Il Minnesota come Weimar: gli Usa e lo Stato di diritto

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«La nazione – ha detto l’ex presidente Obama svegliandosi improvvisamente dal suo lungo sonno dogmatico – è sotto attacco». Ma non c’era bisogno dei tragici fatti di Minneapolis di questi ultimi giorni per scoprire che violenza e discriminazione nei confronti delle classi subalterne fanno da sempre parte dal Dna americano. Basta scorrere un parziale elenco delle grandi rivolte di piazza per rendersene conto. Dai ghetto riots dell’agosto 1965 nel distretto residenziale di Watts a Los Angeles (34 morti, oltre mille feriti, 3.438 arresti, ampi danni alle proprietà e un forte impatto sociale e mediatico in seguito al pestaggio di un giovane afroamericano) alle rivolte di Detroit e di Newark del 1967 (43 morti, milleduecento feriti, settemiladuecento arresti durante cinque giorni di guerriglia urbana, saccheggi e scontri con la polizia, con l’intervento della Guardia Nazionale e dell’Esercito magistralmente descritti nel romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides), fino alla rivolta scoppiata nel 1992 a Los Angeles a seguito del pestaggio del tassista afroamericano Rodney King da parte di quattro agenti del dipartimento di polizia cittadina, poi assolti con formula piena, il che provocò sei giorni di scontri urbani, saccheggi, incendi, violenze e un bilancio di oltre sessanta morti, duemilatrecento feriti e più di dodicimila arresti. Non occorre nemmeno riandare a quel drammatico I can’t breathe (“Non respiro”, divenuto in seguito lo slogan del movimento Black Lives Matter), le ultime parole pronunciate a Minneapolis dall’afroamericano George Floyd durante il suo arresto il 25 maggio 2020, quando l’agente Derek Chauvin gli premette il ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, soffocandolo.

Violenza e discriminazione, abbiamo detto. La Land of promise americana ne è intrisa fino alle ossa. Storicamente, a pagare sono stati quasi sempre i deboli e gli indifesi, le minoranze etniche, i sospettati di intelligenza con il nemico, come le migliaia di sindacalisti espulsi nel 1919 dal procuratore generale Alexander Palmer, responsabile di raid punitivi nei confronti di italiani ed ebrei – Sacco e Vanzetti i più noti, giustiziati nel 1927sulla sedia elettrica –, reputati elementi asociali.

Nulla di nuovo sotto il sole. Ma Donald Trump – che pure com’è suo costume ora fa una mezza marcia indietro – ha compiuto un salto di qualità che oltrepassa la sperimentata cattiva coscienza dell’America. La sua guardia pretoriana d’elezione, l’ICE (Immigration and Law Enforcement), che agisce direttamente su suo mandato e che somiglia fin troppo da vicino a quei corpi privi di controllo e coperti dall’immunità che abbiamo visto nascere dopo il crollo della Repubblica di Weimar, così come li abbiamo visti in Crimea con gli anonimi “omini verdi” inviati da Putin nel 2014. Una falange senza volto, senza identità, senza segni riconoscibili che si esercita con metodica brutalità nella caccia all’immigrato clandestino (a volte l’”arrestato” è un bimbo di soli due anni), emblema di quel “nemico interno” che Trump addita come un cancro da estirpare all’universo Maga che lo ha eletto e il cui consenso intende ad ogni costo mantenere, in vista delle elezioni di medio termine di novembre.

Una certezza si staglia sul fumoso campo di battaglia e di menzogne dove si intrecciano (e talvolta si scontrano) sovranismi, nazionalismi, razzismi, suprematismi, legioni di rednecks (quei “cafoni” originariamente cantati nel suo Hillbilly Elegy da JD Vance prima che voltasse loro le terga e diventasse il più spietato fra i teorici della società tecno-liberista), derive anarcoidi, lampi di guerriglia e risorgenze di soggetti ripescati dal lontano passato come i Black Panthers: il Minnesota è diventato la cartina di tornasole e insieme il laboratorio dell’inversione di rotta consapevolmente perseguita da Donald Trump, che porta al predominio della forza sulla legge, al tramonto dello Stato di diritto, dell’habeas corpus, sostituiti da oligarchie miliardarie e onniscienti che fanno corona al tycoon della Casa Bianca.

Affermava Montesquieu, il padre del bilanciamento dei poteri: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne». Una Wille zur Macht (Volontà di potere, ndr) partorita già dall’assalto a Capitol Hill e divenuta negli anni volontà di potenza e di rivincita. L’America se ne sta accorgendo. Sempre che non sia già tardi.

L’articolo è tratto da Avvenire del 27 gennaio

Immagine in homepage: vetro rotto da un colpo di pistola  di fronte al memoriale per Alex Pretti, l’infermiere  ucciso dagli agenti dell’ICE a Minneapolis/ ANSA

Gli autori

Giorgio Ferrari

Giorgio Ferrari, classe 1944, perito in energia nucleare, ha lavorato dal 1967 al 1987 all’Enel, settore nucleare dedicandosi principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare, fino a diventare responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel. Dopo l’incidente di Chernobyl ha abbandonato l’incarico per ragioni ideali e di coscienza, svolgendo per l’Enel altri impieghi nel settore esteri. Nel 1972 è entrato nel Comitato politico Enel, organizzazione di base che in quegli anni ha iniziato a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, dell’energia nucleare. Attualmente scrive su il manifesto e su riviste di ecologia ed è consulente scientifico di ISDE (Associazione medici per l’ambiente).

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