La sinistra e il papa

Download PDF

Sono trascorse quasi due settimane dalla morte di Papa Francesco. Un tempo pubblico che solitamente basta a digerire qualunque tragedia, figuriamoci la morte dolorosa ma annunciata di un anziano signore. Non sto certo affermando che questa rapidità nell’elaborazione del lutto sia positiva, sto semplicemente constatando i tempi che la società dello spettacolo concede alle nostre morti collettive.

Mi trovo così a riconoscere un paradosso. Sembra quasi che adesso sia più semplice per la comunità dei credenti guardare avanti e concentrarsi sulle grandi manovre politiche della successione (il Conclave, per cui anche un giornale un tempo di sinistra sembra riservare la stessa morbosa attenzione di un maniaco nei confronti delle sue prede), mentre per i laici di sinistra che in questi anni hanno proiettato sulla figura di Bergoglio tutto il loro (modesto) riconoscimento pubblico dimenticarsene risulta più arduo. Immagino che ciò sia del tutto comprensibile: per un credente “morto un Papa se ne fa un altro”, ma per un non credente al dolore della perdita si affianca la preoccupazione non detta della normalizzazione: è proprio perché “morto un Papa se ne fa un altro” che Bergoglio ci mancherà, probabilmente. Perché sarà sostituito come successore di Pietro, per i credenti, ma non sarà sostituito come unico argine alla regressione politica su scala planetaria.

Ma accanto a questo paradosso, c’è anche un’altra questione che mi ha incuriosito – non direi turbato, piuttosto divertito – in queste settimane. Ed è l’accesa polemica della sinistra anticlericale e illuminista contro la sinistra ridotta a rimpiangere un Papa. Una polemica un poco anacronistica e non troppo elegante, se posso permettermi. Ma che serve forse a chiarire un paio di punti fondamentali della storia d’amore – in effetti un inaspettato colpo di fulmine – tra la sinistra e Bergoglio. E allora provo a prendere sul serio la questione che polemicamente viene rivolta con tono imbarazzato da alcuni amici e compagni – per fare solo l’esempio più autorevole: dalla rivista Micromega – a coloro che “ancora non riescono a crederci”: è lecito per una sinistra coerente con la propria cultura occuparsi della morte di un Papa e addirittura santificarlo laicamente, facendone un eroe e lasciandogli un posto d’onore nel Pantheon dei nostri eroi?

Per conto mio, la questione si risolverebbe in breve e con un po’ di autoironia: non c’è nessuno di quelli che in questi anni “hanno amato” Bergoglio che non sia disposto ad ammettere di quanto tale circostanza sia stata inaspettata, surreale e contro ogni logica politica e culturale. Che l’ultimo profeta pubblico cosmopolita della sinistra sia stato un Papa o è un segno di grazia o è un segno di follia. E siccome nessuno di noi crede alla grazia, non può che essere follia. Il che mi permette di dare un piccolo suggerimento ad alcuni intellettuali di sinistra: bisogna rassegnarsi all’evidenza che il mondo è impazzito e se lo prendiamo troppo sul serio rischiamo davvero di non capirlo più. Ciò nonostante, provo a rispondere sul serio all’accusa degli amici di Micromega, ma non per vincere una disputa, piuttosto perché credo che la risposta a questa domanda dica molto più di ciò che può essere la sinistra attuale che di ciò che riguarda la morte del Papa (da laico, non ho intenzione di occuparmene più). Innanzitutto, quella domanda si può e si deve leggere su due piani: uno del tutto formale e uno sostanziale.

Il primo piano riguarda – come dire – una legittimazione di diritto: la storia della sinistra non può per principio accogliere tra i propri eroi un Papa, anche se invece di Bergoglio si chiamasse Che Guevara. Il principio di esclusione risale per qualcuno a Marx e alla sua scomunica della religione, per altri alla genealogia moderna della sinistra che, dunque, sorge facendo fuori ogni stato di minorità precedente, ogni oscurantismo, sovranità legittimata dall’alto, ogni idolatria giustificata con argomenti sovrannaturali. Banalmente, mi pare che in questa esclusione formale vi sia un anacronismo ideologico che denota probabilmente una resistenza a leggere le trasformazioni in atto dei processi sociali. L’ho scritta difficile, chiedo scusa al lettore. Ma significa bonariamente questo: davvero possiamo ancora pensare, come duecento anni fa, che il nemico fondamentale del popolo è ancora la religione e che lo strumento fondamentale dell’emancipazione sia la razionalità? Da questo punto di vista rilancerei la questione, non si tratta di scegliere tra Bergoglio e la sinistra, ma tra un illuminismo primitivo e Marx. Perché in fondo già Marx aveva chiarito la questione, senza per questo concedere nulla alla religione. Che resta certo oppio dei popoli, ma non è che un’alienazione secondaria rispetto alla falsificazione delle nostre vite cui ci riduce il capitalismo. Ecco, questa diagnosi – che allora appariva per certi versi ardita e oscura – mi pare ormai di un’evidenza solare, tanto che una sinistra che continui a prendersela prima di tutto con la religione invece che col capitalismo mi pare francamente come Hiro Onoda, l’ultimo giapponese che combatte una guerra già finita. Con un’aggravante: che intanto il capitalismo ha dichiarato una guerra molto più cruenta di quella che il povero giapponese illuminista di sinistra sta combattendo. La tesi di Marx non solo si è realizzata, ma si è allargata fino al punto che la secolarizzazione ha riguardato la marginalizzazione della religione come fenomeno sociale, sostituita ormai dal monoteismo del capitalismo. Il mondo a maggioranza atea e anticlericale non ha emancipato le nostre forme di vita: gli atei sono diventati devoti, avidi, legittimato la crudeltà del potere e deprivato i diritti di ogni dimensione sociale, infine hanno creduto nel feticcio dei feticci, che non è Gesù ma è Mammona. Il minimo che possiamo dire oggi è che un mondo secolarizzato non è un mondo più emancipato. Se non partiamo da qui, persino l’illuminismo primitivo mi sembra essere nient’altro che una tesi postmoderna (frase complicata ma non inutile, me ne scuso comunque con i lettori).

E qui veniamo al punto di vista sostanziale della polemica. Quali sono i motivi per cui Bergoglio è stato così seduttivo e sono motivi tali da giustificare la scelta di farne non dico un eroe – siamo tutti brechtiani, crediamo che un popolo non abbia bisogno di eroi – ma un punto di riferimento collettivo? La mia risposta è ovvia. E non perché voglia fare un culto o un altare per Bergoglio, ma perché voglio fare un culto o un altare per alcune categorie che la sinistra ha dimenticato e che è necessario recuperare.

La prima parola, la più importante. Mentre sono decenni che la sinistra evoca con una mirabile indeterminatezza sia “la crescita delle diseguaglianze sociali” sia “la crisi ecologica”, non provando minimamente a dire con chiarezza che entrambe le cose non sono effetti collaterali o accidentali del capitalismo, ma ne sono effetti strutturali e necessari, dobbiamo a Bergoglio di avere spezzato l’ordine conformista e ipocrita del discorso. Tra coloro che si sono trovati ad esercitare una forma materiale o simbolica di sovranità planetaria, Bergoglio è quello che ha detto con chiarezza e coraggio ciò che i leader di sinistra non hanno avuto il coraggio di dire per decenni: non si tratta di fenomeni sociali che accadono esattamente come i bambini nascono portati dalla cicogna. Un Papa anticapitalista, dunque? Ora non esagererei. È ovvio che questa critica così radicale è più di natura etica che scientifica. Se la prende con l’etica del capitalismo, non con la politica del capitalismo. E come tutte le diagnosi etiche, in fondo concede al capitalismo una speranza che le cose possano essere diverse da quel che sono. Ma veniamo da decenni in cui – anche per responsabilità di aree culturali che, complice l’era berlusconiana, ci hanno convinto che la sinistra deve difendere la libertà di individui razionali, non più emancipare la vita agra di quegli esseri sporchi, brutti, irrazionali che chiamiamo oppressi – nessuno ha osato dire ciò che era sotto gli occhi di tutti. Abbiamo difeso la democrazia da Berlusconi, mentre il capitalismo la metteva sotto tutela, la trasformava, infine la annichiliva. Sinceramente credo che nessuno di quelli che in queste settimane hanno riconosciuto a Bergoglio questa radicalità lo hanno dipinto come un Papa marxista. Come il Papa dei poveri, questo sì. E come il Papa che non difende genericamente i poveri, ma se la prende coi ricchi senza ipocrisie e diplomazie, anche. Il suo merito più grande è dunque aver finalmente sfidato la rimozione politica della genealogia della crisi: non limitandosi a dire che la crisi c’è, ma anche a denunciare da dove proviene. È poco? Può darsi. Ma nel deserto di sinistra che abitiamo, è stata una goccia traboccante. Concederglielo non vuol dire certo essersi convertiti sulla via di Damasco, suvvia.

La seconda parola, credibilità. Scontata, ma forse per questo sottovalutata. Specie dalle classi dirigenti della sinistra che da venti anni quando sentono parlare di credibilità fanno smorfie, cambiano discorso, contano le farfalle. Bergoglio è sembrato uno che se costretto a scegliere tra i valori e il potere, sceglieva sempre i valori. Mi pare una lezione magistrale per i politici che si dichiarano contro le diseguaglianze e poi votano il Jobs act; per quelli per cui rappresentare la sinistra vuol dire fare la rivoluzione, ma senza la loro personale poltrona parlamentare… mi dispiace, la rivoluzione non si può proprio fare; per gli intellettuali che vanno in televisione a dire che non cambiano mai posizione mentre stanno cambiando posizione. Paradossalmente, la sua credibilità si è manifestata anche nelle posizioni – che sono state tante ovviamente – del tutto conservatrici e poco attente alla sensibilità contemporanea sui diritti. Non è mai stato compiacente e non è mai stato un compagno, ma un fedele servitore della parola in cui credeva. Non sarebbe stato molto più sospetto un eccesso di confidenza? Ci sono battaglie che abbiamo condiviso e altre che non abbiamo condiviso. Il punto fondamentale da riconoscere è che il discrimine non è mai stata la convenienza del potere, ma la coerenza rispetto ai propri valori.

La terza parola è la più controversa di tutte ed è proprio modernità. Come ho già avuto modo di scrivere, Bergoglio mi pare abbia realizzato almeno un po’ la promessa conciliare di fare pace con la modernità. Non ha avuto paura della modernità e dell’uomo adulto che si ribella agli stati di minorità. Forse per la sua convenienza geografica, è stato consapevole sia delle conseguenze della secolarizzazione sia delle derive post-secolari. Più di noi, ha denunciato con chiarezza la fine della politica, riconoscendola soprattutto nel fallimento della guerra come nuovo ordine del mondo. Un Papa che implora il primato della politica mentre a sinistra non abbiamo ancora capito nulla e pensiamo che la modernità sia ancora minacciata dalle religioni, mentre il capitalismo ha congedato sia la modernità sia la razionalità sia la politica, per sostituirli con un neofeudalesimo, l’irrazionalità del consumo e del godimento individuale, la guerra come logica primitiva di convivenza.

Perché dovremmo non riconoscere questa sua eredità? Perché siamo essere razionali? Ma la modernità razionale finisce nell’atto stesso in cui essa stessa si pone, con Kant. Che da un lato ci dice che la razionalità non è un progetto trionfale, ma critico e anche autocritico. E d’altro lato ci ricorda che la razionalità è uno strumento, non un fine: serve a permettere agli uomini (e anche alle donne e agli altri esseri viventi, ma questo era chiedere troppo a Kant, un tipetto a suo modo molto curioso) di riconoscere i propri stati di minorità e trovare il modo per venirne fuori. È proprio perché tengo al mio illuminismo che ho apprezzato Bergoglio.

La storia di (poche) vittorie e di (tante) sconfitte della sinistra credo che ci abbia insegnato proprio questo. In primo luogo, che l’essere umano è un essere complesso: misero, razionale a volte e spesso bisognoso di affetti, corpo che lavora e coscienza di sé. L’illuminismo che dobbiamo difendere è la dignità di quest’essere umano così sporco, non della sua pura razionalità. In secondo luogo, che questo essere umano forse può, certamente ha bisogno di uscire da stati di minorità sempre più evidenti: schiavitù chiamata lavoro, ignoranza spacciata per cultura popolare, autodeterminazione per interposta induzione. Contro tutti gli individualismi e i singolarismi postmoderni (che tanto hanno sedotto una certa sinistra), emancipare quell’essere umano che da solo non ce la fa: è questo la vera eredità dell’illuminismo di sinistra. Una volta tanto che un Papa – dal suo punto di vista, senza concedere nulla quanto alle proprie posizioni culturali e senza astuzie politiche – riconosce contro il postmoderno che avanza la necessità di allearci per far uscire gli esseri umani dalla loro minorità che facciamo, non gli concediamo neanche l’onore delle armi? Ecco, non mi pare tanto ragionevole.

PS. Che poi, diciamolo, io preferisco mille volte chi si scandalizza per la povertà dei poveri che chi difende accanitamente la libertà formale che può essere dell’oppresso e dell’oppressore, del lavoratore povero e dell’intellettuale che svolge beatamente il suo lavoro e magari diventa pure un personaggio pubblico. D’accordo, era meglio non scriverlo: questa è chiaramente una mia perversione.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “La sinistra e il papa”

  1. Grazie, questa risposta ci voleva proprio.
    Da parte mia aggiungerei che ci sono anche motivi tattici ed etici che hanno SEMPRE portato ad un’unione a sinistra tra illuministi e “cattocomunisti”, che senza scomodare la teologia della liberazione abbiamo avuto in Italia cattolici che si mobilitarono per il divorzio e forse persino per l’aborto, distinguendo la religione privata dalla laicità dello Stato.
    Sono inoltre valsusino, e quindi senza bisogno di scomodare padre Zanotelli, Don Gallo, Don Ciotti e Don Milani, il movimento per l’obiezione di coscienza e il movimento No Tav devono molto a persone religiose, e l’offesa a Bergoglio mi sembra anche un po’ un’offesa ad Alberto Perino. Forse Micromega potrebbe imparare che è più produttivo condividere le battaglie, come fanno da anni in valle anarchici e “cattolici per la vita della valle”.

Comments are closed.