Autocrazia: come saldare capitalismo e nazionalismi

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Rinunciando a chiamare le cose col loro nome, e concedendosi distinguo neanche troppo sottili, per trent’anni sui mercatini mediatici e accademici si è venduta una paccottiglia populista la cui natura è stata inequivocabilmente rivelata dalla rielezione di Trump e dal Governo Meloni. L’azione di governo di entrambi, nel primo caso con piglio fulmineo, hanno rimesso in primo piano il nazionalismo etno-identtiario. In America è arrivato al potere il mai domo suprematismo bianco, in Italia gli ultimi eredi del fascismo hanno preso il sopravvento: parti però, l’uno e l’altro, di un movimento di portata planetaria. Sono ormai molti i paesi d’Europa, anche di antica tradizione democratica, in cui le elezioni hanno condotto al potere, o alle sue soglie, il nazionalismo identitario. Mentre anche fuori d’Europa, in India, Turchia, Filippine, nella stessa Russia, con le varianti del caso, il fenomeno si ripropone minaccioso.

Nel caso della destra ultrà italiana, capeggiata da Meloni, con Salvini a farle da concorrente, l’ascendenza è chiara. Tramite il fascismo, che ne fu forma estrema, la matrice la si trova nel nazionalismo di primo ‘900, fiorito allorché il paese era in transito verso il suffragio universale e il consolidamento del decollo industriale. Non ne ha ereditato la complessità culturale e ha a prima vista ha accolto i riti ufficiali della democrazia. Ma non riesce a nascondere un’antica e radicata insofferenza. Donde la ferocia con cui cambia le norme, e rimuove ogni contropotere, che contrastino le sue intenzioni. A confermare la sua ascendenza, l’ha appena celebrata in quel di Roma con una discussa mostra sul futurismo. Quel nazionalismo, si sa, non fu un fenomeno ristretto all’Italia, ma vanta un’ascendenza. Che consiste nella grande tradizione controrivoluzionaria: reazionaria, antiuniversalista, antipluralista, antipolitica, anti diritti dell’uomo, razzista, fatta d’idee, movimenti, partiti, tale tradizione è variegata e incoerente. Troppo spesso sottovalutato, è l’altro polo della modernità politica, che oppone l’autocrazia a quell’insieme di tecniche di governo collegiale e condiviso che chiamiamo rappresentativo-democratiche. Sono ormai due secoli che anima la vera alternanza politica che agita l’Europa. Rilegittimata dal “fascismo edulcorato”, come l’ha definito Marc Lazar, di Berlusconi, quel dolcificante si è esaurito con Meloni.

Vedremo cosa accadrà altrove. C’è da aspettarsi che la spietata determinazione con cui Trump e i suoi sodali stanno applicando i loro disegni facciano scuola, che divengano un modello seguito da altri e possano condurre a un generalizzato collasso le istituzioni democratiche, fiaccate da quasi mezzo secolo di politiche neoliberali. E qui sta il problema più grave. La filiera reazionaria, che la caduta rovinosa dei regimi fascisti aveva screditato, che era rimasta marginale nel trentennio dello sviluppo e tornata in auge allorché lo sviluppo si è esaurito, non è l’unico nemico del governo rappresentativo-democratico e dei valori sedimentati intorno ad esso. Nemico non meno temibile è il capitalismo. L’inimicizia stavolta è più complessa. I ceti capitalistici nascenti furono decisivi per inventare il governo rappresentativo-democratico. Il quale non ha ancora imparato a fare a meno del capitalismo. Mentre non è vero l’incontrario. Ciò malgrado il contrasto è irriducibile. La socialdemocrazia, che pure era scesa a patti con esso, ne era ben consapevole. Il capitalismo si fonda sul primato dell’interesse privato. Il governo rappresentativo-democratico si legittima invocando il bene pubblico. La pratica corrisponde di rado, ma i principi non si evocano inutilmente. L’incompatibilità si manifesta comunque e, quantunque capitalismo e democrazia siano riusciti a convivere, le forze politiche democratiche dovrebbero stare bene in guardia. Esattamente il contrario di ciò che è avvenuto.

Negli ultimi due secoli di storia europea l’autocrazia è prevalsa molte volte. Ogni volta i capitalisti – e i loro portavoce politici – si sono schierati in maggioranza dalla sua parte. Forse sta di nuovo accadendo. In coincidenza con la crisi della manifattura e il declino dei profitti le società democratiche hanno intrapreso un percorso inesorabile di sdemocratizzazione, oggi giunto al culmine. La sdemocratizzazione è occorsa a più livelli. Senza incontrare opposizioni efficaci, il postfordismo ha devastato il mondo del lavoro, la cui presenza organizzata era un contropotere fondamentale. Welfare e diritti sociali sono stati smantellati. Il solidarismo faticosamente penetrato nel senso comune ha ceduto il passo all’utilitarismo egoistico, alla riuscita personale, al merito, alla proprietà privata promossi a valori prioritari. Infine, oltre a sottomettere a una pelosa privatizzazione le amministrazioni pubbliche, che a modo loro costituivano un altro contropotere, le regole della contesa politica sono state riscritte. Non solo lo spettacolo mediatico ha ridotto le elezioni a lotteria, ma è invalso il principio che chi vince ha il diritto di governare senza vincoli. Chi ha inventato questo principio aveva in mente l’aziendalizzazione dell’azione di governo. E bastato invocare il popolo sovrano per conferirgli un velenoso significato democratico.

L’ultima mossa dell’odierna rapace variante del capitalismo è il suo pronunciamento a favore degli eredi della filiera reazionaria. Già ha messo a loro disposizione mezzi finanziari e un’enorme potenza di fuoco mediatica, anzitutto esasperando la questione migratoria. Molti segnali indicano che quest’ultima, artatamente amplificata, turba la pubblica opinione meno di quanto si dice. Forme di accoglienza meno caotiche l’avrebbero attenuata. Si è preferito sfruttare l’allarmismo e c’è di sicuro un nesso col disagio sociale crescente tra le popolazioni occidentali, non imputabile certo all’immigrazione, che anzi, a rifletterci, concorre ad attenuarlo. Sta di fatto che, come negli anni ‘20 e ’30, moderati e liberali spesso si accodano. Mentre le sinistre pagano i loro cedimenti. Quattro sopra tutti: hanno abbandonato la rappresentanza del mondo del lavoro e dei più deboli, hanno condiviso l’ubriacatura maggioritaria e hanno delegato ai tecnici l’azione di governo, hanno soprattutto celebrato il capitalismo come dispositivo neutro e virtuoso: che faccia senza intralci il suo mestiere.

In realtà, il matrimonio del capitalismo con la destra ultrà potrebbe essere segno che il primo sta incontrando difficoltà molto serie. Il neoliberismo ha perso smalto, l’assedio delle potenze emergenti è sempre più stringente, la crisi climatica è in atto. L’occidente a guida americana detiene paurosi mezzi militari, ma sul terreno della competitività perde colpi e i cittadini sono inquieti. Benedetta dagli elettori, ma soprattutto favorita dai cedimenti dei pretesi moderati e liberali, l’inclinazione alla brutalità dell’ultradestra potrebbe sottomettere chi provi a resistere. Non fosse che le sfide che favoriscono il matrimonio fanno tremare i polsi, mentre le società occidentali sono troppo complesse per arrendersi come un secolo fa. La brutalità si può usare sui migranti che sono indifesi, ma coi nativi serve più cautela. A meno, è possibile anche questo, di non finirla con le libere elezioni.

Orbene, se da qualche parte c’è ancora una sinistra d’opposizione, disposta a far ammenda dei suoi errori, sarebbe suo compito accelerare il processo. Oltre a denunciare gli oltraggi alla democrazia e ai diritti fondamentali, facendosi apertamente portavoce delle vittime del capitalismo rapace, pianeta incluso, riscoprendo la democrazia come governo condiviso della cosa pubblica. A sua volta, va detto, il capitalismo non è un dispositivo impersonale, ma un implacabile e avido sistema di potere. Non avendo ancora appreso come liberarcene, nei suoi confronti è necessario riassumere una postura critica: per disciplinarlo, restringerlo e contrastarlo. Si può tornare ad esempio a programmare e, in alcune sfere, quella dei beni comuni anzitutto, il capitalismo va sostituito. Circola l’idea che l’individualismo – ben più rancoroso che non possessivo – che il neoliberalismo coltiva con mezzi imponenti sia incomprimibile. Nulla vieta invece di pensare che più autonomia per gli individui sia compatibile con più solidarietà, più responsabilità reciproca e una vita collettiva più ricca.

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006), “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011) e "Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico" (Il Mulino, 2023).

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2 Comments on “Autocrazia: come saldare capitalismo e nazionalismi”

  1. Ma ecco qualche punto cruciale da puntualizzare:
    1) il “brutalismo” e persino il genocidio che (ri)emergono e si riproducono con la controrivoluzione del capitalismo “assoluto” (Balibar). Le lobby militari e poliziesche sono più potenti che mai e i governanti dei paesi dominanti sono loro asserviti per riprodurre guerre (con tagli alle spese sociali e sanitarie, ai settori pubblici).
    2) La volontà dei dominanti è di smantellare le conquiste economiche, sociali e civili degli anni ’68-80 (da Reagan a Thatcher e poi Clinton, Blair ecc.), per ristabilire il supersfruttamento e la neoschiavitù (in Italia con le economie sommerse al 35% del PIL -stima Eurispes- e circa 8 milioni di lavoratori -italiani e immigrati- fra semi-precariato e nero totale (la guerra alle migrazioni è innanzitutto per abolire diritti uguali ai nazionali e poterli schiavizzare).
    3) L’ex-sinistra ha spianato la strada al fascismo “democratico” oggi al potere (governo della minoranza degli aventi diritto di voto) che -scrive Mastropaolo- può fare quello che vuole (anche con politicanti improvvisati, cialtroni, parenti e camerati -ma in Francia e altrove non si è lontani). I Violante e Minniti potrebbero diventare membri del governo Meloni.
    4) Siamo nella più nera congiuntura del 2° dopoguerra; la resistenza alla deriva in atto c’è ma è dispersa, ha difficoltà a trovare convergenze e manca di referente politico credibile. Salvo imprevisti questa congiuntura durerà tanto

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