Tavares lascia Stellantis: senza rimpianti di alcuno ma con una liquidazione di 100 milioni (o, secondo altre fonti, di soli 35). Finge di scandalizzarsi persino Repubblica che, il 3 dicembre, si spinge a definirli “troppi”, salvo tranquillizzarci, subito dopo, con l’annuncio che “la buonuscita passerà al vaglio del voto dei soci”. Confortati dalla notizia, non possiamo che attribuire a una precedente svista di quel consesso, il fatto che nel 2023 il manager portoghese, prodigo di dividendi per gli azionisti (soprattutto se pesanti) e di licenziamenti per i dipendenti, sia stato premiato con un assegno di 36,5 milioni, di cui 13,5 per stipendio, 10 per incentivi legati alla trasformazione di Stellantis in azienda di mobilità tecnologica sostenibile e 13 ancora per incentivi sulle performances (sic!).
Caso clamoroso di insulto alla povertà ma certo non isolato. Almeno a partire dall’ultimo scorcio del secolo scorso come segnalò, in un articolo su il Messaggero del 2009, persino l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi: «Venti anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a 400». Superfluo dire che quella differenza (da uno a 400) fa oggi sorridere se è vero che dal bilancio 2018 di Fca (società di passaggio tra Fiat e Stellantis) si apprende che gli emolumenti dell’amministratore delegato Sergio Marchionne furono di circa 46 milioni di euro, di cui 10,9 per stipendio e il resto corrispondente al valore di 2,8 milioni di azioni maturate nel 2017. Il tutto secondo le abitudini del gruppo, a giudicare dal fatto che l’ex ceo di Fiat-Chrysler Mike Manley venne liquidato con 51,2 milioni di euro e l’ex direttore finanziario Richard Palmer (ora tornato come consigliere speciale di John Elkann) si accontentò di una buonuscita di oltre 14 milioni.
Né la situazione muta, in Occidente, guardando altrove. Nel 2017 Steve Easterbrook, l’amministratore delegato della McDonald’s, guadagnava 21,7 milioni di dollari, mentre il lavoratore a tempo pieno mediano della sua società portava a casa in tutto 7.017 dollari. Un rapporto di uno a 3100. In altre parole, il dipendente medio della McDonald’s dovrebbe lavorare 3100 anni – ogni giorno che è trascorso dall’avvento dell’antica Grecia a oggi – per guadagnare quello che Steve Easterbrook si trova in busta paga ogni anno.
Intanto, in Italia, le tre persone più ricche hanno un reddito maggiore a quello complessivo dei 6 milioni più poveri. E, a livello planetario, la prima multinazionale mondiale ha un fatturato superiore al bilancio dell’Australia e la somma del fatturato delle prime 25 multinazionali è superiore alle entrate degli Stati Uniti. Senza parlare dei patrimoni degli uomini più ricchi del mondo, da Elon Musk (a cui un giudice del Delaware ha bloccato il super premio di 56 miliardi di dollari che si era autoproposto e che gli azionisti avevano votato a maggioranza) a Jeff Bezos.
Tutte cose note, che sappiamo da decenni. Ma il messaggio dell’establishment è sempre lo stesso: “è l’economia, bellezza!”. E, invece, no. La situazione non dipende né dal destino cinico e baro né da insuperabili leggi economiche. Dipende da precise scelte politiche. Ancora una volta ricorro a una fonte insospettabile di estremismo come Romano Prodi il quale, nell’articolo citato, scrisse, con un’autocritica rimasta senza seguito, che, negli anni in cui lui stesso era stato al governo, «il cambiamento della società è continuato secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale».
Mi limito a un punto. C’è, anche a sistema economico immutato, un intervento statale possibile, in grado di arginare i guadagni miliardari e le differenze sociali. È la leva fiscale. Eppure tutti, a destra e a sinistra, parlano di ridurre le tasse. Per questo lo scandalo della politica di fronte alla liquidazione di Tavares e ai tanti altri guadagli abnormi è ipocrita, strumentale e non credibile. In Italia e nel mondo. Bastino alcuni dati numerici e alcuni confronti.
Attualmente in Italia esistono, ai fini dell’Irpef, tre soli scaglioni: fino a 28.000 euro è applicabile l’aliquota al 23%, da 28.000 a 50.000 quella del 35% e oltre 50.000 l’aliquota del 43%. Negli Stati Uniti la casistica è più complicata e diversifica i redditi individuali e di coppia ma, in ogni caso, lo scaglione più elevato (superiore a 609.000 o a 731.000 dollari) prevede una aliquota del 37%. Evidente che una tassazione così ridotta nelle fasce alte favorisce l’accumulo di patrimoni elevatissimi, mentre una tassazione più elevata decurterebbe i guadagni esorbitanti e consentirebbe una redistribuzione (potenzialmente anche significativa). E non c’è bisogno di riandare all’Unione Sovietica per ipotizzare prelievi fiscali elevati per redditi alti. Negli Stati Uniti, dal 1944 sino alla metà degli Sessanta (e dunque durante le presidenze dei democratici Roosevelt, Truman e Kennedy, ma anche del repubblicano Eisenhower), l’aliquota sull’ultimo scaglione di reddito (corrispondente a guadagni superiori a 200.000 dollari di allora) era del 94% (novantaquattro per cento: lo scrivo anche in lettere perché non sembri un errore…); e la riduzione operata dal presidente Johnson la portò al 70% (dove si assestò fino agli anni ‘80 e alla presidenza Reagan). Analogamente, in Italia, la riforma Visentini del 1973 – che prevedeva la bellezza di 32 scaglioni – fissò l’aliquota per la fascia più elevata (500 milioni di lire di allora) nel 72% (per una analisi dettagliata al riguardo si può vedere F. Pallante, Elogio delle tasse, Edizioni Gruppo Abele, 2021).
Quella che pare, oggi, un’espropriazione (e negli Stati Uniti effettivamente – e opportunamente – lo era) è stata, dunque, una realtà, accettata per decenni anche da governi conservatori (repubblicani al di là dell’oceano e democristiani nel nostro Paese) e travolta solo dal liberismo più sfrenato, affermatosi con Ronald Reagan (e rafforzato, poi, da George Bush jr. e da Donald Trump). Da notare che, in Italia, è degli anni ‘80 (in pieno craxismo) l’abbattimento dell’aliquota più elevata dal 72% al 50% (operazione completata, nel 1997 da Vincenzo Visco – pur inviso ai più liberisti – che la portò al 45,5%). L’iniquità della soluzione attuale è tanto clamorosa da avere indotto, in ultimo 83 miliardari, cittadini di nove diversi Stati, a indirizzare una lettera ai loro governi chiedendo di aggravare «immediatamente» e «permanentemente» il carico fiscale sui più benestanti, anche in considerazione del fatto che «i problemi causati ed evidenziati dal Covid-19 non possono essere risolti con la beneficenza, non importa quanto generosa» (cfr. ancora Pallante, Elogio delle tasse, cit.).
Ma restiamo in Italia. In questa situazione Salvini, la Lega e la destra fanno il loro mestiere di difensori e garanti dei guadagni delle fasce più ricche spingendosi fino a proporre ulteriori riduzioni di tasse per i redditi maggiori. Ma come è possibile che la sinistra taccia o faccia proposte minime e di pura bandiera, facendosi mettere in mora persino da alcuni multimiliardari? Come è possibile che il centro dei programmi della sinistra non stia in provvedimenti concreti per togliere ai ricchi e dare ai poveri? La cosa è incomprensibile. In ogni caso è una delle ragioni (forse la principale) per cui la sinistra continua ad essere sconfitta e non viene creduta neppure quando, a parole, si indigna per la liquidazione dei tanti Tavares.

Il timidissimo balbettio della sinistra a favore di un fisco più equo non è per niente incomprensibile.
La parola chiave è CAPITALISMO. La sinistra non ha il coraggio di rinnegarlo e ammettere che è l’origine di molti (io mi spingo a dire tutti) mali. Primo fra tutti l’immorale e crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri, che, a cascata, origina tutti gli altri.
Senza una critica strutturale del capitalismo la sinistra si dovrà accontentare di galleggiare e gioire, di tanto in tanto, per qualche 0 virgola in più (dimenticandosi pure che metà dell’elettorato è assente). Contenti loro…
Direi vi siano alcuni punti abbastanza fondamentali sui quali si sorvola un po’ troppo quando si parla di tasse nel nostro Paese.
1- L’Italia è un inferno fiscale. Non ci sono solo le imposte dirette, come quelle citate, ma tutta una serie di prelievi che portano la pressione fiscale totale a ben oltre il 70%. Così il Paese e la sua economia non possono andare avanti, e quindi ci smeniamo tutti (Stato compreso).
2- La gente “normale” (i non-Tavares) ormai ha imparato che tutte le volte che si parla di aumento delle tasse è soprattutto il popolo a pagarne le conseguenze, in un modo o nell’altro, come per esempio è per il cosiddetto “Canone Rai” (in realtà tassa governativa).
3- Quelli veramente ricchi se ne fregano, perché tanto loro possono delocalizzare. È il caso proprio di Stellantis, per restare in argomento, che ha la sede fiscale in Olanda. Così che ormai l’elusione è diventato un problema decisamente più serio della tanto sbandierata evasione. Inoltre ciò fa allontanare tutti i possibili investimenti nel nostro Paese da parte dei grandi gruppi industriali.
4- Chi cavalca il tema della riduzione fiscale, spesso lo fa ben sapendo che sia un’esigenza sentita da parte di tutta la popolazione, ma altrettanto ben sapendo che è una lotta contro i mulini a vento, visti i tanti “carrozzoni” che ci trainiamo dietro da tempo nonché il sistema di sovvenzioni su cui ormai si basa la nostra traballante economia.
Non sono ottimista.