Michela Chiarlo è medico di medicina interna presso il CTO di Torino. In precedenza ha lavorato nel Pronto soccorso e nel reparto di Medicina d’urgenza dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.
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Il sistema del pronto soccorso vive una crisi evidente che accelera il processo di usura e provoca l’abbandono progressivo dei medici. C’è una sola soluzione per affrontarla: distribuire il carico di lavoro divenuto intollerabile, o affidando i turni in pronto soccorso agli specialisti che lavorano in altri ambiti o aumentando il numero degli urgentisti e prevedendo un contratto apposito con tutele specifiche.
Le aggressioni al personale in pronto soccorso sono quotidiane. Non ci si fa neanche più caso, salvo che siano di particolare violenza. Ma, spesso, l’insofferenza dei pazienti dipende da un’organizzazione inadeguata e da carenze di personale. Alle quali si cerca di sopperire con medici “a gettone”, quando è evidente che si dovrebbe, invece, investire sui medici d’urgenza in modo da evitare che fuggano…
In Pronto soccorso si salvano vite, certo, ed è bellissimo quando accade. Ma si è anche testimoni diretti del momento peggiore della vita di tantissime persone. Per questo il lavoro del medico di pronto soccorso ha un carico emotivo elevatissimo che va affrontato e non nascosto sotto il tappeto. Perché fare il medico o l’operatore sanitario è un lavoro, seppur particolare, e non una missione.
A cosa serve il Pronto soccorso? Sicuramente a gestire le emergenze. Ma deve occuparsi anche delle urgenze, dei casi potenzialmente pericolosi per la vita. Ed è una delle poche porte d’accesso all’ospedale. Insomma, il Pronto soccorso è come un setaccio: dal mare magnum degli accessi vanno estratte le pepite dei pazienti gravi. Ecco come ciò avviene in una giornata tipo.
La fuga dei medici si tocca con mano: sono medici di famiglia, “urgentisti” del Pronto Soccorso e non solo. Tutti vogliono scappare da condizioni di lavoro difficili, aggravate dalla carenza di personale e mal gestite dalle varie amministrazioni. La crisi investe tutti i livelli e non ha prospettive di miglioramento, almeno a breve termine. Così, consci della situazione, i giovani medici cercano di limitare i danni.
Omicron ha riportato al centro dell’attenzione dei media ospedali e Pronto soccorso, con gli scenari di sempre. Occorre, ovviamente, agire ora, ma, insieme, bisogna attrezzarsi per una convivenza di medio-lungo termine con il virus. E per farlo si deve guardare seriamente alle strategie potenzialmente applicabili a future pandemie e alla prevenzione delle malattie infettive in generale.
La pandemia non dà segni di flessione. A cambiare siamo stati noi, passando da un’accettazione incredula alla depressione e poi a una speranza che rapidamente ha lasciato spazio alla rabbia e a una negazione sorda. Neppure i vaccini, per di più mal gestiti, attenuano questi sentimenti. E, intanto, ospedali e medici sono al collasso.
Ciò che abbiamo imparato in ospedale, quest’anno, è la resilienza. Abbiamo imparato a fare lo stesso lavoro di prima, ma in condizioni diverse, perché oggi il problema sono i malati Covid, domani i puliti per i quali non abbiamo abbastanza posti letto e dopodomani chissà. E, poi, speriamo in un anno diverso. Anche se è poco probabile
Quando sarà la prossima ondata? tra due settimane o dopo le feste? Nel frattempo l’esasperazione cresce, e il soft lockdown nel periodo festivo pesa più che mai. Così l’argomento della settimana, anche in ospedale, è il vaccino: esiste? funziona? è pericoloso?
L’emergenza Covid è un domino. Migliaia di prestazioni sanitarie vengono differite. Sempre di più. È come scegliere chi penalizzare tra scuola, bar, ristoranti, teatri, legami familiari, librerie, centri sportivi. La scelta è difficile e qualcuno ci rimette. Ingiustamente.