Stiamo vivendo un tempo drammatico. L’umanità non ha mai vissuto un periodo così oscuro dal 1945. In questo tempo nuovi poteri selvaggi stanno mettendo in discussione le conquiste di civiltà, fondate sull’annuncio della Resistenza di una nuova società umana, cioè di un tempo e di una storia nuova; annuncio che ha dato luogo alla nascita dell’utopia delle Nazioni Unite, alle Costituzioni moderne, alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e al diritto internazionale dei diritti umani. Non v’è dubbio che il ritorno della guerra, in Europa, come in Medio Oriente e nel resto del mondo, rappresenti una contraddizione assoluta con la lezione che l’umanità aveva tratto uscendo dalla notte della Seconda guerra mondiale. Una nuova forma di fascismo globale incombe e avanza sotto molteplici forme.
Oggi ci troviamo di fronte all’impennata di un processo di destrutturazione dei valori della democrazia che è iniziato da molto tempo, trainato dai poteri finanziari globali che hanno preso di mira insieme la democrazia e i diritti dei lavoratori. Il riferimento obbligato è a quel documento che la società finanziaria JP Morgan, con sede a New York, leader nei servizi finanziari globali, ha pubblicato il 28 maggio 2013, sulla situazione economica nella zona Euro, contenente esplicite censure agli ordinamenti democratici. Il documento testualmente recita: «All’inizio della crisi si pensò che i problemi nazionali preesistenti fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire un’ulteriore integrazione dell’area europea. I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. Le carenze di tale eredità politica sono state rivelate dall’incedere della crisi: i paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, con esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».
Praticamente, in questo documento per la prima volta dei poteri finanziari sfidano apertamente gli ordinamenti costituzionali basati sui valori dell’antifascismo, e postulano la verticalizzazione del potere politico, la demolizione delle tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, la cancellazione della licenza di protestare, cioè la repressione del dissenso sociale. Dobbiamo constatare che negli ultimi anni la profezia nera della banca d’affari americana è entrata nell’agenda politica ed è stata messa in pratica dalle diverse forze che si sono alternate nel governo del nostro paese. Il progetto di verticalizzazione del potere insito nella riforma costituzionale Renzi, bocciata dagli italiani con il referendum del 4 dicembre 2016, è passato di mano e adesso si è incarnato nel nuovo progetto del Premierato e nella c.d. riforma Nordio della giustizia. La richiesta di cancellare la licenza di protestare si è incarnata nel disegno di legge sulla sicurezza approvato in prima lettura alla Camera che punta a criminalizzare le lotte sociali e a colpire il movimento dei lavoratori con l’invenzione di nuovi reati e con la definizione di pene spropositate per fatti di scarso rilievo penale. Ma quello che ci addolora di più, anche perché effettuato da forze politiche che, una volta si ispiravano agli interessi dei lavoratori, è il percorso di demolizione delle garanzie della dignità del lavoro, della libertà e della sicurezza dei lavoratori attuato mediante le riforme legislative che sono oggetto delle 4 proposte di referendum abrogativo promosse dalla CGIL.
Quando nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, il commento della comunità dei giuristi fu che finalmente la Costituzione entrava in fabbrica ed estendeva la sua presenza anche in quei territori del potere privato da cui era stata per lungo tempo gelosamente esclusa. L’art. 18, introducendo il sistema della cosiddetta stabilità reale del posto di lavoro, rappresentava la norma di chiusura che teneva in piedi tutto l’edificio dei diritti del lavoro. La sostanziale abrogazione dell’art. 18 effettuata dal Governo Renzi indebolisce tutto l’edificio dei diritti del lavoro ma – soprattutto – priva il lavoratore della sua dignità di cittadino, trasformando la forza lavoro in mera merce di cui le aziende possono disporre liberamente secondo il conto profitti e perdite. Questa tendenza alla mercificazione della vita viva dei lavoratori è confermata dalle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, oggetto del secondo referendum, e dalle norme che hanno liberalizzato il lavoro a termine, oggetto del terzo referendum, rendendo precaria la vita di milioni di persone. Il quarto referendum per l’abrogazione delle norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro, l’estensione della responsabilità all’impresa appaltante, interviene a tutelare i beni fondamentali della sicurezza e della vita stessa dei lavoratori, a fronte del tragico incremento delle morti sul lavoro, frutto delle liberalizzazioni selvagge e della condizione sempre più precaria dei lavoratori. Il quinto referendum sulla cittadinanza è altrettanto importante perché favorisce l’inclusione dei lavoratori immigrati nello spazio comune dei diritti.
Esiste un nesso inscindibile fra la salute della democrazia e la dignità del lavoro. Questo nesso è tanto più evidente nella Costituzione italiana dove il lavoro è posto a fondamento della Repubblica (art. 1). Abbiamo visto che da molti anni gli araldi del neoliberismo stanno portando avanti politiche di erosione dei principi costituzionali, ma nell’ultima stagione politica si è verificato un salto di qualità. Oggi nel nostro paese sono al governo forze politiche che hanno vissuto l’avvento della Costituzione repubblicana come frutto di una loro sconfitta storica e adesso intravedono l’occasione di una rivincita. Le riforme costituzionali messe in cantiere e le leggi speciali sulla sicurezza ed emigrazione sono tutte convergenti verso uno sbocco autoritario. La democrazia nel nostro paese sta attraversando una tempesta – sotto certi aspetti – simile a quella che abbiamo vissuto nella primavera estate del 1960 con l’avvento del governo Tambroni. Allora fu il movimento dei lavoratori che insorse a difesa della democrazia. Ci furono scioperi ed agitazioni in tutt’Italia. La situazione più drammatica si verificò a Reggio Emilia dove il 7 luglio una manifestazione sindacale di protesta finì in tragedia quando polizia e carabinieri spararono sulla folla provocando sette morti. L’indignazione che scosse l’Italia per quei fatti mise fine al progetto anticostituzionale del governo Tambroni ed aprì la strada a quella stagione dei diritti che culminò con le grandi riforme degli anni 70, a partire dallo Statuto dei lavoratori. Negli anni sessanta/settanta del secolo scorso è stata l’iniziativa del movimento dei lavoratori, la lotta per il salario, contro le discriminazioni, per i diritti delle donne, che ha promosso il cambiamento, ha bloccato il tintinnio delle sciabole ed i rigurgiti golpisti, ha aperto la strada a un processo di liberazione di tutta la società italiana, sviluppando in gran parte quella rivoluzione promessa che Calamandrei intravedeva nel tessuto della Costituzione.
Ora come allora il movimento dei lavoratori, attraverso l’iniziativa dei referendum, può arrestare il degrado della democrazia nel nostro paese e aprire un percorso di liberazione dai lacci di questo nuovo fascismo nell’interesse di tutto il popolo italiano. Non possiamo ignorare le difficoltà della battaglia referendaria perché la progressiva riduzione dello spazio del lavoro dipendente e la crescente sfiducia degli elettori nel sistema politico rendono arduo il conseguimento del quorum. E tuttavia la battaglia promossa dal sindacato per i diritti del lavoro non può essere confinata in una dimensione corporativa. Essa giova a tutta la società in quanto pone un argine alle politiche di mortificazione della partecipazione popolare che svuotano la democrazia dal di dentro e trasformano la politica in una mera competizione per il potere fra èlite. La lotta dei lavoratori per la dignità del lavoro si inserisce in un cantiere nel quale confluiscono le esigenze di contrastare lo spezzettamento dell’Italia, attraverso l’autonomia differenziata, e l’accentramento dei poteri, mediante il premierato e la riduzione dell’indipendenza della magistratura.
Il referendum può avere successo se noi convinciamo i cittadini italiani che in questo caso – a differenza che nelle elezioni politiche – il voto di ogni elettore conta veramente e può scompaginare i piani che puntano a sovvertire la democrazia che ci è stata consegnata dai nostri padri.
Come nel 1960, ancora una volta il movimento dei lavoratori può rendere un grande servizio alla democrazia nel nostro paese. Insomma in questi quei tempi oscuri sono tornate d’attualità le parole della celebre canzone di Fausto Amodei, per i morti di Reggio Emilia: «Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, infuria la bufera. / Ed il nemico attuale è sempre ancora uguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna. / Uguale è la canzone che abbiamo da cantare, scarpe rotte eppur bisogna andare».
