Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).
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Siamo in questa stretta politica anche perché, a partire dagli anni Novanta, è stata l’estrema destra a imporre la propria visione e la propria agenda: non solo in campo economico-sociale ma, incredibilmente, anche in tema di riforme istituzionali. Basta ricordare il ruolo e le posizioni di Pinuccio Tatarella, Mirko Tremaglia e Gianfranco Miglio. Per cambiare registro occorre affrancarsi da questa egemonia.
La sconfitta alle elezioni europee della lista “Pace Terra Dignità” non travolge gli obiettivi per cui era nata. Occorre dunque, evitando i personalismi e gli errori commessi, ritessere le fila di un impegno contro la guerra e l’economia di guerra, destinata nei prossimi anni a divorare risorse destinabili alla salute, al lavoro, alla riconversione ecologica. Una proposta viene da un appello di Costituente Terra.
Lo scandalo che ha travolto la giunta regionale ligure, tutt’altro che inatteso, rimanda a questioni politiche risalenti e irrisolte: la permeabilità dei partiti agli interessi economici, l’elusione della questione morale da parte di una classe politica interessata a “comandare” anziché a governare rispettando le regole e l’equilibrio dei poteri, il primato del mercato sullo Stato.
Da sempre, dai tempi di Tucidide, la guerra si combatte anche con la propaganda e ha bisogno di “cambiare il significato consueto delle parole” per rendere accettabile ciò che non lo è. È il caso, oggi, di parole come autodifesa, lotta al terrorismo e antisemitismo, usate in modo improprio per legittimare condotte indifendibili, o come occupazione, apartheid, boicottaggio, che si vorrebbero cancellate dal vocabolario.
L’insegnamento delle elezioni in Sardegna e in Abruzzo è univoco. Vota il 50% degli aventi diritto e gli effetti distorsivi di leggi elettorali che prevedono premi di maggioranza molto elevati e soglie di sbarramento altrettanto alte sono enormi. La democrazia si riduce alla scelta di un capo e la sua sostanza pluralistica svanisce. È la cultura della destra. E la sinistra?
Due insegnamenti di Bobbio, scomparso 20 anni fa, sono di particolare attualità. Uno riguarda la democrazia e i suoi requisiti minimi (tra cui l’egual peso del voto, l’esistenza di alternative e il rispetto della minoranza) senza i quali non può ritenersi tale; l’altro, pur sofferto, riguarda la guerra che, di fronte alla smisurata potenza distruttiva delle armi atomiche, ben difficilmente può essere definita giusta.
Eretico o conformista? Dissacrante fustigatore del senso comune o suo autentico interprete? Il “miracolo” della destra di governo nel nostro paese è di non rinunciare alla propria “diversità” e all’aura trasgressiva delle origini, proprio mentre si fa fedele esecutrice dei dettami ultra-liberisti e atlantisti dell’establishment occidentale. Ma pretendere coerenza, di questi tempi, sarebbe troppo.
L’uccisione da parte della polizia del diciassettenne Nahel ha provocato in Francia violente rivolte. Diverse le lettura che ne sono seguite: effetto delle leggi che hanno dato mano libera polizia, crisi del sistema di governo transalpino, emergere di nuove manifestazioni del conflitto sociale. Comunque sia, la “nuova era dei riot” è destinata a durare a lungo e a non rimanere confinata sul suolo francese.
Per il pensiero dominante “spiegare è già giustificare”. Così, con riferimento alla guerra in Ucraina (come in passato di fronte ad alcuni attentati islamici), chi esce dal coro e prova a ragionare è coperto di contumelie. Accade, in questi giorni, a Moni Ovadia. È un atteggiamento tanto facile quanto fallace. Perché il compito dell’intellettuale è quello riassunto nel motto di Spinoza: «Non ridere, non piangere, ma capire».
Lo strepito volgare e strumentale della destra non rimuove il fatto che legalizzare la maternità surrogata significa spalancare le porte a un lucroso mercato fatto di cliniche, agenzie, consulenti legali. Un mercato che non recluterà certo le sue “volontarie” tra le donne benestanti, con un buon livello d’istruzione e un lavoro appagante… Davvero tutto ciò non pone problemi a sinistra?