Il divorzio tra capitalismo e democrazia non inizia con la presidenza Trump né risale, come erroneamente molti scrivono, alla globalizzazione capitalistica. La globalizzazione, spinta da straordinarie innovazioni tecnologiche e dal crollo dell’impero sovietico, ha certamente contribuito all’espansione economico-finanziaria, a modificare le relazioni internazionali, a ridefinire gli assetti politico-istituzionali. Ma i primi segnali di difficoltà e di stress dello stato di diritto e degli istituti di democrazia, così come erano stati disegnati dopo il ventennio fascista e la fine della guerra, vanno collocati senza alcun dubbio nei famosi anni Settanta del secolo scorso. Fino ad allora aveva dominato il “compromesso keynesiano” – la felice combinazione tra capitalismo, democrazia e welfare – caratterizzato da grandi conquiste sociali e civili: in Italia ricordiamo il Piano casa, la scuola media dell’obbligo, la costruzione di grandi infrastrutture (le autostrade), la Cassa del Mezzogiorno, l’Eni, l’Enel, e poi lo Statuto dei lavoratori, la scala mobile, la riforma organica e progressiva del fisco (1973), il servizio sanitario nazionale (1978); e poi ancora il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto. Sono solo alcuni aspetti che – pur tra forti contrasti politici e aspri conflitti nelle campagne, nelle fabbriche, nella società – hanno definito un passaggio d’epoca da una società prevalentemente rurale ad una società industriale, avanzata e moderna.
Molti della generazione boomer, nati dopo la Seconda guerra mondiale, ricordano bene quegli anni turbolenti, contrassegnati da grandi movimenti di massa (gli operai, gli studenti, il femminismo). La scena pubblica era occupata da aspre battaglie culturali e civili e da una dura dialettica democratica. Gli obiettivi erano sempre più ambiziosi e i rapporti di forza, a livello sociale e politico, pendevano a favore dei movimenti. Non tardarono, però, a entrare in scena anche forze ostili al cambiamento che hanno esercitato un’azione continua di disturbo, di freno e di distrazione rispetto alle ragioni dei movimenti, ricorrendo spesso a una violenza efferata. Queste forze sono state funzionali, consapevolmente o meno, alla controffensiva delle classi dominanti contro i movimenti popolari e di massa. Nei libri di Pino Corrias (Romanzo rosso) e di Miguel Gotor (Generazione Settanta) viene restituita a tutti noi, con chiarezza e precisione, una stagione segnata dalla “strategia della tensione”: il terrorismo nero, le stragi, gli attentati ai treni, le formazioni neofasciste, i “boia chi molla”, le Br, l’uccisione di Aldo Moro.
Il disegno politico che animava gli “anni di piombo” era volto a drammatizzare la situazione, a creare un senso di insicurezza e di paura nell’opinione pubblica, a insinuare il dubbio sulla tenuta dello stato di diritto, sulla sua capacità di garantire ordine e sicurezza. Quegli anni drammatici sono lontani, eppure ci possono aiutare a comprendere meglio i processi economici, sociali e politici di oggi. Ci riportano alla mente le riflessioni Berlinguer sul compromesso storico, dopo il golpe cileno. Nel leader del Pci era forte la consapevolezza dei pericoli che correva la democrazia italiana. Il suo appello all’unità tra forze comuniste, socialiste e cattoliche era la risposta a un vento reazionario e revanscista che cominciava a soffiare nel nostro paese, e non solo. Se Berlinguer, in quel periodo contraddittorio e confuso, si poneva lucidamente il problema dei pericoli per la democrazia, di converso, i grandi industriali e finanzieri dell’epoca vedevano nella “democrazia” un serio pericolo per la stabilità del sistema economico e di potere. Rockefeller, il primo miliardario della storia, icona dell’imprenditoria americana, riunì in un’associazione, denominata Trilaterale, i 300 magnati americani, europei e giapponesi più influenti dell’epoca (l’Italia era presente con Gianni Agnelli). La Trilaterale, nel 1975, elaborò un Rapporto avente per titolo Crisis of Democracy, in cui si affrontava lo spinoso tema della “governabilità delle democrazie”. La tesi di fondo era che un eccesso di rivendicazioni sociali e un eccesso di democrazia stava mettendo in discussione la “governabilità” del sistema. Questi eccessi, dunque, erano esiziali per il mantenimento del potere. Nel Report della Trilaterale venivano indicate le contromisure da prendere, individuando nel potere esecutivo l’organo istituzionale da rafforzare.
Da allora in Italia e negli altri paesi, dove i movimenti di massa e popolari erano organizzati e forti, “governabilità” diventa la parola d’ordine delle élite economiche e politiche al potere. In nome della governabilità la democrazia non avrebbe potuto avere una declinazione progressiva, non avrebbe potuto tenere insieme, appunto, la “partecipazione” e il “progresso” (sociale e civile). Comincia così una lenta ma inesorabile spoliazione del ruolo legislativo del Parlamento, ridotto ormai – grazie alla crisi dei partiti e a leggi elettorali capestro – a un ruolo di mera ratifica dei decreti legge decisi e definiti in sede governativa. La parabola della “governabilità” ci ha accompagnato nei decenni successivi e ha conosciuto varie fasi: i governi politici di centrodestra e di centrosinistra, sempre più deboli, sono diventati un intermezzo di governi di emergenza o di unità nazionale, di governi tecnici o dei migliori. I “tecnici” avrebbero dovuto rappresentare un correttivo a “politici” considerati antitetici al principio di competenza. I tecnici erano investiti da un ruolo di supplenza verso un ceto politico che già allora stava perdendo credibilità.
Proprio la delegittimazione del processo democratico, dovuto a governi tecnici presentati alla stregua di “salvatori della patria”, alla lunga distanza ha giocato a favore della destra neofascista. Da una parte, in una grossa parte dell’opinione pubblica si è diffusa l’idea che la politica e il confronto pubblico non siano necessari alla soluzione dei problemi, dall’altra, Fratelli d’Italia, il partito della Meloni, paradossalmente, si è fatto paladino del rispetto delle regole democratiche e della volontà popolare. Insomma, con i governi tecnici si è dato un colpo alla partecipazione e si è alimentato l’astensionismo, sono stati indeboliti i partiti, è stata favorita la destra. Si è spianata la strada, in definitiva, all’idea reazionaria secondo cui è buona cosa “non disturbare il manovratore” nella convinzione (fasulla) che le istituzioni, il diritto, le leggi siano roba di chi si intende di economia e di conti pubblici.
Questa parabola è giunta ora alle sue conclusioni. Senza infingimenti il grande capitale finanziario e tecnologico ha deciso di rinunciare alla mediazione della politica, o meglio, ha deciso di farne un orpello per i propri comodi. Il fastidio e il disprezzo per la democrazia si manifesta sempre più apertamente. Lo Stato di diritto è considerato un impaccio. Dopo aver azzoppato le Assemblee elettive, il Governo Meloni tenta di completare l’opera, soggiogando anche la magistratura. Un regalo a chi desidera, al di qua e al di là dell’Atlantico, un mondo senza regole, che poi significa regolato dalla legge del più forte. La potenza mediatica delle nuove tecnologie, in questa logica, diventa l’arma contundente principale del nuovo blocco di potere. È in grado di stravolgere la realtà dei fatti, alimenta il mito dell’uomo forte, del capo carismatico, dello Stato-Nazione, autoritario all’interno e colonialista all’esterno, di una società rimodellata su basi gerarchiche e corporative. Tutto è lecito purché funzionale al mantenimento del potere.
Siamo ancora in tempo a impedire che il potere politico diventi semplice esecutore delle volontà del potere economico, finanziario e tecnologico? L’ottimismo della volontà ci dice che è possibile, a condizione che ci facciamo carico di una battaglia che dovrebbero far propria tutti i democratici e i liberali. Tanti di loro, però, come in altri momenti della storia d’Italia, fingono di non vedere la posta in gioco, sono interessati innanzitutto alla difesa del loro particulare. Il referendum del 22-23 marzo, da questo punto di vista, rappresenta quindi la trincea più avanzata per difendere l’impianto costituzionale. Votare No significa contrastare l’involuzione politico-istituzionale, bloccare la presenza infestante di forme di fascismo, di nazionalismo e di razzismo, rilanciare la democrazia. Non è scritto da nessuna parte che il mondo debba essere rimodellato su misura dei potentati di turno, ridotto ad una “democratura”, a un regime autoritario, un mix di tecno-capitalismo e di neo-feudalesimo.
In homepage: Renato Guttuso, Marsigliese contadina, 1947, olio su carta intelata, Budapest, Museum of Fine Arts
