Edoardo Peretti è nato nel 1985 sulla sponda lombarda del Lago Maggiore ed è stato adottato da Torino negli anni dell'università. Laureato in storia contemporanea collabora, come critico e giornalista cinematografico, con periodici on-line e cartacei (Mediacritica, Cineforum, L'Eco del nulla, Cinema Errante e Filmidee sono le principali collaborazioni). Ha lavorato per festival ed enti del settore e cura rassegne ed eventi, in particolare con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema e con l'associazione Switch On.
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“The Irishman” di Martin Sorsese, racconto di sé di un sicario di mafia, riecheggia il capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”. Entrambi sono sconsolati e pervasi da un senso di sconfitta ma “The Irishman” è più sommesso e asciutto nel decretare la fine di una storia personale e collettiva.
In un non esaltante Torino Film Festival spicca “Sofà” di Bruno Safadi, affresco kafkiano delle contraddizioni dell’attuale Brasile raccontate sul filo del paradossale peregrinare per le strade di Rio De Janeiro di un’insegnante e di uno strano pescatore che portano con sé un divano trovato in mare.
Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, e in Italia preventivamente celebre anche per la presenza nella colonna sonora di “In ginocchio da te” di Gianni Morandi, “Parasite” del coreano Bong Joon-ho è una spietata e torva farsa macabra, ricca di riferimenti alla contemporaneità e di chiari sottotesti politici.
Si è da poco conclusa a Torino la 19ª edizione del Festival internazionale di cinema e cultura del fantastico. Protagonista della manifestazione è stato l’horror in tutte le sue eterogenee declinazioni che mostrano un universo molto variegato sia per cinematografie che per stili, poetiche, filoni e sottofiloni.
Reduce dal Leone d’Oro di Venezia, “Joker” di Todd Phillips continua a far discutere e a dividere. In realtà è un buon film, che riflette un feeling con aspetti della contemporaneità più problematica, ma lascia forte la sensazione di una certa artificiosità e sembra voler apparire più originale e rivoluzionario di quanto in realtà sia.
Raccontare il lavoro attraverso il cinema: questa, da quattro anni, la mission del Working Title Film Festival di Vicenza. Un racconto che si dispiega attraverso fiction e documentari, sperimentazioni e approcci classici. Tra i film più interessanti, quest’anno, il lungometraggio vincitore, “L’ora d’acqua” di Claudia Cipriani.
Con “C’era una volta a Hollywood”, nono film di Quentin Tarantino, la drammatica vicenda del massacro di Sharon Tate ad opera di Charlie Manson e dei suoi discepoli viene riproposta nei territori del “fantastico”. A riprova della collocazione del cinema dell’autore nel campo dell’ideale, del simbolo e dell’invenzione.
Tre le opere innovative spiccano, nelle sezioni collaterali della Mostra, “Atlantis” dell’ucraino Valentyn Vasyanovych, “Blanco en blanco” del cileno Théo Court e “Sanctorum” del messicano Joshua Gil. Con loro una perla di cinema diverso: “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco.
La Mostra di Venezia si è appena conclusa e si intrecciano le discussioni sulla strada che sta intraprendendo. Un fatto è certo: il suo marchio di fabbrica sta in una sempre più evidente “hollywoodizzazione”, a prescindere dal valore dei singoli film e mettendo in secondo piano tutto il resto.
La Mostra di Venezia è ormai in avanzato stato di svolgimento. Tra gli ultimi film si segnalano “The laundromat” di Steven Soderbergh (con un cast di prim’ordine e una splendida Meryl Streep), “Mes Jours de gloire”, di Antoine De Bary e gli italiani “Effetto domino” di Alessandro Rossotto e “Martin Eden” di Pietro Marcello.