Il rilancio della sinistra non può prescindere dalla critica al capitalismo

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Come già successo un secolo fa, il capitalismo si poggia su formazioni reazionarie per confermare il proprio dominio. Clara Mattei (Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo, 2022) ha illustrato come, alla fine del primo conflitto mondiale, quando il capitalismo era messo in forse come sistema socio-economico, l’austerità fu la risposta della classe liberale agli attacchi della sinistra socialista. Ma, mentre in Gran Bretagna l’austerità fu imposta dalla classe dirigente liberale per riportare la classe lavoratrice nei ranghi, in Italia si dovette ricorrere al fascismo. Camuffato da forza rivoluzionaria e anti-sistema, il fascismo mise in pratica la massima gattopardesca secondo cui tutto deve cambiare affinché tutto rimanga immutato. Cambiò radicalmente la forma costituzionale liberale, alla quale subentrava un sistema totalitario, ma fu confermata la sostanza del predominio della classe capitalista-liberale. Cui si affiancò quella composta dai quadri del fascismo che usarono la politica come strumento di arricchimento personale.

Al capitale la forma politica interessa poco. Poiché si trova a proprio agio sia con un regime liberal-democratico che con uno autoritario, financo fascista. Il fatto che i fascismi non abbiano seguito le regole liberiste si deve alla contingenza storico-economica piuttosto che all’impianto teorico delle destre. Il fascismo italiano nasce liberista, tanto che Luigi Einaudi salutò il discorso di insediamento di Benito Mussolini come un programma genuinamente liberale: Stato forte, garante di ordine e disciplina, rispettoso dei principi del libero mercato. Einaudi non concordava con la visione di Benedetto Croce che si illudeva di poter distinguere tra liberalismo, declinato politicamente, e liberismo concernente solo la sfera economica. Per Einaudi, non solo il liberismo non si contrappone al liberalismo etico, ma costituisce lo strumento per realizzare i principi fissati dalla politica. Sulla scorta di una lunga tradizione del pensiero liberale, l’economista torinese vede nella proprietà il fondamento della stessa libertà, tanto da considerare la limitazione del diritto di proprietà come una misura restrittiva della libertà che apre la via al totalitarismo. Difficile non vedere in tale pensiero il fondamento di un’ideologia funzionale al capitalismo. Il quale, ma questo Einaudi non l’avrebbe ammesso, non è semplicemente un sistema economico, ma un sistema sociale che impone una gerarchia ben precisa e un ben preciso dominio di classe. Per parafrasare Nancy Fraser (Capitalismo cannibale, 2022), siamo di fronte a un ordine sociale istituzionalizzato che comprende non solo l’economia ma anche relazioni, attività e processi non economici che rendono possibile l’economia. Concepire il capitalismo come una forma efficiente di produzione e consumo è un abbaglio che ne nasconde la vera natura. Che è quella di dominio di classe, sfruttamento, depauperamento di tutte quelle dimensioni non economiche che il capitale non riconosce ma che pure lo rendono possibile.

Oggi, il neoliberalismo, dopo l’ascesa avvenuta nei decenni che sono succeduti ai Trenta Gloriosi, non riesce più ad essere egemone. Risulta evidente che le promesse di benessere e sviluppo diffuso sono state ampiamente disattese. Ma, per sua fortuna, si trova a combattere su un terreno nel quale quello che dovrebbe essere il suo antagonista storico, ossia la sinistra, non esiste più. Rimane un fantasma di opposizione che, lungi dal contestare il sistema, è rimasta ammaliata dalle sirene dell’interclassismo e della libera concorrenza. La sinistra erede dei grandi partiti comunisti e socialisti non è sopravvissuta al crollo del muro di Berlino. Anziché sottoporsi a un processo di critica costruttiva, si è suicidata, cambiando forma (nel nome) e sostanza (nell’abbandonare la lotta di classe). Ha confuso un’applicazione della teoria socialista con la teoria stessa, ben più complessa della sua realizzazione storica. Ha dimenticato la lezione marxiana secondo cui il capitale non è compatibile né con la libertà, né con la democrazia, né con l’uguaglianza. Ha subito una cattura cognitiva da parte dei teorici neoliberali, che contrapponevano il capitalismo identificato con la libertà al socialismo che avrebbe promosso la schiavitù (von Hayek, in analogia con il pensiero di Einaudi cui si è accennato, dedicò vari testi a corroborare tali identità contrapposte). Il risultato è stato la corresponsabilità della sinistra ex-socialista nel crollo dei sistemi di welfare. Avendo abbandonato la questione sociale, per abbracciare istanze tipicamente liberali come sono quelle che riguardano le libertà civili, ha perso la propria identità, facendosi trascinare ingenuamente su un campo di confronto che non la poteva vedere vincitrice quando i nodi fossero venuti al pettine. E i nodi sono venuti al pettine. Scimmiottare le posizioni liberali poteva pagare in tempi di vacche grasse, ma dal momento in cui, negli ultimi due decenni del secolo in corso, si sono succedute crisi economiche, sanitarie e ambientali, l’illusione si è infranta contro il muro della realtà. A questo punto, è stato facile per le destre populiste e fascistoidi farsi passare di nuovo come forze anti-sistema e replicare il gioco già sperimentato nella prima metà del Novecento. Con la differenza che, ora, la sinistra viene identificata, non solo, come parte dell’establishment ma anche rappresentativa principalmente dei ceti agiati.

In una fase in cui la crisi climatica segna una contraddizione non risolvibile all’interno del sistema capitalista e dopo che la pandemia da covid-19 ha mostrato il fallimento di un paradigma fondato sui mercati, l’ideologia neoliberale non ha più appiglio. Il capitale, per perpetuarsi, deve necessariamente appoggiarsi a forze che formalmente si proclamano alternative sotto il profilo politico, ma che ne protraggono il potere. Checché se ne dica, e per quante sfumature e differenze si vogliano trovare nei fenomeni fascisti, la caratteristica principale del fascismo della prima metà del Novecento, è stata quella di offrire una soluzione reazionaria al problema dell’intervento delle masse nell’agone politico. In ciò migliorando quanto già il bonapartismo aveva tentato di fare nel garantirsi un consesso di massa, per quanto formale e superficiale, da cui il potere non poteva più prescindere. Per questo, senza ricorrere alla nozione di fascismo eterno di Umberto Eco, si può parlare di un’essenza, o meglio di una ragione di esistenza del fascismo, che è sempre attuale e che sta trovando oggi un rinvigorito successo.

I neofascismi, non potendo contrastare l’ordine sociale istituzionalizzato, dirottano l’attenzione su falsi nemici, come i migranti o coloro che promuovono politiche di mitigazione del cambiamento climatico. Il che fa una certa presa sulle masse in virtù dell’offerta di soluzioni semplici e immediate, ancorché anodine. D’altronde, senza una rimessa in discussione del sistema sociale, dei criteri di distribuzione e investimento della ricchezza prodotta, risulta di difficile soluzione sia la questione dei migranti che quella climatica. Se non si passa per la questione sociale, il conto di tali questioni sono tenute a pagarlo proprio le frange più deboli della popolazione. Per questo, su tale terreno, la destra fascista ha facile presa. Assistiamo così al paradosso che, negli Stati Uniti, le masse sollevano sullo scranno più importante del paese un tycoon che è parte integrante del capitalismo. E plaudono alle deliranti farneticazioni dell’uomo più ricco del mondo. Siamo alla favola del pifferaio di Hamelin, che con la sua musica guida i topi festanti e ignari verso la loro fine.

Folle ignare di essere vittime sacrificali sugli altari del capitalismo della sorveglianza partecipano entusiaste alla giostra dei social media. Il cui potere è concentrato nelle mani di pochi notabili e le cui potenzialità di raccolta dati e condizionamento fanno impallidire totalitarismi del passato e previsioni distopiche in salsa orwelliana. Oggi, il grande fratello è divenuto realtà. Ma la sua realizzazione è avvenuta proprio ad opera del capitalismo che, lungi dal favorire la libertà, promuove la schiavitù di massa. L’illusione di libertà e democrazia che trapela dai social media ricorda il mondo virtuale descritto dai fratelli Wachowski nel film Matrix.

Tali considerazioni mancano nelle analisi della sinistra che si candida al governo del paese; sinistra che può ritrovare se stessa solo alla luce di una rinnovata critica anticapitalista ancor più che antifascista, dato che la seconda non può che essere figlia della prima. La timidezza mostrata finora in tale critica, se perpetuata, comporterà un altissimo prezzo da pagare. E date le enormi differenze rispetto a un secolo fa, la catastrofe prodotta sarà questa volta irreversibile.

Gli autori

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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