Chi ha vinto nel referendum?

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E tre. Dopo il 2006 e il 2016, ancora una volta la Costituzione esce indenne da un referendum costituzionale che mirava a stravolgerla. Una Costituzione vecchia, superata, novecentesca, risalente a un’altra epoca, figlia di partiti che non esistono più: quante volte lo abbiamo sentito ripetere in questi anni? E, invece, ecco una Costituzione che continua a godere di un saldo riconoscimento sociale, a dispetto del disconoscimento che, a turno, le viene riservato dalle forze politiche. Sta in ciò, probabilmente, il sintomo più evidente della crisi di rappresentatività che investe il sistema de partiti: i rappresentanti continuano sterilmente a riversare sui rappresentati un’ossessione revisionista che i rappresentati, angustiati da problemi di tutt’altra natura, continuano a respingere al mittente. Cambiano le generazioni, non cambia la risposta. Proprio il fatto che un potente No alla violazione di un basilare valore costituzionale – l’indipendenza della magistratura – sia venuto dai più giovani dimostra la persistente vitalità della Carta fondamentale.

La destra – mossa da una (in)cultura politica autoritaria, tracimata in una smodata brama di rivalsa – ha aggiunto il tentativo di degradare la Costituzione ad accidente storico: una sorta di controparentesi di crociana memoria, che s’inserirebbe, come un elemento estraneo, nella secolare storia della nazione, da archiviarsi nel rimpianto di un passato e in vista di un futuro ben diversi. Avesse vinto il Sì – con la complicità di una quota di irresponsabili sedicenti liberali (la destra Pd, Calenda, Renzi, la corrente dell’avvocatura rifacentesi alle camere penali) – sarebbe partito l’assalto finale alla Carta del 1948 attraverso il premierato, la legge elettorale l’autonomia differenziata. Il disegno autoritario sarebbe stato portato a compimento. E, invece, Meloni, La Russa, Salvini, Tajani, e tutti gli altri, se ne devono fare una ragione: la Costituzione ha segnato, e continua a segnare, una svolta nella storia italiana, alla quale estranei sono coloro che nei valori costituzionali continuano a non volersi rispecchiare.

Proprio dai valori costituzionali occorre ripartire. Ed è una considerazione che vale per tutti: anche per i partiti del cosiddetto campo progressista. La vittoria referendaria non è stata una loro vittoria. Hanno avuto un peso rilevante, senza dubbio: ma il loro contributo è arrivato per ultimo, dopo quello, decisivo, dei magistrati, della società civile e del sindacato (essenzialmente, della Cgil: ancora una volta, la sola capace di reggere sulle sue spalle il peso organizzativo della società civile). Importante è sottolineare l’apporto al No venuto, oltre che dai più giovani, da una componente del variegato mondo dell’astensione che, pur tenendosi alla larga dai partiti, continua a ritenersi legata alla Costituzione (un fenomeno che già si era verificato nel 2016). Significa che una quota significativa degli astenuti è politicamente motivata: dunque, recuperabile al voto, se solo le forze politiche tornassero a fare della Costituzione la propria bussola. Qualcosa di analogo può forse dirsi per le periferie, in senso ampio intese, se è vero che il No ha stravinto nelle aree dimenticate dai più, a prescindere dal loro orientamento partitico: il Mezzogiorno, umiliato dall’autonomia differenziata, e le aree urbane indigenti, colpite dalla decennale carenza di politiche sociali e sfruttamento lavorativo (i valori costituzionali maggiormente vilipesi).

Tra i valori costituzionali dimenticati vi è anche il parlamentarismo: una visione dell’organizzazione politica che non mette al centro il Governo, né tanto meno il suo “capo”, bensì il Parlamento. Che mira, dunque, a valorizzare non la decisione, bensì la discussione. Che mai giustificherebbe il sacrificio delle esigenze della rappresentanza in nome di quelle del governo: e che, quindi, rifiuta, come una vera e propria perversione, la manipolazione del voto popolare finalizzata a far sì che in Parlamento sieda a tutti i costi, qualunque sia l’esito delle elezioni, una maggioranza assoluta artificiosamente costruita. Il confronto aperto dal M5S, e rivolto al Pd, subito dopo la chiusura dei seggi, su chi debba essere il “capo” del campo progressista, e su quale debba essere il metodo attraverso cui individuarlo (le primarie: funzionali al leaderismo imperante), denuncia la carenza di cultura costituzionale che investe anche le forze dell’opposizione.

Il pericolo dell’involuzione autoritaria è, per il momento, solo accantonato. Inutile illudersi: tornerà a presentarsi alle elezioni politiche del 2027. Ridurre quell’appuntamento alla scelta del “capo” legittimato ad autointestarsi la vittoria referendaria è il modo migliore per riportare i giovani e i politicamente delusi lontani dalle urne.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020), "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021), "Spezzare l'Italia. Le regioni come minaccia all'unità del Paese" (Einaudi 2024) e, con Gustavo Zagrebelsky e Armando Spataro, "Loro dicono, noi diciamo. Su premierato, giustizia e regioni" (Laterza 2024). Collabora con «il manifesto».

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