ordine della globalizzazione.

Per capire il senso di questa risistemazione conviene tornare alle tesi contenute nel libro di Roddik, La globalizzazione intelligente. In quel libro si introduceva il “trilemma della globalizzazione”. La crisi della globalizzazione deriverebbe dall’inconciliabilità di tre poli istituzionali che non possono funzionare contemporaneamente: globalizzazione economica, politica democratica, Stato nazionale. Secondo Roddik l’unico modo per uscire da questa crisi è sacrificare uno dei tre poli lasciando uniti gli altri due. È chiaro che se la risistemazione dell’ordine globale avviene da destra, essa avrà come obiettivo finale non la cancellazione della globalizzazione economica – la trappola di Trump in cui stiamo cascando tutti – ma la sua alleanza con lo Stato nazionale ai danni delle politiche di equità e della democrazia. Per questo diffido di ogni lettura puramente economicista delle attuali politiche trumpiane. Perché non credo che vi sia da parte sua nessuna ostilità nei confronti del libero movimento dei capitali, della necessità di privatizzare, dell’estensione della liberalizzazione. Quel che lo muove è piuttosto l’idea che tutto questo debba avvenire su base concorrenziale e senza nessun controllo sovranazionale, senza nessun cosmopolitismo politico. Stringendo un nuovo patto tra capitalismo globalizzato e Stati nazione.

E qui torniamo a Calenda. Perché gli presto così tanta attenzione? Perché rappresenta un fenomeno più mediatico che realmente politico che si muove con l’unico intento di sabotare ogni proposta che sia minimamente di parte. È un vero centrista, nel senso che è un vero anti-democratico: il suo obiettivo è evitare che vi sia una destra e una sinistra, evitare che ci sia qualcosa di concreto su cui gli elettori possano davvero decidere. Ecco, il suo affaccendarsi recente – amplificato con sospetta insistenza da molte agenzie di stampa – mi pare sveli una tentazione ben precisa, che è proprio quella di mettere di nuovo sotto tutela le democrazie, difenderle dalle elezioni, in fondo da se stesse.

Certo, Calenda esprime le sue preoccupazioni contro Trump e agita con forza il fantasma dei sovranisti. Eppure il suo modo di difenderci da loro mi pare alquanto autolesionista. In fondo si basa su tre caratteri. Il primo carattere è la difesa dogmatica e confessionale di politiche europee che tendono a garantire e non a superare la sovranità degli stati-nazioni. Tra stato nazione e nazionalismo – questa è la grande eredità del Manifesto di Ventotene – vige la stessa legge naturale che regola il rapporto tra il baco e la farfalla. Una legge di necessità, per cui gli stati nazione si degradano e finiscono per cedere alla tentazione del nazionalismo (nel caso del baco e della farfalla, alla fine arriva il meglio e non il peggio. Ciò dimostra l’insuperabile saggezza della natura rispetto alla misera intelligenza umana). Ciò che Calenda finge di non vedere è che tutte le sue battaglie combattute contro i nazionalismi sono in realtà battaglie a favore di essi.

Il secondo carattere è il diniego di fronte alla storia recente. Una forma di pervicace negazione della realtà e dei suoi effetti, per cui per Calenda la globalizzazione e il neoliberismo (fenomeni che sono storicamente simultanei ma che non sono identici) non solo non hanno fallito ma sono le uniche pratiche economiche e politiche che devono essere applicate. Non c’è niente da fare, Calenda – che non è un politico di sinistra – condivide però con buona parte dei politici di sinistra il fatto di non riuscire a venir fuori dalla terza via. Che in effetti era un vicolo cieco e forse è per questo che non riescono più a venir fuori. Contro ogni evidenza della storia, per Calenda l’opposizione alla destra è il neoliberismo, cioè la destra stessa.

Il terzo carattere è quello che ho già in parte anticipato e che in questo momento mi preoccupa di più. Ho scritto che la scelta di Trump e delle destre è quello di risolvere il “trilemma della globalizzazione” sacrificando democrazia e giustizia sociale. La mia sensazione è che Calenda sia in questo momento uno dei più accaniti protagonisti di un gioco non troppo difficile da svelare. La sua riottosità nei confronti di Conte e di quel poco di sinistra che è rimasto tra le macerie degli ultimi decenni fa il paio con l’insofferenza dei notabili del Pd dinanzi alle timide ma chiare prese di posizione di Schlein. In generale, tutta la gestione più recente delle politiche nazionali ed europee stanno mostrando una sospetta convergenza: un periodo di emergenza come questo richiederebbe di nuovo una sospensione degli effetti della democrazia. Una neutralizzazione e un disprezzo che, per esempio, si intravvedono nella scelta tedesca di far votare l’imponente piano di riarmo riesumando il parlamento uscente, molto più addomesticabile di quello appena eletto. In piena continuità con la scelta di Bor-der-line di non investire il parlamento europeo di alcun potere di deliberazione sulle gravi scelte recenti. Ma gli esempi sono tanti e non è affatto difficile individuare nella nostalgia delle grandi intese una delle idee che orientano tante prese di posizioni politiche e che suonano più che sospette.

Credo si capisca adesso quale sia il senso di quel temerario accostamento da cui sono partito. Se noi leggiamo la sortita dei dazi all’interno di questo generale movimento, comprendiamo come essi non siano un messaggio di ostilità rivolto ai mercati e ai capitali, ma il tentativo di uscire dalla crisi della globalizzazione ridefinendola a partire da un’alleanza con gli stati nazione e mettendo da parte la democrazia e la giustizia sociale. Calenda, che tanto si agita contro le scelte di Trump, non fa che condividerne i valori e contribuire alla fine irreversibile degli ideali democratici. Ecco perché le grandi intese sono di nuovo a un passo: perché sia Trump che Calenda – e in mezzo c’è tutta la destra e tutta la sinistra neoliberale – condividono il progetto comune di spezzare il mondo, di proteggere la libertà del capitale e i profitti dei ricchi e perseguitare la dignità dei poveri lasciandoli sempre più poveri, senza più diritti e senza il fragile potere di cambiare le cose che avevamo affidato alla democrazia. La follia di Trump, purtroppo, non modifica lo stato di cose: spiazza negli strumenti che sceglie, ma è molto chiaro e conservatore negli obiettivi strategici che persegue.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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One Comment on “Trump e Calenda: un accostamento semiserio ma chiarificatore”

  1. Condivido tutte le critiche a Calenda, ma credo che il personaggio sia sopravvalutato, molto sopravvalutato. Sono convinto che tutto il suo deleterio agitarsi sia “inconsapevole”. Faccio cioè fatica a pensare ad un Calenda che si muove con coscienza “politica”, nel senso serio del termine. Se così non fosse l’imitazione di Crozza non avrebbe lo stesso successo.
    Su una cosa però sono d’accordo: Calenda è veramente convinto che “la globalizzazione e il neoliberismo non solo non hanno fallito ma sono le uniche pratiche economiche e politiche che devono essere applicate”.
    Il momento storico è drammatico. E’ in atto un feroce attacco verso gli ultimi (poveri, lavoratori precari, senza fissa dimora, immigrati, carcerati, giovani dissidenti etc.), condito di una disumanità che fa rabbrividire. Disumanità non più dissimulata ma ostentata con inaudita arroganza. Gaza: “Se ci resistete, uccideremo i vostri bambini. Spareremo deliberatamente in testa ai vostri figli. Massacreremo gli operatori sanitari. Distruggeremo sistematicamente tutti i vostri ospedali. Vi stupreremo e tortureremo come regola generale. Renderemo inabitabile tutta la vostra terra e poi vi cacceremo tutti e ce la prenderemo per noi. Assassineremo tutti i vostri giornalisti e bloccheremo l’ingresso ai giornalisti stranieri, in modo che nessuno possa vedere ciò che vi stiamo facendo. Mentiremo su tutte queste cose per tutto il tempo, e la faremo franca”.

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