Dickens, Engels e il Natale del nostro scontento

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Aveva ragione George Orwell a dire che una cosa descritta da Dickens rimane impressa nella memoria in modo indelebile. Per molte generazioni di lettori, l’autore inglese è stato il simbolo di una narrativa tradizionalista, messa in soffitta dal romanzo novecentesco. I capi d’imputazione – sentimentalismo lacrimoso, populismo a buon mercato e umanitarismo da dama di San Vincenzo – hanno spinto molti detrattori, scrittori o critici che fossero, a liquidarne anche il talento di narratore nato.

Grazie alla non comune sensibilità d’attrice di Orietta Notari, di quel talento abbiamo avuto la conferma assistendo, al Teatro Due di Parma, alla lettura teatrale di uno dei più celebrati esempi di pietismo dickensiano, il Canto di Natale. Non era dunque un caso se la sua memorabile interpretazione di un personaggio tutto sommato secondario del Giardino dei ciliegi (la sorella della protagonista Ljubov’Andreevna Ranevskaja) era quel che di una recente versione dell’estremo testo cechoviano ci era rimasto più impresso nella memoria. Anche in questa lettura del caro, vecchio canto natalizio dickensiano le parti più ostiche, non poche, debitrici del farisaico filantropismo della borghesia vittoriana, sono parzialmente riscattate proprio dalla sua calda e ben temperata umanità.

Oggi che, a mettere in discussione il sistema capitalistico, non è rimasta più nemmeno la sinistra, che non ci abbia pensato Dickens col suo umanitarismo caritatevole non può far alzare il sopracciglio a nessuno. È vero che negli stessi anni – i Quaranta dell’Ottocento – in cui Dickens la esaltava attraverso il suo mellifluo apologo natalizio, la beneficenza veniva efficacemente analizzata e disvelata nella sua natura ipocrita da La situazione della classe operaia in Inghilterra, il libro di un ventiquattrenne tedesco figlio di industriali del cotone renani, Friedrich Engels. Ed è ancora più vero che il capitalismo negli ultimi decenni è tornato, superandola, all’aperta brutalità delle origini, ciò che ha reso paradossalmente “attuale” quel capolavoro sugli orrori degli esordi dell’Inghilterra industriale, senz’altro invecchiato meno del Canto.

Lo scorbutico e solitario Ebenezer Scrooge, impaurito davanti agli avvertimenti del fantasma del suo socio Marley, incatenato ai libri contabili e alle cassette di sicurezza, ci appare oggi come una mammoletta a confronto con le maschere dei tecno-tiranni del nostro tempo e alle foltissime schiere dei loro adulatori. Certo, due secoli dopo i servi di Mammona si convertirebbero alla carità e alla misericordia ancor meno di quanto – e quanto ingenuamente – se lo immaginava o se lo augurava Dickens per gli uomini d’affari londinesi nel 1843.

Questo non toglie nulla alla bellezza di certe pagine del Canto di Natale, e alla capacità di Orietta Notari di farle rivivere, specie quelle in cui l’autore descrive, e ci fa quasi vedere, i negozi illuminati e gli abitanti avvolti nel freddo intenso e pungente, nella nebbia gelida della capitale vittoriana, il caseggiato lugubre dove vive il protagonista «chiuso come un’ostrica», il povero interno domestico della famiglia del suo impiegato la sera della Vigilia. Né toglie nulla alla artigiana virtù taumaturgica del teatro ridotto alla sua dimensione più elementare, la lettura, come la praticò con enorme successo lo stesso Dickens, così intensamente da aggravare le sue precarie condizioni di salute, a questa fragile arte da contastorie, che illude per un’ora gli spettatori di percepire qualcosa di quella vecchia Inghilterra «in uno dei giorni più belli dell’anno, la Vigilia di Natale» – come con puerile innocenza scriveva l’autore di A Christmas Carol.

Nella homepage, particolare del manifesto per la rappresentazione teatrale de “Il Canto di Natale” al Teatro Due di Parma; nel testo, Orietta Notari nel corso della rappresentazione, foto di Andrea Morgillo.

Gli autori

Olindo Rampin

Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.

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