Abbiamo passato giorni straordinari, le città percorse e invase da una partecipazione popolare, molti giovani, ma non solo. Paesi, cittadine, metropoli, letteralmente occupate da persone in marcia, spesso dal mattino alla sera. È un risveglio del senso dell’umano, la percezione che era impossibile tollerare oltre: per Gaza, per i palestinesi e per tutte e tutti noi. Dopo le delegittimazioni, le accuse di antisemitismo, le menzogne, improvvisa è arrivata una marea a dire: “basta con il genocidio”.
È difficile che si riesca a fermare il brutale e letale colonialismo di Israele, come la cappa autoritaria che si sta stendendo su un mondo stretto tra diseguaglianze, guerra e riscaldamento climatico, ma si è aperta una crepa, una piccola luce, che ricorda che anche dai periodi più bui, quando indifferenza e apatia sembrano condurre a un abisso impossibile da risalire, si può uscire. Si avverte un piccolo sollievo, che la scrittrice palestinese Eman Abu Zayed scrive essere arrivato anche fra gli orrori quotidiani di Gaza, anche se certo insieme resta – ed ennesima prova ne è il trattamento inumano riservato ai membri delle Flottilla sequestrati – la consapevolezza di quanto sia profonda la violenza.
Ma ancora, di fronte alla violenza, vive nelle piazze, e grazie alle piazze, il diritto, violato, ignorato, denigrato, da Israele e dai governi suoi complici; ritorna il senso del diritto, il suo essere limite e barriera alla violenza. Il diritto è nelle piazze. Nei cortei, nei presidi, nelle università occupate, nei porti bloccati, nello sciopero generale, ci sono il diritto, la dignità umana, la lotta contro la sopraffazione e la violenza. In questo momento, Gaza e la, Global Sumud Flottilla, sono la nostra angoscia, il nostro dolore, ma anche, nella resistenza, la nostra speranza.
La sensazione è di essere a un tornante della storia. Da una parte stanno la democrazia, il diritto, costituzionale e internazionale, il rispetto dei diritti e della dignità umana, la pace, la solidarietà; dall’altra parte, la tracotante affermazione della legge del più forte, la sopraffazione e l’impunità rivendicate, la guerra e la violenza, la massimizzazione dei profitti. Da una parte stanno i popoli nelle piazze, nei mille comunicati e denunce delle associazioni che rendono vivo il tessuto sociale e politico, nella solidarietà navigante della Flottilla; dall’altra parte stanno i governi, che offendono, denigrano e criminalizzano il dissenso, la partecipazione, lo sciopero (Giorgia Meloni), con il consueto connubio di violenza e vittimismo del potere, e per i quali, per citare le parole quasi incredibili di Antonio Tajani, “quello che dice il diritto è importante ma fino a un certo punto”.
Oggetto del contendere sono umanità, dignità, uguaglianza, libertà, autodeterminazione, principi che i conflitti agiti nel passato hanno iscritto nelle carte costituzionali e internazionali. È un conflitto, nella sua tragicità, chiaro e limpido e in tante e tanti lo hanno compreso nonostante la sistematica propaganda – menzogna – di governo, dei governi e dell’oligarchia politico-economica che pretende di governare il mondo sopprimendo ogni “eccedenza”, politica e sociale.
Ogni piazza, occupazione, blocco, comunicato è un atto contro la loro vittoria, per la Palestina, contro il genocidio a Gaza, contro il colonialismo e l’apartheid che Israele pratica da oltre settant’anni, ed è un atto per il diritto nel nome dell’umano, come limite al potere, come strumento di liberazione dalle oppressioni (sociali, economiche, politiche e razziste).
Il diritto vissuto nelle piazze, dal basso, è un segno che esiste ancora il diritto dalla parte degli oppressi. Invero, oggi il diritto è sempre meno ambiguo, perché il potere si mostra nudo, non si nasconde nemmeno più dietro un diritto accomodante o utilizzato come schermo retorico, ma si manifesta nella sua crudezza, intollerante, insofferente, indifferente e sprezzante rispetto ad ogni limite. Il diritto, allora, per riprendere Tajani non sarà rilevante per il neoliberismo autoritario fondato sulla forza e sui profitti di alcuni, ma lo è, a maggior ragione, in quanto terreno e cornice della dignità umana, strumento e garanzia di emancipazione. È il diritto che è nostro compagno e che ha nelle piazze un suo imprescindibile sostegno. Le pronunce e i rapporti delle istituzioni internazionali citati alle casse dei furgoni che accompagnano i cortei concretizzano il legame.
E allora chiamiamo le cose con il loro nome, con il nome del diritto: illegale è il blocco navale di Israele, come su queste pagine è stato ampiamente argomentato; la morte e la devastazione di Gaza sono un crimine, genocidio; quanto accade nei territori occupati, è illegale; il trattenimento dei membri delle flottiglie solidali è sequestro di persona; l’abbordaggio è pirateria di Stato.
Continuiamo a scendere in piazza, ad esserci, a vedere e sentire l’oppressione e a ribellarci; esigiamo il rispetto del diritto. Sono le persone, i popoli, il soggetto. Cerchiamo le forme per mantenere quanto si è mosso, per invertire la rotta, in Palestina, e non solo; per collegare oppressioni e lotte che si sono naturalmente unite nelle piazze, nel nome della Palestina. Teniamo stretta la vitalità di questi giorni, facciamola crescere. Continuiamo a rendere possibile ciò che sembrava impossibile.
