Il film The Apprentice del regista iraniano Ali Abbasi, da un paio di settimane nelle sale italiane, ha il suo focus nell’emergere dell’imprenditore Donald Trump, sull’input del cospicuo impero industriale del padre. Opera senza particolari guizzi estetici, il film descrive le origini di una carriera anche spregiudicatamente criminale in combutta e su ispirazione dell’avvocato Kohn (già sostenitore della crociata anticomunista del senatore McCarthy e propiziatore della sedia elettrica per i coniugi Rosenberg), un legale borderline che offre al rampante tycoon i consigli giusti per inserirsi nella high society statunitense, non escludendo frequentazioni pericolose (politici corrotti, mafia, ricorso in tribunale e colpi bassi con l’acquisto di testimoni).
Il film può essere fruito come un mockumentary: puntualmente realistico e fedele rispetto alla storia, nulla evitando a Trump, compresa la violenza sessuale domestica ai danni della prima moglie Ivana-Ivanka, mostrata impietosamente. Il ragazzo trentenne che somigliava a Robert Redford e a Van Morrison prima di imbarcare nel fisico ormai massiccio almeno trenta chili, per infinita vanità ricorre alle cure estetiche sin da quando aveva trent’anni e si fa portare via chili di grasso e innestare alla radice nuovo cuoio per i propri capelli. Le donne sono un benefit da esibire nella mondanità ma senza mai costruire, con i vari soggetti che si sono alternati nel suo letto, un legame vero e profondo. Trump fa progressivamente impallidire il casellario giudiziario di Silvio Berlusconi. Si affaccia, poi, lo slogan “Rifaremo grande l’America”, che stuzzica l’orgoglio frustrato dei suoi connazionali alla fine dell’impero anche se ripete pedissequamente un adagio coniato da Ronald Reagan.
Ma quello che più interessa (e che il film abilmente documenta) è la psicopatologia di Trump, soggetto bipolare che sostiene una tesi dal punto di vista impositivo assolutamente inoppugnabile: «La verità non è quella assoluta, reale, ma la narrazione che ne faccio». E la distorsione dei fatti, che il fact checking puntualmente smaschera, è abituale nei comizi, nei discorsi pubblici, nei confronti televisivi con Kamala Harris. Anche se la constatazione del falso, curiosamente, non fa cambiare parere all’elettorato repubblicano che continua a credere in lui, votandolo.
Nella costruzione dell’impero Trump mutua da Kohn lo status del killer. L’unica cosa che conta nella vita è vincere, a costo di spazzare via gli altri. E anche quando sei sconfitto (ad esempio in tribunale) la regola è negare, negare sempre la sconfitta. Trump è il male che non è stato ancora debellato: a differenza del suo sodale Kohn, a cui toccherà in successione di venir espulso dall’ordine degli avvocati, essere ripudiato da Trump per la propria impresentabilità social, ammalarsi di Aids in conseguenza della sempre negata omosessualità, per morire nell’assoluto anonimato, dimenticato per sempre dal suo cinico ex amico. Nel racconto di Trump sul refrain casanoviano “Infanzia, adolescenza e prime esperienze di…” c’è un ritratto di un magnate immerso nel mondo della schizofrenia americana dove il povero è uno che non ce l’ha fatta e merita di stare in fondo alla piramide sociale, meritandosi il disprezzo dei tanti Trump sparsi per il territorio.
Ecco altre perle della sua filosofia: “Attaccare, attaccare sempre”; “Non ammettere mai nulla e negare tutto”. Quanto alla sconfitta – come anticipato – non deve fa parte del vocabolario di un vincente. Sullo sfondo lo spietato capitalismo americano. Acclamato a Cannes il film in America ha rischiato di non uscire perché uno dei produttori, sostenitore di Trump, ha provato a bloccarlo. Ma il regista Abbasi ha replicato: «Spero che Trump prima o poi lo veda. Sono convinto che, da uomo scaltro qual è, il suo ritratto in fondo non gli dispiacerà».
