Nonostante l’autonegazione del giudaismo cui accenna Giorgio Agamben in un recente articolo (https://vll.staging.19.coop/rimbalzi/2024/10/11/la-fine-del-giudaismo/), mai come in quest’ultima fase, così controversa e compromettente (in cui la difesa si trasforma sempre di più in attacco espansivo e suscitatore di guerre, rinnovando così l’accusa che i governi antisemiti rivolgevano e possono ancora rivolgere a Israele) il Governo israeliano sembra riportare l’ebraismo alle sue radici abramitiche. Nella loro attuale politica, scrive infatti Anna Foa ne Il suicidio di Israele, i sionisti religiosi «si ispirano alla parola di Dio e ai testi sacri», la loro ideologia «prevede la ricostruzione dell’Israele biblica», della «Grande Israele biblica, Eretz Israel». I riferimenti biblici (a partire dagli stessi “Accordi di Abramo”) non mancano in Netanyahu, il quale, dice Enzo Traverso in Gaza davanti alla storia, evoca «la lotta implacabile degli ebrei contro [Amalek e] gli amalechiti» per la realizzazione e la «ridefinizione teologico-politica» dell’idea dello “spazio vitale” fondata su «una singolare combinazione di teologia e colonialismo», uno spazio vitale «la cui appartenenza agli ebrei è ora fissata dalle sacre scritture».
Cosa aveva fatto in effetti Abramo (il profeta condiviso da ebrei e islamici) col suo hinnèni, con il suo “eccomi”, se non confermare la sua assoluta ubbidienza a Dio, anche se questo atto comportava l’abbandono dell’etica con il sacrificio dell’amato figlio Isacco? A queste conclusioni alla fine degli anni Novanta del secolo scorso giungevano peraltro le riflessioni di Jacques Derrida sulla Genesi riprendendo le analisi kierkegaardiane. Alla responsabilità assoluta verso Dio si continua ancora oggi a sacrificare la responsabilità verso gli altri in generale. Ora però, a differenza di allora, in questa più vasta terra di Moria, non sembra esserci alcun Dio in grado di fermare il pugnale del cavaliere della fede sui discendenti di Ismaele, l’altro figlio del vecchio patriarca. Meglio dunque, almeno da questo punto di vista, la reazione dubbiosa di Giobbe, anche perché l’Uzita era un gher, uno straniero, un emiro ebreo-arabo.
Ora, se a causa non solo degli esecrabili fatti del 7 ottobre, ma anche del tremendo destino che il popolo ebraico ha dovuto subire nella storia, la difesa di Israele, di questo Stato-nazione (e perciò stesso, dice Agamben, dimentico delle sue radici giudaiche) viene assunta e condotta con questo dovere imprescindibile e con questa responsabilità assoluta, non sarà costretto anch’esso, come il suo antico capostipite, a sorvolare sulla responsabilità generale, ossia sui diritti umani e sull’etica? È quello che in effetti purtroppo avviene. Su questo elemento di irresponsabilità teologico-politica da parte dello Stato israeliano si sofferma tra l’altro anche l’interessante analisi dell’attuale riconfigurazione del rapporto dialettico servo/discepolo/Israele-padrone/maestro/Stati Uniti che Giuseppe De Ruvo svolge nell’ultimo numero di “Limes” (La notte di Israele, 9/2024). La tragedia che si sta compiendo sotto i nostri occhi consiste nel fatto che un’ennesima strage degli innocenti (da una parte e dall’altra, ma sempre incredibilmente più dalla parte palestinese che da quella israeliana) venga intesa e quasi generalmente accettata come il prezzo da pagare per poter colpire solo coloro che si ritengono colpevoli. Certamente, la sua storia dà tutto il diritto a Israele di difendersi da quelli che, per le loro pur comprensibili ragioni, vorrebbero negarne l’esistenza. Per quanto dura, però, la sua difesa dovrebbe e avrebbe dovuto prevedere piani per garantire il più possibile la vita delle popolazioni inermi, non piani per sacrificarla o per giustificarne il sacrificio come inevitabile danno collaterale. Il dramma che nel frattempo si sta parallelamente allestendo sotto gli occhi del mondo è che questa strage del popolo palestinese e in parte anche libanese, attuata per colpire i capi di Hamas e di Hezbollah, con l’inarrestabile avanzata delle destre estreme in Europa (anche quelle filoisraeliane), non può non avere conseguenze su Israele e sull’intero popolo ebraico. Da qui il timore di Anna Foa per la solitudine e per il suicidio di Israele.
Certo, l’amore, diceva Amos Oz nel suo testo del 2004, Contro il fanatismo, non è «la virtù grazie alla quale si possono risolvere i problemi internazionali». Purtuttavia questo sentimento rappresenta non solo la possibilità affettiva che ci consente di riconoscere l’altro, ma anche la possibilità dialettica di riconoscere nell’altro se stessi. E non potrebbe essere proprio questo il caso emblematico in cui la vittima per eccellenza, cioè il popolo ebraico, può riconoscere se stessa nell’altro popolo che Israele vittimizza, cioè il popolo palestinese? Il problema, però, ricorda Gideon Levy (giornalista ebreo di Haaretz), è che l’occupante israeliano per crearsi una copertura mentale e quindi per vivere con la coscienza in pace nonostante la palese ingiustizia nei confronti del popolo palestinese, non solo crede ancora di essere il popolo eletto al quale quindi si possa giustificare qualsiasi cosa, non solo cioè continua ancora a presentarsi esso stesso come vittima, ma deumanizza sistematicamente le sue vittime, cioè i palestinesi. Lo scontro tra Israele e Hamas d’altronde è sempre stato caratterizzato dalla sproporzione militare, specialmente in quest’ultima fase, sottolinea Pier Luigi Battista in un articolo uscito su Il Foglio il 24 febbraio 2024, L’Olocausto sconsacrato.
Sicché, viene da chiedersi, per quanto possa apparire una pia illusione, proprio in ragione del suo particolare e tragico destino, Israele non dovrebbe evitare di far coincidere la sua attuale e tremenda azione su Gaza e sul Libano (e ora sembra anche sull’Iran) con quella che Abramo stava per compiere sul monte Moria? Ma è possibile una scelta del genere? Dopo aver messo alla prova Abramo, all’ultimo momento Dio ha inviato un angelo che ha impedito il sacrificio di Isacco. Ma qui, in quest’altro e a lungo martoriato angolo di mondo, in questa straziata striscia di terra, di angeli non se ne vedono e tanto meno divinità capaci di sventare disastri. Qui e là si nota invece qualche Ubu attempato, sulle cui teste il cielo si oscura ogni giorno di più, gravato dalle ampie ali del malàk hamàvet, dell’angelo della morte. Già, in questa vasta terra di Moria che ormai è il mondo, su questo pianeta che sta ormai diventando un immenso altare sacrificale, senza ragione e quindi per una fede a-razionale, gli Abrami di turno, convinti di avere la verità in tasca, compresa un’alleanza quasi esclusiva con il rispettivo popolo, immolano quotidianamente centinaia di vittime, di figli che il messaggio divino, il racconto sacro, pur con tutte le sue contraddizioni, suggerisce di amare. E tutte le Costituzioni e le Carte dei diritti delle società civili, specie quelle sancite dopo le periodiche guerre, non ci esortano forse a chiare lettere di rispettare gli altri e persino di ripudiare la guerra come «strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali», di «promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»? Ma siamo sempre punto e daccapo: quando la responsabilità verso la propria verità diviene assoluta non c’è nessuna via di scampo per la responsabilità generale, i cui trattati e i cui testi, che la riportano come un imperativo, diventano subito carta straccia, le parole solo fumo, hèvel, vanità delle vanità. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
Oggi, in effetti, non solo in Germania, ma in molte parti del mondo, gli attacchi antisemiti sono in aumento. Sicché, considerata l’attuale situazione critica internazionale, potrebbe accadere che al momento dell’elezione del nuovo cancelliere federale si candidi un esponente di Alternative für Deutschland, un partito di estrema destra. Forse anche allora, chi lo sa?, potrebbe essere eletta una giovane donna, sull’esempio italiano. E, malgrado l’attuale incondizionato sostegno a Israele da parte della Germania – sostegno che, dice Traverso, ha la forza di una “ragion di Stato” – la storia del Novecento suggerisce che le conseguenze di un tale possibile avvicendamento ai vertici della classe dirigente tedesca potrebbero essere del tutto diverse da quelle che, rispetto ad esempio al tema degli immigrati e dei migranti, si registrano già ufficialmente in Italia con l’istituzione in Albania di “campi di contenimento” da parte dello Stato. «[L]a ragion di stato – precisa Traverso – si riferisce a un potere politico che viola i principi etici in nome di un interesse superiore» e nel caso di Abramo si tratta dell’interesse superiore della fede o della responsabilità verso Dio. Il realismo politico di Israele “calpesta la morale per affermare il potere”; nel caso di Abramo la fede calpesta la morale degli uomini per affermare il potere di Dio.
L’antisemitismo, ammonisce inoltre Traverso, non è mai morto del tutto nel mondo, e conoscerà «una spettacolare recrudescenza». Sembra però che Israele, fa notare lo storico, nonostante il suo triste destino, abbia «adottato il linguaggio e i vecchi pregiudizi razzisti, che ora trasferisce sui palestinesi». E ciò, ricorda citando il giornalista israeliano Yehuda Elkana, si potrebbe vedere come una «tragica e paradossale vittoria di Hitler», come se il nazismo avesse influenzato e modellato “l’immaginario israeliano”. «La distruzione di Gaza da parte di Tsahal» [cioè delle forze di difesa israeliane, Israel Defence Forces], leggiamo ancora in Gaza davanti alla storia, «ricorda quella del ghetto di Varsavia». «La posta in gioco oggi – si afferma alla fine di questo accorato saggio – non è l’esistenza di Israele ma la sopravvivenza del popolo palestinese. Se la guerra a Gaza dovesse concludersi con una seconda Nakba, la legittimità di Israele sarebbe definitivamente compromessa. In tal caso, né le armi americane, né i media occidentali, né la ragion di stato tedesca, né la memoria distorta e oltraggiata della Shoah potranno riscattarlo». Dopo quella possibile conclusione, a fronte anche degli schieramenti e delle nuove alleanze tra le diverse potenze mondiali che si sono create e che si vanno via via creando attorno alla guerra in Ucraina e al massacro in Palestina (scenari parziali di un terzo conflitto mondiale in atto), visto che queste due tragiche vicende coinvolgono entrambe le alleanze, come si potrà confutare colui che prima o poi oserà affermare che Hitler e i nazisti avevano ragione quando vedevano negli ebrei la causa della guerra mondiale? Non sarà allora anche questo per le destre un significativo pretesto per tentare di riscrivere la storia?

Sarò prosaico.
Israele sta perseguendo da sempre il fanatico progetto sionista di occupare la terra che Dio gli ha dato (sic!). Oggi più che mai si tratta di uno Stato razzista e fascista che pratica con assoluta disinvoltura il terrorismo. Noi, cosiddetto occidente evoluto, dovremmo intervenire per fermare questo delirio, ma, evidentemente, tra i due padroni, abbiamo scelto di “servire mammona”… In Medio Oriente, di cui Israele è fedele gendarme, miliardi di dollari ruotano intorno al commercio di armi, petrolio e gas.
“L’ULTIMO GIORNO D’OCCUPAZIONE SARA’ IL PRIMO GIORNO DI PACE”. Marwan Barghouti leader palestinese torturato e incarcerato nelle prigioni sioniste.