C’è un pensatore coreano che si erge sulle onde della crisi per estrarre idee originali e interessanti che ben si confanno all’interpretazione della complessa realtà odierna. Byung-Chul Han ha tirato un forte sasso nello stagno della nostra società liquida con Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale. Ed ora ci sottopone a un’altra scossa, questa volta più ottimistica. Tesi che oscilla tra due poli: la palpitante e sensibile angoscia dei nostri tempi e il miraggio tangibile della speranza come unica risorsa per uscire dal guado.
Il saggista è nato a Seul ma ha fatto un bagno d’Europa, studiando a Friburgo e Monaco di Baviera, operando nella Berlino febbrile del momento. Il titolo programmatico dell’agile volumetto che sta scalando le classifiche di vendita è uno slogan riuscito: Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione. Un messaggio laico che però non esclude l’avvicinamento al credente. Non è un caso che l’ultimo libro di Papa Francesco s’intitoli Spera. Due poli che si toccano seppur con punti di partenza completamente diversi. Byung-Chul Han ci invita, per toccare con mano e mente lucida la speranza, a sognare ma a occhi aperti con un chiaro riferimento a un’utopia da costruire. Il sogno a occhi chiusi può essere un persistente incubo, mentre questo è solare, fattivo, concreto, benaugurante.
Il testo nasce da una profonda riflessione filosofica che si arricchisce con non pedanti citazioni sul tema: da Marthin Luther King a Heidegger, dall’I have a dream di una delle tante vittime dell’esecrabile violenza statunitense all’ontologia de L’essere e il tempo, pensatori che hanno cercato di dare una direzione al futuro. Come, esemplare anche per la propria parabola, Walter Benjamin. Scrive il saggista nella notte dei tanti tempi bui delle guerre: «Tanto più profonda è la disperazione quanto è più intensa la speranza. Ed è questa la dialettica della speranza. La negatività della disperazione la rende ancora più profonda. Quest’ultima, capace di volare ad alta quota, ha le radici piantate in profondità. Ed è questo che la differenzia dall’ottimismo, a cui manca del tutto la negatività. La speranza assoluta rende nuovamente possibile agire nel cuore della disperazione più profonda. Essa è riempita dalla fede incrollabile che ci sia un senso».
Il libro ci fornisce una bussola e un orientamento nel confuso divenire di un mondo in cui il senso sembra smarrito. C’è una via di salvezza personale, filosofica che può anche essere un cammino collettivo. «L’angoscia si aggira come uno spettro. Solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in più del sopravvivere». È un pensiero fortemente radicato nell’azione, nel linguaggio, nel recupero di uno scopo esistenziale. La descrizione del suo potere salvifico riconosce un valore aggiunto spirituale, la tensione verso questo approdo. Una stringente capacità letteraria (citazioni da Kafka, Paul Celan, esistenze inquiete e meditabonde) aggiunge fascino alla narrazione che è fatta, oltre che di minuti capitoli, di anelli stringenti ed evolutivi che mettono progressivamente a fuoco la meta da raggiungere. Chi spera sa che l’ultima parola su noi e il mondo non è stata ancora pronunciata. Ed è buona ragione per continuare a vivere.
La sorpresa è che questo messaggio, nonostante l’età non più tenera dell’autore, sta raggiungendo vaste fasce di giovani contribuendo al successo del libro nell’affermazione del principio: sperare per poter vivere. Da cui non si può esimere chi deve costruire il futuro.
