Di Maio: Cossiga in sedicesimo

Lo strappo del ministro degli esteri Di Maio non è stato dettato solo dall’esigenza di garantirsi un futuro precluso nel M5Stelle. Esso ha una valenza politica analoga a quella che fu alla base della costituzione dell’Udeur da parte di Cossiga nel 1999. Ora come allora l’allineamento acritico dell’Italia sulle posizioni della NATO era in forse e occorreva metterlo in sicurezza.

Dopo i referendum

Ha votato, per i referendum sulla giustizia, un elettore ogni cinque, il minimo storico. Il quorum non è stato raggiunto e la competizione referendaria si è chiusa, per i proponenti, in modo inglorioso. Dato il tenore dei quesiti è meglio così, ma la fretta di voltar pagina senza coglierne la lezione non può che produrre danni ancora maggiori: per la politica, per la giurisdizione, per tutti noi.

Piano di pace cercasi

Abbiamo superato il novantesimo giorno di guerra senza che si intravedano soluzioni. L’Italia ha finalmente emesso un vagito presentando la bozza di un piano di pace che, timidamente, affronta le controversie sul tappeto. Le reazioni di tutte le parti sono state negative. Ma non c’è alternativa. Occorre rilanciare, sollecitando Francia e Germania a ripresentare un piano di pace comune. Subito.

La lingua biforcuta della guerra

Austin che parla di cessate il fuoco mentre la sua amministrazione stanzia 40 miliardi per la guerra, Draghi che dice di aver convinto Biden a cercare una soluzione di pace e fa un deccreto per mandare in Ucrania armi pesanti sono la lingua biforcuta della guerra, quella che prepara uno scenario da incubo con lo smantellamento di tutti i dispositivi di sicurezza creati al tempo della guerra fredda

Tra ideologia di guerra e politiche di potenza

Con il passare delle settimane il quadro si fa più chiaro. La guerra in Ucraina non è (più) un conflitto locale per la sovranità su alcuni territori ma uno scontro tra le grandi potenze per ridisegnare le sfere di influenza, esteso anche a chi, come la Cina, in questo momento sembra stare alla finestra. Poco importa se l’Ucraina viene distrutta e la guerra prosegue all’infinito.

La maledizione di Ramstein

Il 26 aprile a Ramstein i ministri della difesa di 40 Stati hanno stipulato una sorta di Santa Alleanza dell’Occidente per sconfiggere la Russia e metterla in condizioni di “non nuocere”, costi quel che costi in termini di distruzioni e morti. Con Ramstein siamo di fronte a una svolta della guerra e forse della storia. Ma Santa Alleanza ci porta dritti all’inferno. Per favore niente vittoria, preferiamo la pace!

A due mesi dall’inizio della guerra

Il popolo ucraino ha il pieno diritto di resistere all’invasione. E non compete a chi è al riparo dalle bombe dare indicazioni su come deve farlo. Ma tutt’altra cosa è la fornitura di armi e di consiglieri militari al Governo ucraino da parte della Nato e degli Stati ad essa aderenti. Due mesi di guerra dimostrano che ciò ha aumentato morti e distruzioni e allontanato le prospettive di pace.

La guerra piace a chi non la conosce

Gli ucraini combattono per i valori dell’Occidente, diciamo. Per noi. Noi: gli ipocriti. Noi che alimentiamo la guerra, invece di costruire la pace. Noi che ci diamo da fare perché la guerra si prolunghi. Mandiamo armi convenzionali, ci prepariamo a quelle chimiche, rompiamo il tabù nucleare. Eppure, come diceva Erasmo, solo chi non l’ha provata sul proprio corpo può desiderare che la guerra duri ancora.

Inviare armi all’Ucraina è un tragico errore

L’invio delle armi all’Ucraina è un tragico errore. Non per una sottovalutazione dell’aggressione russa ma perché esso non modifica i rapporti di forza sul campo ed espone l’umanità, ucraini inclusi, a pericoli potenzialmente senza ritorno. Pericoli che rivoltano alla radice i termini della logica con cui, fino a questo momento, abbiamo ragionato sulla guerra e sulla pace.