Michela Chiarlo è medico di medicina interna presso il CTO di Torino. In precedenza ha lavorato nel Pronto soccorso e nel reparto di Medicina d’urgenza dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.
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Si sarebbe potuto, prima, fare molto. E, invece, in Pronto soccorso siamo ancora (di nuovo) a decidere a chi riservare una visita frettolosa, una telefonata in meno, una attesa interminabile, o a scegliere come distribuire posti letto o presìdi di ventilazione perché la coperta è sempre più corta.
Nella seconda ondata della pandemia, all’afflusso raddoppiato di pazienti e ai problemi connessi si sono aggiunti due pericolosi nemici: il moltiplicarsi di informazioni inaffidabili e il depotenziamento delle competenze. E il personale sanitario sembra un esercito senza capo in un territorio ostile.
C’è in ospedale, tra i medici, un clima di rabbia e frustrazione. Per le condizioni di lavoro. Ché, per il resto, non fa differenza che la gente ci applauda dai balconi o gridi al complotto, che ci regali il cibo o ci accusi di voler fermare il paese dall’alto del nostro stipendio fisso.
A giugno ci si era illusi ed erano stati smantellati presìdi e reparti anti Covid. Poi, quando si è capito che la bufera non era passata, era ormai tardi e oggi gli ospedali sono di nuovo in sofferenza. Qui la testimonianza di un medico torinese che già aveva descritto la situazione a primavera.
La vita di tutti è cambiata; la vita di molti è stata stravolta. Tra questi, vi sono – oltre ai malati e ai loro familiari – i medici. Qui la testimonianza di un medico del San Giovanni Bosco di Torino: un racconto essenziale e drammatico di giorni apparentemente irreali.