Sarà forse per effetto della brutale aggressività con cui, sulla scia di Trump, le destre sempre più si muovono sugli scacchieri nazionali e internazionale, ma, finalmente, anche in Italia inizia a circolare il timore che sia in atto una involuzione democratica dai tratti autoritari.
A lungo – due anni e mezzo di Meloni al governo sono un periodo di tempo lunghissimo – in tanti hanno, più o meno consapevolmente, rifiutato di guardare apertamente la realtà per quello che è. Ne è significativa spia il persistente riflesso che continua a indurre molti a definire quello in carica un governo “di centrodestra”: definizione che già era inadeguata a rendere fino in fondo i tratti ideologici degli esecutivi guidati da Silvio Berlusconi e che risulta ridicola se riferita al governo in carica (allo stesso modo in cui è ridicolo definire “conservatrice” l’amministrazione Trump).
Il populismo di Berlusconi è ben noto e studiato, a partire dal personalismo narcisistico – ci ricorda qualcuno? – con cui ha connotato la propria permanenza al potere. Numerose politiche realizzate dai suoi governi risultano oggi anticipazioni delle agende delle destre mondiali: il confessionalismo di facciata, l’ostilità per i migranti, la riduzione dello Stato sociale, le politiche fiscali regressive. Persino l’ostentazione della volgarità rientra in questo schema. E c’è di più. La repressione poliziesca – tratto tipico dei regimi autoritari – delle manifestazioni di protesta contro il G8 di Genova del 2001, compiuta sotto il suo secondo governo, è stata definita da Amnesty International una «violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente». Oltre alle condanne subite dai funzionari delle forze dell’ordine e dallo Stato italiano per i gravissimi abusi compiuti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato la violazione del divieto di tortura e di infliggere trattamenti inumani e degradanti (pronuncia del 7 aprile 2015). D’altro canto, stiamo parlando di un esponente politico il cui livello di sensibilità democratica è certificata da dichiarazioni del seguente tenore: «Per un certo periodo Mussolini fece cose positive, e questo è un fatto confermato dalla storia» (intervista al Washington Post, 27 maggio 1994); «Quella di Mussolini era una dittatura molto più… benigna. Mussolini non ha mai ammazzato nessuno. Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino» (intervista a The Spectator, 11 settembre 2003); «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene» (Milano, inaugurazione del monumento ai deportati alla stazione, 27 gennaio 2013 [giorno della memoria]); «Mussolini proprio un dittatore non era» (Roma, in occasione della presentazione di un libro, 13 dicembre 2017).
Su questa scia, la leader del governo in carica ha ripetutamente dichiarato, in modo esplicito, di avere in Giorgio Almirante il proprio riferimento ideale. Merita brevemente ricordarne i tratti biografici fondamentali: giornalista e poi caporedattore del quotidiano fascista militante Il Tevere; segretario di redazione de La difesa della razza, la rivista-faro dell’antisemitismo e del razzismo italiano; capo di gabinetto del ministro della cultura popolare della collaborazionista Repubblica sociale italiana (nella cui veste firmò un ultimatum che prevedeva la fucilazione nella schiena dei partigiani che non si fossero consegnati entro il 25 maggio 1944 agli italiani o ai tedeschi); tra i fondatori del nostalgico Movimento sociale italiano, di cui fu poi a lungo segretario; ammiratore di dittatori fascisti del calibro di Franco, Salazar, Papadopoulos, Pinochet. Insomma: solo la disonestà intellettuale (nell’ipotesi peggiore) o la rimozione psicoanalitica (nell’ipotesi migliore) può spiegare la ritrosia a etichettare come di “estrema destra” chi rivendica di collocarsi nel solco di una tale eredità politica.
Si spiega certamente in quest’ottica il recente decreto-legge c.d. sicurezza, norma-simbolo di una visione politica che sul piano ideale sembra più agevolmente ascrivibile alla repressione che alla prevenzione del disagio sociale: vale a dire, alla “democrazia illiberale” di Orban, anziché alla democrazia “fondata sul lavoro” prefigurata dalla nostra Costituzione. Un intervento normativo – si badi – approvato da tutti i partiti della maggioranza: dunque ascrivibile anche a quelle forze che qualcuno si ostina, a dispetto della realtà, a considerare “moderate” (quando, peraltro, a fugare ogni dubbio, basterebbe considerare lo sprezzo mostrato dal ministro degli Esteri per alcune iniziative della Corte penale internazionale).
Insomma: è giunto il momento di iniziare a chiamare le cose con il loro nome e di riconoscere, apertamente, il pericolo derivante dalla involuzione democratica e dalla deriva autoritaria in atto. Un pericolo di cui – sia consentito dirlo – sarebbe bene si prendesse consapevolezza anche al vertice della Repubblica, rifiutando di dar corso alla demolizione, formale e sostanziale, delle garanzie costituzionali poste a tutela della libertà dei cittadini che il governo sempre più apertamente persegue.
In homepage, Mario Sironi, Vittoria alata, 1935, Milano, collezione Isolabella

A tutto ciò che Francesco Pallante ha scritto, con rigore e chiarezza, andrebbe aggiunta, fresca fresca di giornata, l’ indicazione dei festeggiamenti ” sobri” per l’ Ottantesimo della fine del nazifascismo.
Domani e dopodomani e ancora, sicuramente ci saranno altri insulti, nel -duole dirlo- silenzio indifferente dei cittadini ( ?) , ma se la verità non viene compresa, occorre sempre continuare a ribadirla e ancora e ancora.
Per questo ringraziamo Francesco Pallante.