
Le parole di Erri De Luca su Gaza e Israele sono inaccettabili da molti punti di vista. Dal punto di vista politico e morale, certo. Ma anche da quello culturale e, non ultimo, da quello semplicemente umano. Sia per ciò che ha affermato: quel “Sono sionista” dichiarato con orgoglio, quasi guanto di sfida a chi non riesce a tollerare la vista dei massacri compiuti da Israele nella striscia in nome di quell’appartenenza. Sia per ciò che ha negato, quell’altrettanto perentorio, nell’intenzione definitivo, “Non c’è nessun genocidio” come se tutti coloro che ne denunciano l’esistenza fossero dei detestabili fanatici accecati dall’odio. Sia, infine, per la sede in cui quelle parole sono state rese pubbliche: l’israeliano “Israel HaYom” (in ebraico ישראל היום) che significa “Israele oggi”, su cui l’originale dell’intervista è comparso il 20 maggio scorso; e l’italiano “Il Foglio” dove cinque giorni dopo ne è stata proposta una parziale traduzione.
Il primo è “il principale quotidiano gratuito in ebraico” (il più diffuso in Israele, per strada, nelle stazioni, nei supermercati…), fondato vent’anni or sono dall’allora magnate del gioco d’azzardo Sheldon Aderson a sostegno della linea conservatrice di Benjamin Netanyahu e ora apertamente schierato con la politica criminale del suo governo (è chiamato scherzosamente “Bibiton” ovvero “il giornale di Bibi”), il che spiega l’ampio risalto riservato all’intervista di De Luca presentata, fin dalle prime righe, come (cito letteralmente) una “sfida alla marea letteraria anti-israeliana dell’Europa” (“mentre l’élite letteraria boicotta Israele, Erri De Luca insiste per tornare alle origini della parola ‘sionista’”) e come un “atto di allineamento morale contro i venti prevalenti” (dice proprio così, “allineamento morale”)… Il secondo, “Il Foglio”, è il giornale su cui sono comparsi alcuni dei più ignobili esempi di odio puro, come l’articolo in cui Mariarosa Mancuso irrideva il film “The Voice of Hind Rajab” con la tristemente nota frase “Vediamo sullo schermo le foto della bambina, vestita della festa con coroncina. E giù singhiozzi, senza pensare che di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli” (Titolo: Far singhiozzare non basta per vincere il Leone d’oro. Né per fare cinema). L’ha fondato uno come Giuliano Ferrara, quello che in un recente Convegno indetto dalle comunità ebraiche italiane ha deriso le denunce sui bambini uccisi a Gaza dicendo che lì “fanno i funerali alle bambole”, e che nei suoi editoriali celebra il “coraggio di Israele” definita “la società più libera del mondo”. E’ qui, in questo contesto editoriale, che è comparsa la versione in italiano dell’intervista di De Luca, affidata per la traduzione e il cut© a tal G.M. (noto per la tendenziosità delle sue operazioni di editing e per la sua teoria degli “’ebrei antisionisti/antisemiti’, da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’’apostata’ Primo Levi fino alle ‘umilianti giaculatorie’ dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner”). Il titolo apodittico di questa versione dell’intervista di De Luca è Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio.
Il discorso potrebbe anche finire qui. In fondo il caso – la cronaca letteraria ce ne offre molti – di uno scrittore che in un momento drammatico della Storia non riesce ad essere all’altezza della propria opera, è cosa triste, certo, ma su cui non stare a perdere troppo tempo. Si potrebbe tranquillamente metterci una bella pietra sopra, se non fosse che intorno all’episodio giornalistico – di per sé, lo ripeto, “minore” e neppur tanto raro – si è generato un volume abnorme, spropositato e sproporzionato, di commenti, prese di posizione, di offese e difese, una montagna di parole tale da costituire, se non altro per la dimensione del dibattito (chiamiamolo così), un “fatto politico”. O, meglio, per dirla con Norberto Bobbio, un fatto di “politica della cultura”, tale da rivelare, nel bene e (soprattutto) nel male, stati d’animo e sentimenti sommersi, scostamenti valoriali e livelli cognitivi della comunità dispersa e sempre meno riconoscibile che affida alla scrittura il proprio esser-ci nel mondo. Misurarsi con questa massa eterogenea, con la sua dimensione corale è forse più proficuo che immergersi nei tormenti individuali del “vecchio Erri”. Forse ci può aiutare a capirne qualcosa di più sullo stato mentale (e morale) della Nazione…

Il primo dato che colpisce è il numero assai esiguo di interventi “di livello”. Si contano sulle dita di una mano, forse di due, quelli che aiutano a capire più che a colpire (a destra o a manca), a riprova – se ancora ce ne fosse bisogno – di quanto si sia rarefatto l’”universo culturale” contemporaneo, sempre meno capace di impiantare un dibattito serio, anche quando immerso in epocali tragedie in atto. La grande maggioranza degli interventi, spesso ripetitivi, si divide tra accensori di roghi e reclutatori di complici: tra chi emette condanne capitali (la gara tra chi vuole bruciare i suoi libri, grigliarli sul barbecue, farli scomparire nel cassonetto, e inveisce contro “tutti questi ‘ex qualcosa’ con la memoria corta”) da una parte, e quelli che invocano assoluzioni a prescindere, dall’altra, a molti dei quali non par vero vedere l’ex-rivoluzionario gettare alle ortiche le antiche bandiere e unirsi alla eletta schiera di quelli che “non la bevono” (ricordate il Prezzolini del ’22?), e finalmente si rivelano come loro, schierati col più forte, il Paese guida dell’Occidente, la perfetta ragion di Stato: penso al “politico di Italia viva” che trionfante esclama che “Ci voleva Erri De Luca per rompere questa insopportabile sequenza di balle, di ipocrisia (e in certi casi servizi a pagamento)”. Penso soprattutto alla “banda del Corriere”, da sempre impegnata a neutralizzare orrore e indignazione, in nome di un’impassibilità olimpica, di un funambolico cerchiobottismo, di cui l’esemplare perfetto (nell’occasione) è stato Antonio Polito che appiccicando insieme le dichiarazioni di De Gregori e l’intervista di De Luca si lancia in un’intemerata contro “l’intolleranza della nuova ‘sinistra illiberale’ su Israele e Gaza” (questo il titolo della fatwa), incapace di tollerare, simmetricamente, il rifiuto di prender posizione dell’uno e l’eccesso di posizionamento dell’altro, derubricati entrambi nella categoria onnicomprensiva della “libertà di espressione”, anzi, più ieratica, della “Libertà dell’artista”. Con buona pace di tutto il dibattito novecentesco sul ruolo – e la Responsabilità – dell’Intellettuale, dal Benda de La trahison des clercs al Gramsci di “Odio gli indifferenti” fino alla teoria sartriana dell’engagement e sul ruolo fondante della Scelta nell’orizzonte morale. Forse in questo intreccio patologico di eccedenza dello sdegno e abulia dello spirito, tra lo strepito dell’invettiva e l’astensione della coscienza c’è il sintomo di quella crisi morale e culturale non solo del nostro Paese – un’Italietta fattasi piccola piccola nella regressione del proprio ceto intellettuale – ma anche dell’Occidente tutto intero, che sempre più si avverte nella sterilità del suo pensiero e nel silenzio delle sue parole.
Ed è questo il secondo tema messo a nudo dal “salto morale” (così è stato definito) di Erri: il destino delle parole. Anzi: della Parola. Il suo “tradimento”. In fondo, alla radice dello “scandalo” sollevato dall’intervista di De Luca stanno due parole: “Sionismo” e “Genocidio”. L’una affermata a colpi d’ascia, l’altra negata con un taglio di ghigliottina. Entrambe, in buona misura, “tradite”. Strattonate con una sorta di violenza semantica in nome di una ragione che le trascende, come non meriterebbero per il loro carattere fondante nel giudizio sulla tragedia in corso. In pochi hanno colto la crucialità di questo tema. Una è stata Loredana Lipperini per rilevare come il trattamento riservato da De Luca al termine “Sionismo” rientri tra le cose “molto sbagliate” affermate mentre il “genocidio” stia tra quelle “orribilmente negate”. L’altro è Ascanio Celestini, nel suo lamentare la desolante perdita di presa delle parole sulla realtà, in una sorta di sconnessione cognitiva che condanna all’impotenza. Entrambi, non a caso, maestri nell’uso delle parole, scritte e parlate. Ma è soprattutto un commentatore meno noto, ma ferratissimo nell’analisi strutturale del discorso, Francesco Russo, ad aiutarci a svelare i meccanismi cognitivi e gli artifici lessicali sottostanti al “discorso” di Erri De Luca su Israele e i suoi crimini, in un denso intervento sulla pagina web di “Pressenza” dal titolo La banalizzazione del sionismo.
Qui, in pochi, serrati passaggi, è messo a nudo il “peso falso” delle parole utilizzate dai due protagonisti dell’impresa di Israel HaYom – l’intervistante e l’intervistato, uniti da un’evidente complicità – a cominciare dalla “parola costituente” per eccellenza, “sionismo”. Nel paragrafo opportunamente intitolato Il sionismo “minimo” come operazione retorica, si mostra in modo a mio avviso convincente come, nell’argomentazione di De Luca – mossa definita tanto “raffinata quanto fuorviante” – il termine venga radicalmente decontestualizzato storicamente, trasformato in un’astrazione filosofica incorporea e come tale assolutamente “innocente”, incontestabile nella riduzione del suo contenuto al nudo principio del diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato e della necessaria coesistenza di due popoli in due stati (su questa base chi non potrebbe, anzi dovrebbe, definirsi sionista e quale obbrobrio qualificherebbe chi vi si oppone?). Scompare, in questo radicale word washing, tutto quanto sta in mezzo tra l’originaria formulazione ottocentesca dei principi del movimento e l’oggi: scompare la Shoah, che ha mutato geneticamente il significato profondo dell’identità ebraica, scompare simmetricamente la Nakba, la pulizia etnica che ha accompagnato la nascita di quello Stato, evapora la successione di guerre (originariamente di difesa poi sempre più di espansione), gli orrori della colonizzazione della Cisgiordania e i crimini dei coloni, le varie sanguinose Intifada, su su nella scia sanguinosa fino al massacro del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas e quelli moltiplicati in scala geometrica da parte dell’IDF (l’”esercito più morale del mondo”) nei due anni e mezzo successivi. Come se le parole vivessero di vita propria e non si nutrissero delle cose che le sostanziano.
Non solo. Ma nella sua infelice intervista De Luca non si limita ad abrogare la storia, interviene anche – travisandole – sulla parola e sulla definizione di Sionismo, amputandone la lettera. Se interroghiamo la Treccani – la custode ufficiale del verbo contemporaneo – al lemma “Sionismo” troviamo la seguente definizione: “Movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme)”. Dunque, non una generica aspirazione, universalmente umana, di ogni ebreo ad avere uno Stato da cui derivare una cittadinanza e la conseguente protezione (come dal discorso di Erri si dedurrebbe), ma la rivendicazione dell’instaurazione di uno Stato ebraico – appartenente cioè ai soli ebrei -, in un luogo specifico e inderogabile – la Palestina -, in forza non di una deliberazione umana ma di una volontà divina manifestata nelle Sacre scritture. Non un articolo dei “diritti dell’uomo” ma una derivazione dal “diritto di Dio”: un’anomalia, si converrà, nel panorama culturale-politico della modernità. Permeabile – come infatti avverrà – a varie forme di suprematismo. Tant’è vero che una figura cristallina – di origine ebraica e di radicata formazione democratica – come Anna Foa ha espresso un giudizio ben più severo sul sionismo, per cosa è stato e soprattutto è diventato: “Anche nelle sue declinazioni politiche migliori, il sionismo è una gabbia che imprigiona Israele… un sionismo ormai privato di qualunque principio morale, di qualunque empatia verso l’altro e ridotto a qualcosa di orrendo”.
Discorso analogo vale per l’altro termine finito sotto il fuoco di De Luca: “Genocidio”, a cui Russo dedica l’ultimo paragrafo del suo scritto intitolato, acutamente, “La semantica della complicità” e incentrato sul “ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista”. De Luca – ci spiega, ed è esattamente quanto personalmente mi ha turbato di più in quel testo, rendendolo irricevibile – “non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive”. Equivale, vorrei aggiungere, a compiere un atto di (non so quanto consapevole) ingiustizia nei confronti delle vittime, negandone la sofferenza insieme al diritto alla riparazione, fosse anche solo morale. Quell’enorme dolore documentato in forma e misura incontestabile da fonti non sospettabili di simpatia per una qualche organizzazione terroristica (si pensi alla Risoluzione n. 876, presentata il 13 novembre 2025 alla Commissione esteri della Camera dei rappresentanti USA da 21 deputati) è posto impietosamente al di fuori dell’ordine del discorso, negato per via lessicale, privato di una qualificazione e quindi di ogni rilevanza. Gli almeno 67.160 palestinesi ammazzati a Gaza tra l’ottobre del ’23 e il novembre del ‘25 (l’87% appartenenti alla popolazione civile); i 1.585 medici e infermieri giustiziati dalle forze armate israeliane, i 250 giornalisti assassinati, i 2.340 palestinesi disperati sparati e uccisi dai soldati e dai contractor privati mentre erano alla ricerca di assistenza alimentare; le decine di migliaia di feriti, mutilati, amputati tra cui un’infinità di bambini (il più grande gruppo di mutilati infantili), non sono negati (come si potrebbe?) ma semplicemente restano senza una qualifica lessicale capace di “nominarli”, relegati nel limbo di coloro che non possono accedere al linguaggio della pietà e dell’indignazione, “increati” perché privi del Verbo che li porti all’onor del mondo. E come loro restano innominati “innumerevoli altri morti a causa dell’assedio, della fame forzata e della distruzione sistematica delle infrastrutture civili, idriche e sanitarie”, gli almeno 455 decessi registrati per malnutrizione tra gli oltre 500.000 che soffrono “la fame e livelli catastrofici di insicurezza alimentare”, tra cui quasi 60.000 bambini.
Una bella disfatta, per uno che ha scelto, come professione e vocazione, il mestiere dello scrittore, che appunto è colui che lavora con le parole, ne fa la materia prima e l’oggetto della propria “arte”, questo restare senza le parole giuste di fronte alla più grande tragedia del proprio tempo. E, per questa via, essere costretto a “naturalizzare” tutto quell’orrore, a derubricarlo a effetto collaterale di quel fenomeno cosmico storico eternamente ritornante che è la guerra, in particolare la “guerra moderna”, espellendolo dal campo della responsabilità umana, rifugiandosi in concetti che, in questo contesto, risultano francamente osceni come “terribile, ma necessario”, “terribile ma inevitabile” (essendo civili e nemici indistinguibili), paralisi morale su cui si è soffermato opportunamente Nicola Lagioia (“Lo sterminio può essere l’effetto inevitabile di alcunché? Può essere necessario?”), salvo poi dichiararsi in preda a una vera e propria “rabbia grammaticale” nei confronti di chi osa utilizzare la parola interdetta “genocidio” per dar nome alla cosa. Sinceramente non risco a dar torto a Russo quando commentando ciò afferma che “invocare la ‘rabbia grammaticale’ davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo”.
Possiamo aggiungere a queste osservazioni, già di per sé esaustive, le riflessioni di un altro critico non certo accusabile di iconoclastico furore o fanatica ostilità, come Girolamo De Michele che sulle pagine di Jacobin, sotto il titolo Il Genocidio spiegato a Erri De Luca ci offre una lezione di lessicografia ben temperata entrando direttamente in medias res, nel punto esatto di giunzione tra biografia e scrittura, vita vissuta e parola: “Spiace dirlo – scrive – ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Jugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza”. E visto che ci troviamo sul terreno delle definizioni formali, ci invita a consultare la definizione di Genocidio contenuta nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio, che è “testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade”: “Per genocidio – vi si legge – si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro”. Al netto della “rabbia grammaticale” di Erri, questo è né più né meno quanto l’Idf ha perpetrato a Gaza, mentre ciò che appare infondata è piuttosto la sua pretesa riduzionistica di riservare, monopolisticamente, il termine stigmatizzante al solo sterminio degli ebrei, alla Shoah, unica e irripetibile nella sua dimensione di male assoluto. Tanto è vero che – glielo ricorda De Michele – “nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città” (d’altra parte “nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima”). Ora, che l’ex volontario umanitario in Bosnia De Luca si trovi a usare gli stessi argomenti degli avvocati dei boia di Srebreniza per assolvere i boia di Gaza appartiene a quelle lugubri ironie che la storia ogni tanto riserva ai suoi distratti testimoni.
Ecco, questo a me pare essere il vero “peccato inespiabile” di Erri De Luca, come uomo e come scrittore. Persino più inescusabile del “voltar gabbana” (il passaggio dal Servizio d’ordine di Lotta Continua alla Guardia bianca di Tel Aviv che tanti di noi ha destabilizzato). Persino più grave dell’assenza di empatia mostrata verso le povere vittime di Gaza (anzi, l’esibizione di quella “empatia selettiva” che la psicologia tematizza come riservata in esclusiva al proprio gruppo di appartenenza, defaillance grave ma tutto sommato umana, anzi umana troppo umana). Intendo il peccato contro la parola. Il tradimento non tanto della parola data, ma della parola usata.
Erri De Luca, nelle sue infinite esternazioni e affabulazioni nel corso degli ultimi cinquant’anni non ha mai smesso di spiegarci che per lui la parola è tutto. Che da buon artigiano del linguaggio si è imposto con disciplina di cesellarla e lavorarla a colpi di bulino per renderla “pura”, certa, autentica. Ancora nell’intervista in questione non ha mancato di riproporre questa sua personale teologia linguistica fondata sulla constatazione che “nella storia biblica, la connessione tra parola e azione è immediata. Le parole diventano immediatamente creazione” da parte di un Dio che “sceglie di agire e spiegarsi solo attraverso la parola”. Ragion per cui nella sua vita personale mantenere “un completo allineamento tra ciò che dico e ciò che faccio” diventa imperativo categorico e sinonimo di libertà (“Da quando ho iniziato a leggere questo testo [la Bibbia nella lingua originale], le parole sono state per me l’unico modo per illuminare la realtà, per renderla visibile”). Salvo poi, al momento buono, davanti al paesaggio di rovine in cui è stata trasformata Gaza, negarla quella parola che potrebbe “illuminare” la tragedia delle vittime, renderne – con tutto lo scandalo che merita – visibile la sofferenza. Come ha osservato sarcasticamente un suo severo critico (Salvatore Savasta), “ci vuole talento, un talento vero, verticale, quasi alpino, per passare una vita intera a spiegare agli italiani che le parole sono pietre, corde, chiodi da piantare nella parete della coscienza, e poi arrivare davanti alla parola ‘genocidio’ con l’aria di uno che controlla se il bagaglio supera i dieci chili al gate Ryanair. ‘No, mi dispiace, questa parola non può salire a bordo. Ha dimensioni storiche non conformi’”. Un décalage sconvolgente, da divinità creatrice a funzionario di dogana, che spiegherebbe l’enorme sconcerto, e le reazioni troppo spesso fuori misura, soprattutto da parte di coloro che per anni, libro dopo libro, gli avevano creduto: “Il punto è che quando hai passato una vita a insegnarci che le parole possono sabotare il potere, poi fa un certo effetto vederti usare le parole come nastro isolante per tenere insieme l’indicibile”.
Le parole, dunque, e insieme le argomentazioni. Che dire infatti di quel bislacco sillogismo (in realtà, come rigorosamente ha mostrato Bifo, un “paralogismo”) che dalla doppiamente falsa premessa secondo cui essere per la soluzione dei “due popoli due stati” significhi essere naturaliter sionisti, deriva l’aberrante conclusione secondo cui chi non è sionista sarebbe un fautore della cancellazione di Israele? Come Hamas. Come i Jihadisti. Come collocare, nel panorama culturale, uno stile argomentativo così esplicitamente tendenzioso – nel suo stesso aspetto formale out of joint –, che non fa onore a chi vi ricorre, tanto più se è uno che dichiara di assumere la responsabilità per le parole che usa come “prima legge di natura”? E, vorrei aggiungere – se mi è permesso precipitare dall’ordine generale del discorso a una cifra più intima e personale -, dal quale dovrei sentirmi profondamente offeso per l’ingiustizia e l’infondatezza dell’accusa (addirittura la condivisione di pulsioni terroristiche). Altro che “rabbia grammaticale”! E invece no, lo confesso. Non provo rabbia. Piuttosto una sottile tristezza, come davanti a chi, giunto a uno stadio avanzato della propria esistenza, nel momento in cui si credeva compiuto, si è smarrito nel labirinto della vita.

In questo, condivido il parere di un suo affezionato lettore – si firma Luca Delgado -, che ha letto e amato ogni suo libro, e che amaramente scrive: “Se volete la mia, oggi provo sinceramente pena per Erri De Luca. Molto più che rabbia”. Pena, ovvero un sentimento di vagamente luttuosa compassione rivolto a chi di fronte a un crollo di certezze non riesce a farsene una ragione, che Delgado descrive attraverso la categoria del confirmation bias: quando qualcosa di reale rischia di far crollare una costruzione simbolica, il cervello reagisce difendendo il simbolo invece dell’evidenza. Si tratta di qualcosa di molto simile a quanto la psicologia del profondo, in particolare la scuola junghiana, ha tematizzato attraverso la formula dell’”identificazione con l’archetipo”, ovvero la sindrome che si manifesta quando un individuo così radicalmente ideologizzato da aver cessato di sostenere un’ idea per “diventare l’idea stessa” è posto di fronte alla sfida del Reale nei confronti di quell’idea, ed allora è la persona stessa ad essere minacciata, posta di fronte all’alternativa tra due possibili vie: quella, positiva, definita da Jung del “lutto del paradigma” (ovvero la rielaborazione critica dell’idea alla luce del piano di realtà); e la via distruttiva della negazione del Reale con la conseguente auto-decostruzione dell’identità del soggetto che non riesce a districarsene (si veda il bel saggio di Lavinia Marchetti). Credo che si annidi qui il “germe” che spiega la caduta di Erri: non in una colpa ideologica, o in un qualche calcolo politico, e nemmeno in una fragilità letteraria, ma in un vizio psicologico, in qualche misura esistenziale, una forma di immaturità nel meccanismo dell’identificazione in una divinità statuale sublimata nel linguaggio, che ha fatto deragliare una carriera finora rigorosamente costruita sulla coerenza tra vissuto e scrittura, tra scrittore e scritto, e ora orfana di quell’unità organica.
Per questo più tristezza che rancore. Più pena che rabbia. Naturalmente i libri di Erri De Luca rimangono ben allineati sul loro scaffale, anzi in questi giorni ne ho riletto qualcuno scoprendo una cosa banale, ben nota a tutti, e tuttavia ogni volta inquietante: che, cioè, finché un autore vive, la vita delle sue opere viene modificata dalle sue scelte, non la scrittura, naturalmente, che rimane immobile nell’inchiostro e sulla carta, ma la lettura sì. L’impronta che lo scritto lascia in chi lo frequenta è direttamente connessa all’impronta che l’autore imprime sulla propria vita vivendola. Dopo questo passaggio “agli inferi”, non riuscirò mai più a rileggere Aceto arcobaleno o Il peso della farfalla, con lo stesso piacere innocente della prima volta.
P.S. Chi avesse l’animo anche solo di affacciari sull’abisso di orrore e di dolore della stricia di Gaza legga il post di Francesca Fornario pubblicato sulla sua pagina FB e ripreso da nomerosi siti. Se avrà la forza e lo stomaco di arrivare al fondo, potrà farsi un’idea più chiara sulla responsabilità morale dei negazionisti e degli indifferenti.


bellissimo l’articolo di Marco
Commento sublime,il significato letterario di genocidio e sionismo,per spiegare le atrocita del governo israeliano,sono una lezione alla cecità di Erri
Un breve commento alla frase “sono sionista”. Il sionismo fu l’ultimo dei nazionalismi etnici occidentali formulato in un’epoca nella quale il razzismo sembrava un’ipotesi scientificamente plausibile e il romanticismo aveva esaltato il popolo-nazione. In fondo non molto diverso dai contemporanei nazionalismi italiano e tsdesco che portarono all’unità d’Italia e all’unificazione della Germania. Oggi però il concetto di razza è stato dimostrato infondato dagli studi di genetica delle popolazioni e i nazionalismi da etnici si sono convertiti in civico-amministrativi. Solo il sionismo è rimasto indietro e ha mantenuto la sua base etnico-religiosa; definirsi sionisti oggi significa ritornare verso ideologie razziste vecchie di un secolo e mezzo.
Grazie, un articolo che finalmente mi rassicura in un momento veramente terribile per tutti coloro che come me sono inorriditi da quanto accade,nell’indifferenza e nella complicità di gran parte dei cosiddetti intellettuali.
ho letto innumerevoli commenti. ho condiviso sottolineando o variando. non ho letto niente da parte di erri. forse perchè non vale la pena rispondere. se ci fosse un qualche spazio non già schierato, potrebbe dare, se lo volesse, una sua interpretazione. altrimenti troveremo altro di cui parlare.
Josè Saramago era di tutt’altra opinione rispetto a Erri de Luca. Ha scritto un breve testo incisivo: Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia e pagine intere nel suo Quaderno. Fu accusato di antisemitismo ma ribatté punto su punto
grazie Marco, critica complessa, anche perplessa, che condivido in toto: è una vicenda umanamente penosa .
Però mi rimane un dubbio sulla sua fissazione biblica, sul suo amore (colorato di raffinatissima filologia) per il testo che ha esaltato tutte le violenze dei popoli conquistatori e che comodamente i Sionisti usano per legittimare l’occupazione e li genocidio. Non trovo una spiegazione, è un aspetto molto oscuro.