Comprare la Groenlandia?

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C’era una volta lo Stato patrimoniale. Il territorio dello Stato coincideva con il patrimonio personale del sovrano ed era suscettibile di dilatarsi o restringersi a seguito di accordi commerciali o matrimoniali tra case regnanti. L’imperium (il potere propriamente politico, esercitato sulle persone) si confondeva con il dominium (il potere economico, sulle cose). Contro questa concezione, ancora in voga a fine Settecento, Kant sostiene con forza che «nessuno Stato indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquisito da un altro Stato tramite eredità, scambio, vendita o dono» (Per la pace perpetua, 1795, secondo articolo preliminare). Esso, infatti «non è (come per esempio è il territorio sul quale esso ha la sua sede) un avere patrimoniale (patrimonium). È una società di uomini sulla quale nessun altro se non lo Stato stesso ha da comandare e disporre». Da ciò discende tra l’altro, per Kant, che i sudditi non possono essere «usati e consumati come cose di cui disporre a piacimento», come se fossero «semplici macchine o strumenti» di cui il sovrano si serve per combattere le sue guerre ed estendere i propri possedimenti.

C’era una volta… Poi siamo diventati moderni, dopo un lungo e accidentato percorso che ha condotto, in tempi e modi diversi a seconda dei luoghi, al tendenziale autonomizzarsi della politica dall’economia. E, in sovrappiù, al superamento della confusione tra potere temporale e spirituale, tipica dello Stato teocratico e confessionale. Si è imposta così, sul piano teorico, una versione della divisione dei poteri che precede logicamente quella più celebre, associata al nome di Montesquieu, riguardante le tre branche del potere politico (legislativo, esecutivo, giudiziario): la divisione tra i diversi tipi di “potere sociale” (politico, economico e ideologico). Bobbio distingue questi tre poteri sulla base del mezzo specifico cui ricorrono per ottenere obbedienza: la coercizione (il potere politico), la ricchezza (il potere economico), la forza delle idee (il potere ideologico, a lungo monopolio dalle chiese, poi di nuove agenzie di persuasione di massa).

Ma la storia, si sa, procede a zig zag, conosce corsi e ricorsi, tornanti, inversioni “a U”. E non da oggi si assiste a forme di confusione e ibridazione tra i vari poteri. Nel ventennio berlusconiano era comune ricorrere alla categoria di neo-patrimonialismo per interpretare l’inedita e plateale commistione tra le tre forme di potere sociale, concretizzatasi con l’investitura a capo del governo di un imprenditore proprietario, tra le altre cose, di tre reti televisive nazionali. Quel modello di governo tendenzialmente assoluto, insofferente a limiti e vincoli, ha fatto scuola, trovando nel Trump prima maniera una replica quasi perfetta. Ma l’allievo oggi supera il maestro, tanto da far apparire riduttiva la stessa nozione di neo-patrimonialismo. Guardando soprattutto a est, verso la Russia di Putin, Fabio Armao ha proposto di servirsi della parola “oikocrazia” (da kratos, potere, e oikos, casa/famiglia) per designare una forma di governo «ormai pressoché universale che riscopre il clan come struttura di riferimento e antepone gli interessi privati dei propri membri a quelli pubblici collettivi» (Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra, Laterza 2024, p. 5). Le immagini iconiche della cerimonia inaugurale della seconda presidenza Trump, con il sovrano attorniato da vassalli del calibro di Musk, Zuckerberg, Bezos, così come i primi atti della sua presidenza, sembrano raccontare qualcosa che va anche oltre.

Che nome dare alla pretesa del nuovo padrone degli Stati Uniti, e non solo, di comprare la Groenlandia dalla Danimarca e, in caso di diniego, prendersela? O all’intenzione di acquistare la striscia di Gaza, devastata dall’esercito israeliano, per poi “ripulirla” dei suoi abitanti e farne oggetto di investimenti immobiliari? O all’idea che la guerra tra Mosca e Kiev possa essere facilmente risolta attraverso un accordo tra Usa e Russia per spartirsi le terre rare custodite nel sottosuolo ucraino? Al di là della sfida che l’attuale riorganizzazione dei poteri negli Stati Uniti e nel mondo pone sul piano teorico (sarebbe interessante confrontarsi, ad esempio, con la categoria di “tecno-feudalesimo” proposta da Varoufakis), è urgente chiedersi che cosa possiamo fare noi, piccole pedine di un gioco molto pericoloso, che ci proietta verso un futuro di guerra, razzismo, catastrofe climatica, per opporre una qualche resistenza.

Nel capitolo tredicesimo dell’Apocalisse il mostro che viene dalla terra, probabile allusione agli apparati propagandistici dell’Impero romano, imprime il suo marchio su tutto ciò che si produce e si scambia: «Nessuno poteva comprare e vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome» (Ap, 13, 16-17). Al netto delle interpretazioni esoteriche dei patiti di numerologia, l’immagine è potente e si presta a farci riflettere sull’attuale imperatore del mondo, che minaccia dazi e sanzioni commerciali nei confronti di chiunque non si inchini al suo volere. Rinvia a una forma di dominio onnipotente, soverchiante, annichilente. Eppure. Qualche giorno fa è circolata sul web la notizia di un crollo di vendite di Tesla, in particolare in Germania, dopo l’endorsement di Elon Musk all’amica neonazista, la segretaria di AfD Alice Weidel (https://www.milanofinanza.it/news/tesla-crolla-in-germania-e-francia-il-protagonismo-politico-di-elon-musk-influenza-le-vendite-202502051751409295). È una notizia tutta da verificare, forse azzardata, forse esagerata, come quella del boicottaggio dei prodotti a stelle e strisce da parte di molti consumatori canadesi, dopo l’annuncio dei dazi nei confronti del loro paese. Ci suggerisce, tuttavia, che il nuovo Golia un punto debole ce l’ha, ed è quello in cui potremmo meglio colpirlo, astenendoci dall’acquistare ciò che porta il suo marchio. Non solo le automobili Tesla, ovviamente, che la maggior parte di noi già “boicotta”, perché non può permettersi di comprarle…

In un mondo in cui tutto si vende e si compra, in cui tutto, comprese le persone, ha un prezzo, anziché una dignità (ancora Kant…), il boicottaggio può essere uno straordinario strumento a disposizione dei senza-potere per esercitare pressione su governi e società commerciali dal fatturato talvolta superiore al Pil di molti Stati (teoricamente) sovrani (https://vll.staging.19.coop/politica/2024/06/10/il-boicottaggio-uno-strumento-di-lotta-nonviolenta-alla-portata-di-tutti/). Perfino in una situazione oggettivamente disperata come quella della Palestina, dove la furia genocidaria del Governo israeliano sembra in questi giorni solo avere cambiato obiettivo, spostandosi da Gaza alla Cisgiordania, il piccolo gesto dell’astenersi dall’acquistare prodotti provenienti dai territori occupati e da imprese e istituzioni complici del colonialismo e dell’apartheid, a cui invita il movimento internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), può produrre qualche risultato, come è avvenuto nel Sud Africa della segregazione razziale (https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/campagna-bds). Pensiamoci…

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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