Un telefono vibra, è per l’avvocato Chiton. Ci sono dei lavoratori pachistani di una ditta di logistica che lavorano sette giorni la settimana per 365 giorni l’anno, dodici ore al giorno, o di più: quanto è necessario per consegnare e montare mobili di lusso per una grande ditta “etica”. Sono pagati quattro ore al giorno, come lavoratori delle pulizie. Schiavi. I sindacalisti dicono, bisogna imporre le otto ore giornaliere. Resta reperibile.
Una lettera arriva. È di una sconosciuta, Elvira. Racconta di sé, di una donna che aveva un ruolo importante in una grande boutique – poi declassata, isolata, umiliata. «Lei avvocato continui a baloccarsi con i suoi giochetti giuridici». Il telefono suona. Sono saliti sulla torre in restauro nella città storica quelli di una fabbrica della piana intorno. Vogliono gli stipendi non pagati, un tavolo con le istituzioni per la trattativa, hanno un progetto industriale per una fabbrica ecologica, integrata con il territorio. Resta reperibile. Risponde Chiton, avvocato del lavoro. Nel magnifico romanzo di Danilo Conte Il rumore degli anni (Milieu Edizioni, pp. 125). Altre lettere arriveranno di Elvira. Racconteranno la distruzione di una donna e del suo lavoro. Il suo sistematico, scientifico, annientamento. Il lavoro è identità, relazioni, affetti. Se nessuno ti parla perché sei allontanata da chi comanda, come maledetta; se non ci sei più per gli altri – allora non esisti. Chiton scoprirà chi è Elvira. Ma tardi.
Un’altra telefonata. Hanno licenziato il più giovane dei lavoratori pachistani che si è fermato dopo le otto ore, amato da tutti i compagni immigrati, Bilal. I sindacalisti dicono, è la scintilla, può partire lo sciopero – l’amore è un potente agente politico, nell’ingiustizia dominante. Sulla torre fanno irruzione, ma non è la polizia. Sono due restauratrici precarie. Chiederanno a Chiton se possono rivendicare anche loro dei diritti. Poi un vecchietto che lavora ancora per arrotondare la pensione, tagliata illegittimamente. Sarà un’altra consulenza ad alta quota. E quando davvero arriva la polizia, la moglie del Capitano è precaria della scuola, non ha avuto neppure la carta del docente. «Ma non si può fare nulla avvocato, le sembra giusto?». «No, bisogna insorgere ». «Certo! Nel rispetto della legge s’intende…».
Poi ci sono gli orchestrali di Torino (e Genova e Verona) che vogliono fare saltare la prima; i lavoratori dell’aeroporto di Brescia che rifiutano di caricare armi, si sono messi in contatto con i portuali di Genova. Intanto i picchiatori arrivano al presidio dello sciopero nella piana. «Qui in Italia non si sciopera. Se non vi sta bene tornate da dove siete venuti, in India. Ma è Pakistan. È uguale». Rispondi. Resta reperibile.
Chiton porterà Bilal e i compagni davanti alla facciata di Santa Croce. Di notte, sotto la pioggia, protetti dallo sportello del furgone con cui consegnano i divani di extra lusso. Hanno diritto alla bellezza. Loro che come massimo sogno hanno quello di poter vedere un giorno il centro. Ma non di Firenze. Di Campi Bisenzio. Mai usciti dal loro lavoro, dai loro capannoni, dai loro furgoni.
E poi c’è la vita personale di un avvocato del lavoro – anche se è tutta vita personale quella di un lavoro che ti fa incontrare il dolore del mondo, la ferocia volgare del lusso e dell’ingiustizia. Nella memoria un amore finito per dimenticanza. Perché lentamente nel corso del tempo ci si è persi. A un certo punto uno si volta e l’altro non c’è più. Poi c’è una figlia di poco più giovane di Bilal, con tutti i suoi casini, la sua solitudine da numeri primi. Poi ci sono le parole non dette, a un padre prima troppo impegnato, poi, quando ha cercato di esserci, pure lui dimenticato, perduto. E quelle parole tornano di notte, affacciati alla finestra, a guardare dentro la propria anima. Con il tempo che passa e tutto involve nella sua notte. Dentro il rumore degli anni.
Sono storie di lavoro liriche queste di Danilo Conte. Intime. Si sente l’emozione e la sofferenza del viverle, l’incanto di un abbraccio fra compagni. Si sente che parlano tutte del dolore e della tenerezza del condividere ingiustizia e battaglie. Alla fine anche della possibilità perfino di vincere un po’ nei tribunali. Dove si può essere tutti uguali (se non arriva a comandare il potere politico). Dove Chiton si presenta con la sua “faccia in prestito”: sicura, tranquilla, anche se dentro sa che sarà difficile. Difficile ma possibile.
Alla fine anche le figlie e le ex compagne forse non sono del tutto perdute. Arrivano biglietti e parole scritte, quelle che non si riescono a dire: Si possono scrivere, e le parole scritte sono come voci perdute e poi ritrovate. Si può vedere con la figlia I quattrocento colpi e poi portare il giovane Bilal a vedere il mare. Come Antoine Doinel nel grande film di Truffaut.

