Gaza, l’informazione negata e l’ennesimo tradimento dei chierici

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Attacchi terroristici contro villaggi israeliani in Cisgiordania”: l’incredibile titolo scelto da Repubblica-on line dell’1 settembre con riferimento alla resistenza palestinese nella Cisgiordania occupata non è che la punta dell’iceberg (https://vll.staging.19.coop/societa/2024/09/04/israele-cisgiordania-e-falsi-di-stampa/), della montagna fatta di falsità, omissioni, deformazione della realtà, con cui i media occidentali stanno raccontando, da mesi, l’annientamento del popolo palestinese. Nulla di veramente inedito. Si pensi a come i nostri telegiornali, negli anni, ci abbiano abituati a sentir parlare dei “territori”, anziché dei “territori occupati”, per riferirsi a quanto illegalmente acquisito dall’esercito israeliano nel ’67. Il 7 ottobre ha tuttavia rappresentato una svolta, anche nella storia della mala informazione nostrana. Da allora siamo oltre: oltre l’immaginabile, oltre la decenza, oltre le regole minime della deontologia professionale. Negli sconfinati territori del grottesco e del surreale. Lo documenta molto bene il giornalista Raffaele Oriani, assurto per breve tempo agli onori delle cronache a gennaio per la lettera con cui ha comunicato la sua decisione di interrompere la collaborazione con la Repubblica, per protestare contro il modo inaccettabile con cui stava raccontando Gaza (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/01/09/gaza-e-la-reticenza-della-stampa-la-necessita-di-chiamarsi-fuori/).

Ora Oriani ha scritto un libro, che spiega in modo ampio e documentato le ragioni della sua scelta e denuncia le complicità della “libera” stampa nell’ennesimo tradimento dei chierici: Gaza, la scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori (People, 2024). L’espressione “scorta mediatica” è stata originariamente coniata per indicare il ruolo che la stampa può svolgere nel proteggere persone in pericolo, come cronisti anti-mafia e perseguitati politici, tenendo alta l’attenzione sulle loro vicende. È una formula efficace, che esprime la consapevolezza del ruolo dei media nel contribuire a informare e formare un’opinione pubblica critica. Ebbene, la tesi di Oriani è che, nel caso di Gaza, la scorta mediatica non è stata attivata: la stampa non si è fatta sentire come avrebbe potuto, e dovuto, non ha aiutato il grande pubblico a comprendere l’enormità di quanto stava accadendo, non ha incalzato la classe politica a prendere posizione. Quello che fin dal 15 ottobre l’israeliano Raz Segal, professore di Genocide Studies, aveva definito «un caso da manuale di genocidio» (ivi, p. 11) è finito, così, in un cono d’ombra, nonostante l’eccezionale quantità di documentazione disponibile.

Diverse sono le strategie su cui Oriani attira l’attenzione. Al di là della pura e semplice propagazione di falsità, come la notizia dei neonati decapitati o infilati nei forni il 7 ottobre, è la stessa rappresentazione di ciò che sta avvenendo a Gaza (e, si può aggiungere, in Cisgiordania) come una “guerra” a risultare fuorviante, così come il modo in cui vengono descritte le atrocità commesse dall’una e dall’altra parte. «Da subito – osserva Oriani – il linguaggio è stato terreno di conquista, e non solo in Italia: in Gran Bretagna, una ricerca di opendemocracy.net sul primo mese di copertura giornalistica di BBC One rileva che la parola “assassinio” è stata usata 52 volte per le vittime israeliane, mai per le vittime palestinesi, mentre per la parola “massacro” lo sbilanciamento segna 35 a 1. […] In generale, in questa “guerra” gli israeliani vengono uccisi, i palestinesi muoiono, e se al principe William scappa di dire che a Gaza “too many have been killed, ci pensa l’Ansa a rimediare traducendo: “troppi morti a Gaza”» (p. 22).

La riprova è nelle cronache degli ultimi giorni: gli ostaggi nelle mani di Hamas sono stati “assassinati”, o “giustiziati”, mentre le decine di vittime giornaliere delle bombe e dei proiettili israeliani fanno da contorno, sommandosi alla conta anonima dei morti. Dei primi conosciamo i volti, le storie, il mondo di affetti a cui sono stati sottratti. Difficile non provare un moto di empatia. I secondi – uomini, donne, anziani, ma soprattutto bambini, tanti bambini – sono solo numeri. Il frame, la “cornice” entro la quale vengono presentati i fatti, è sempre lo stesso: gli israeliani subiscono “stragi”, i palestinesi vivono un “dramma”: «da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra un dramma che non può consumarsi fino a quando non arriveranno tempi migliori». Con effetti, a tratti, surreali: «bombe che piovono, combattimenti che divampano, tragedie che capitano», senza che si capisca bene chi sono i responsabili e perché i combattimenti di questa strana “guerra” producono solo vittime palestinesi (pp. 22-28).

Il doppio standard non riguarda però solo il modo di ritrarre le vittime, palestinesi e israeliane, ma la diversa enfasi con cui le grandi testate giornalistiche, le emittenti televisive, le trasmissioni radio raccontano e commentano ciò che accade, rispettivamente, a Gaza e in Ucraina. Se la qualifica di “genocidio”, riferita da Biden alle azioni di Putin sin dall’aprile 2022, aveva incontrato il plauso della maggior parte dei commentatori, quando questa parola inizia ad essere usata – con ben altra plausibilità e autorevolezza (dalla Corte dell’Aja) – per descrivere lo sterminio dei palestinesi, si leva un coro indignato. Eppure «a Gaza si muore a un ritmo incomparabile con qualsiasi guerra del nuovo secolo» (dati Oxfam, a p. 52). Per limitarsi a un solo aspetto, nei primi 100 giorni della guerra in Ucraina sono stati uccisi 260 bambini; nello stesso arco di tempo, in un territorio molto più piccolo, i bambini palestinesi morti ammazzati sono quasi 12.000. Anche il numero dei bambini mutilati, destinati a rimanere invalidi per tutta la vita, non è paragonabile. La ragione è intuibile: in un caso ci troviamo di fronte a una guerra, terribile come tutte le guerre, in cui a morire sono prevalentemente soldati; nell’altro al massacro sistematico di un intero popolo, assediato, affamato, privato dei mezzi di sussistenza, a cui è stata intenzionalmente chiusa ogni via di fuga. Nonostante ciò, la maggior parte dei nostri opinionisti è rimasta fredda. Osserva Oriani: il 7 ottobre la stampa italiana «ha alle spalle un anno e mezzo di cronaca di guerra in Ucraina. I racconti intrisi di emozioni forti e giudizi inappellabili che avevano caratterizzato le cronache del fronte orientale, ora lasciano il posto all’evidente imbarazzo di chi punta essenzialmente a “troncare e sopire”. Notizie che, se addebitabili alle armate di Putin, avrebbero animato per giorni racconti e commenti di giornali e telegiornali, ora vengono relegate in posizioni al limite dell’invisibilità» (pp. 23-24). Non che Gaza scompaia del tutto dai riflettori. Ma, anziché del massacro, si parla d’altro. Di trattative inesistenti. Dei buffetti di Biden al troppo esuberante alleato. Del rinascente anti-semitismo, di cui rischia di essere bollato chiunque osi criticare il governo israeliano.

Ma la reticenza, e la vera e propria censura, operano anche in un’altra direzione. Ad essere oscurate non sono solo le sofferenze, e le voci, dei palestinesi (e di chi solidarizza con loro, anche molti ebrei), ma – incredibilmente – le stesse parole di ministri, parlamentari, esponenti autorevoli del mondo intellettuale israeliano. Parole chiarissime, pronunciate pubblicamente, senza vergogna, che dimostrano il carattere intenzionale delle azioni genocidarie. E che, per questo, imbarazzano chi è impegnato in una narrazione edulcorata dei fatti, in cui gli israeliani, in quanto ebrei, sono sempre “buoni” e ricorrono alla violenza esclusivamente per auto-difesa. Non c’è solo l’invito di Natanyahu ai soldati a replicare lo sterminio degli Amaleciti («uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini»), come da prescrizione biblica. O la sparata di un ministro (rimasto al suo posto), che invoca il lancio della bomba atomica su Gaza. Il 24 ottobre, invitato a commentare le parole del ministro Gallant, che ha chiamato gli abitanti della Striscia “animali umani”, il politologo Mordechia Kedar, “persona colta e rispettata che parla correntemente arabo”, sostiene che «paragonare i palestinesi agli animali offende gli animali». Qualche settimana dopo un generale a riposo, applaudito dal ministro Smotrich, afferma pubblicamente che lo scoppio di gravi epidemie nella Striscia di Gaza sarebbe un evento auspicabile, mentre la parlamentare Revital Gotliv dichiara che «non ci sono civili innocenti a Khan Younis. Tutti devono morire» e una sua collega appartenente a un partito “moderato”, alla sinistra del Likud, rafforza il concetto sostenendo che «non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi» e che «i bambini di Gaza se la sono cercata» (pp. 86-93).

Si potrebbero fare altri esempi della «deriva violenta, suprematista e apertamente razzista di tanta parte della società, della politica e dell’esercito di Israele» (p. 89). Una deriva che la nostra stampa ha deciso di non raccontare, e di non analizzare. Come ha deciso di non mostrare le immagini scioccanti, presenti nel web, dei prigionieri palestinesi legati, denudati e bendati, e quelle, ancora più conturbanti, dei video auto-prodotti e diffusi dagli stessi soldati israeliani, che posano accanto ai cadaveri dei gazawi, si filmano divertiti mentre ne saccheggiano le case, indossano per dileggio la biancheria intima di donne costrette alla fuga, se non seppellite sotto le macerie. Una nuova Abu Ghraib, alla luce del sole, di cui la Corte dell’Aja ha tenuto conto nell’avvalorare l’accusa di genocidio mossa dal Sud Africa, ma che la stampa ha deliberatamente ignorato. Se, dopo un mese di guerra in Ucraina, lo psicoanalista Massimo Recalcati si era prodotto «in una lunga disamina psicopolitica di Vladimir Putin, che “trae forza da una vocazione profondamente paranoica”», dopo mesi di massacri a Gaza le «evidenti patologie mentali che affliggono molti soldati e molti politici israeliani» non suscitano in lui alcuna curiosità. Commenta Oriani: «I nostri media non registrano quest’osceno inabissarsi della società israeliana dopo il trauma del 7 ottobre». Intendono in questo modo, probabilmente, «difendere Israele». Ma non si accorgono di «difendere con accanimento solamente la parte (e la versione, la possibilità), peggiore» (p. 100).

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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6 Comments on “Gaza, l’informazione negata e l’ennesimo tradimento dei chierici”

  1. ho pubblicato questo post sulla mia pagina facebook ed è stato rimosso con questa motivazione: “Questo viola i nostri Standard della community in materia di spam.”
    che, a sua volta, riportava a questo aspetto della ‘normativa’: “Non permettiamo contenuti che sono ideati per ingannare, fuorviare o sommergere gli utenti al fine di aumentare le visualizzazioni in modo artificioso. Questi contenuti distolgono l’attenzione delle persone dalle interazioni autentiche nelle piattaforme e possono minare la sicurezza, la stabilità e la fruizione dei nostri servizi. Cerchiamo altresì di impedire strategie abusive, che ad esempio diffondono collegamenti ingannevoli per attirare utenti ignari mediante funzionalità o codici fuorvianti o assumono l’identità di domini attendibili.
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    1. buongiorno a tutti, anche a me è successa la stessa cosa nel tentativo di condividere l’articolo su facebook, credo sia grave.

      1. Eh, sì… Certo che é grave.
        È la conferma che abbiamo un problema con la libertà di informazione. E che certi temi sono più sensibili di altri…

  2. Tutto vero. Ma dovremmo chiederci come è stato possibile che molti giornalisti e intellettuali di primordine si siano piegati a questa vergognosa deformazione della realtà. Come è possibile che questa scandalosa narrazione produca a Repubblica le dimissioni di un solo giornalista quando dovrebbe dimettersi l’intera redazione? Ci scandalizziamo di come gli intellettuali si siano piegati al fascismo e al nazismo negli anni 20 e 30 del secolo scorso e poi accettiamo che tutto ciò avvenga oggi sotto i nostri occhi senza battere ciglio?
    La dittatura non è un capo che parla da un balcone, ma una massa di pecoroni che stanno zitti quando dovrebbero parlare.

  3. … I metri e i cambi sono mutati per la spietata legge dei mercati….(Non bisognerebbe, Guccini)

    …Hai venduto l’anima al mercato?…
    Soldi soldi,money money, dinero….( Soldi , Litfiba) .

  4. Allucinante!
    Immagino abbiate immediatamente, e in via definitiva, chiuso l’account su facebook.

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