Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)
In epoca di Coronavirus, scrissi un articolo in cui tracciavo le analogie tra la crisi pandemica e quella climatica. Non fui il solo. Andreas Malm pubblicò un saggio titolato Clima, corona, capitalismo, confrontando la prontezza con cui i governi del mondo si affrettarono ad adottare soluzioni alla pandemia, con una sostanziale inerzia in materia climatica. Il motivo stava nel fatto che la pandemia colpiva tutti indistintamente, mentre la crisi climatica fa vittime tra le frange socialmente più deboli e i paesi della periferia del sistema-mondo capitalista. In linea generale sebbene il fattore alla base delle due crisi sia, come Malm evidenzia, il capitalismo e la sua logica estrattiva e distruttiva, la crisi sanitaria del 2020 minacciava direttamente la tenuta dell’apparato produttivo. Da qui la necessità di adottare soluzioni immediate. Al contrario, il cambiamento climatico non rappresenta un problema immediato per il Pil, che può persino trarre beneficio dalla gestione delle catastrofi. Una sua crescita può tuttavia procedere di pari passo con l’aumento della povertà, del disagio e del numero delle vittime. Ma poiché a pagare il prezzo più alto sono le fasce più marginali della società, la portata del problema finisce per essere relativizzata e ridimensionata.
Oggi, con l’ondata di caldo che sta durando tutta l’estate (e si prevede un peggioramento per il prossimo anno), tornano in auge i paragoni con la pandemia del 2020. Si parla sempre più di lockdown climatico, per il fatto che si tende a stare chiusi in casa con il condizionatore acceso a causa dell’aria irrespirabile e del caldo insopportabile e dannoso per la salute. Come nella pandemia, gli anziani si ritrovano ad essere le vittime predestinate del caldo opprimente. Da una parte, si aggravano i problemi di salute (in poco più di un mese, in Italia, si è stimato un tasso di mortalità in eccesso del 3% tra gli over 65). Dall’altra, si acuiscono situazioni di solitudine per quegli anziani privati del minimo contatto umano perché confinati a casa da un distanziamento imposto dalle circostanze.
Eppure, quella che viene definita un’emergenza sanitaria non sembra destare preoccupazione nel mondo della politica, soprattutto nell’agenda governativa tutta occupata dalla questione immaginaria dei migranti e dalla necessità di trovare fondi per finanziare il riarmo, al fine di fronteggiare un altrettanto immaginario nemico. Ci imbattiamo in un cane che si morde la coda. L’atteggiamento estrattivo, osservato dai paesi a capitalismo avanzato, rende invivibile la realtà dei paesi in via di sviluppo. Quindi, quelle popolazioni tendono a spostarsi per cercare realtà migliori: gran parte dei movimenti migratori sono a causa dei cambiamenti climatici come riconoscono l’IPCC, la Banca Mondiale e il Dipartimento di Stato statunitense (quest’ultimo analizza anche le conseguenze per la sicurezza nazionale). I paesi destinatari dei flussi migratori alzano barriere e si riarmano, accrescendo il problema. Industria bellica e guerra costituiscono fattori maggiormente responsabili delle emissioni di gas climalteranti, oltre a violare quell’obbligo di collaborazione tra le nazioni necessario a contrastare la crisi climatica. Quindi, si procede in direzione ostinata e contraria rispetto a possibili strategie di risoluzione dei problemi.
La logica competitiva che tira le fila del sistema capitalista globale dovrebbe cedere il passo a una solidarietà su scala planetaria. Già nel 1972, il famoso rapporto sui limiti della crescita, commissionato da Aurelio Peccei agli scienziati del MIT, suggeriva una decelerazione economico-industriale e una redistribuzione che aiutasse i paesi in via di sviluppo di accedere a standard di vita dignitosi. Quasi cinquant’anni dopo, l’economista Kate Raworth ripropone quella ricetta nel suo concetto di economia della ciambella. La ciambella rappresenta lo spazio di agibilità dell’economia, che deve garantire standard di vita dignitosi a tutti e nel contempo rispettare i limiti ecologici. Oggi, siamo sia all’interno che all’esterno della ciambella, ma non dentro. Non sono garantiti standard di vita adeguati a tutti e si sta distruggendo un ecosistema vitale per l’umanità. Un comportamento a prima vista insensato e che risulta funzionale solamente a una minoranza: quell’1% più ricco che ha interesse affinché nulla muti e che vede le proprie ricchezze e il proprio potere in continua crescita. Con buona pace dei critici della decrescita, le classi subalterne dei paesi avanzati stanno conoscendo la decrescita da qualche decennio. A crescere, infatti, sono solo le ricchezze dell’1%, come evidenzia l’ultimo rapporto Oxfam. Dietro l’ideologia della crescita illimitata, il capitalismo cela la sua reale natura di sistema di dominio. Il cambiamento climatico è il tributo che la maggioranza dell’umanità è costretta a pagare per essere assoggettata a una minoranza
Quella minoranza ha un potere e una coesione che riescono a tenere in scacco tutti gli altri. Per farlo, si appoggia a una classe dirigente, composta di politici, opinion maker, intellettuali, economisti, burocrati che in cambio della loro lealtà ottengono legittimazione e posizioni di privilegio. Si costituisce così una simbiosi mutualistica tra classe dirigente e potentati economici. E non potrebbe essere altrimenti, perché se questi ultimi hanno un potere esorbitante, il fatto si deve all’appoggio politico su cui possono contare. Se la politica cambiasse segno, non avrebbero vita facile.
La scommessa per una nuova classe politica che voglia interpretare i bisogni della maggioranza è rendersi credibile attraverso risposte a beneficio della collettività e non delle élite. Nel secolo scorso, il punto di riferimento per queste istanze era la sinistra di impronta marxista. Oggi, dopo l’ubriacatura neoliberale, ciò che si definisce sinistra – in Italia e non solo – non è nemmeno la copia sbiadita di quella novecentesca. In alcuni casi estremi, alcuni suoi esponenti competono con la destra nell’accaparrarsi il ruolo storicamente detenuto da quest’ultima nell’essere il baluardo del capitale. Occorre una politica che torni ad affrontare il conflitto di classe con gli strumenti della contemporaneità. Una sinistra reale dovrebbe porre nella propria agenda tre questioni fondamentali e strettamente interconnesse: lotta alle disuguaglianze, mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici e consolidamento della democrazia. Non si può attuare una transizione ecologica senza ridurne i costi per le fasce più deboli e senza pretendere un contributo maggiore da chi produce più emissioni. Analogamente, contrastare con decisione la disuguaglianza significa prosciugare il consenso alle forze populiste e antidemocratiche che prosperano proprio su disagio, insicurezza e paura. Solo ricostruendo un legame di fiducia su queste priorità, la sinistra potrà uscire dalla propria crisi di rappresentanza. La vera sfida è costruire un programma in cui la giustizia sociale e quella ambientale tornino ad essere una cosa sola.
