Per il futuro dello Stato il modello della mafia

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Trump è un avvertimento: l’estremismo liberista porta alla privatizzazione dello Stato, dove il modello “anti-Stato” della mafia si fa Stato. È qualcosa di più dello Stato e del governo intesi come “comitati d’affari” di chi detiene l’egemonia economico-tecnico-finaziaria ma ancora ammantata del carattere pubblico delle istituzioni statali: è la sostituzione esplicita del “pubblico” col “privato”. L’apologia del colpo di Stato, da parte di Trump o di Bolsonaro, ne è un corollario, perché si tratta di un rovesciamento radicale. È un aspetto della crisi non solo della democrazia, ma della stessa forma-Stato in quanto tale. Il criterio mafioso dell’affiliazione sostituisce il criterio di cittadinanza. Il modello della mafia è il modo in cui il liberismo rinnova il tentativo del totalitarismo. Un sintomo? La menzogna sistematica rivendicata come proprio diritto sostituisce l’ipocrisia, la quale, come diceva La Rochefoucauld, è almeno “l’omaggio che il vizio reca alla virtù”, riconoscendo cioè un sistema comune di valori e di civiltà, anche mentre li si trasgredisce. Su questa strada di libera menzogna si era già messo Berlusconi. La tesi delle due pagine che seguono è questa: che il modello della mafia non sia solo una patologia cronica da combattere, seppure indefinitamente data la sua vitalità parassitaria e predatoria, ma possa assurgere a forma politica di sbocco della crisi storica dello Stato “borghese”, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Agli inizi del XX secolo, nel pieno del conflitto tra imperialismi, circolavano paure di declino. Ma a quel tempo la spinta fondamentale sentita nel senso comune dell’Europa era quella dell’espansione sul mondo, ambito della competizione tra potenze, da cui la crisi delle democrazie, il compattamento nazionalistico nella competizione e il successo di massa dei fascismi che ha portato alle due guerre mondiali. Ora viviamo nell’inversione di questo vettore: dalla spinta a invadere il mondo alla paura di esserne invasi. Invasi da forze e tecnologie di potenze fuori portata; dai flussi e riflussi del capitale finanziario, dagli algoritmi impersonali, dalla globalizzazione informatica, dai cambiamenti climatici o dalle pandemie. Ma l’invadenza concreta di potenze globali, impersonali o “astratte”, trova la sua incarnazione, la sua rappresentazione antropomorfica, nelle immigrazioni. Gli immigrati sono l’epitome percepibile del senso diffuso di subire invasioni bio-politiche. La globalizzazione digitale, finanziaria, climatica e migratoria ha prodotto la reazione opposta, la ritrazione difensiva “sovranista” e nazionalistica. Le destre che all’inizio del XX secolo hanno avuto consenso nel proporsi come capaci di competere nell’invadere il mondo, ora al contrario hanno successo nel proporsi come forze capaci di contrastare l’essere invasi dal mondo. Gestiscono la paura dell’essere invasi, alimentano la retorica dei confini, assecondano le ansie e la domanda vittimistica di protezione che deriva dal senso individualistico di impotenza. Nel clima di un individualismo di massa lo spirito privatistico del “si salvi chi può” va prevalendo sullo spirito pubblico, e qui è la base diffusa dell’indifferenza o del consenso ai processi di privatizzazione. Nelle potenze che privatizzano si riconoscono le aspirazioni private dell’individualismo di massa, e i poveri votano per i ricchi in nome del diritto alla proprietà e dell’obiezione fiscale.

Attorno a nuclei addensati di potere sociale e finanziario si formano bande che sostituiscono i partiti e suppliscono al declino del processo borghese liberale dell’ascensore sociale, promuovendo catene di affiliazioni e clientele che competono nella privatizzazione della spesa pubblica e degli introiti fiscali, e per questo si valgono della corruzione per infiltrarsi nelle istituzioni pubbliche. La fidelizzazione per interesse si ammanta di proclami (ideologici) di libertà, realismo e progresso promuovendo campagne “contro le ideologie” in quanto tali “comuniste”. Sono bande o lobbies che suppliscono all’inerzia dei partiti, e promuovono una personalizzazione della politica in cui il messaggio (direbbe McLuhan), è il leader stesso e il suo eventuale carisma personale. Che in tal modo si carica di simboli “monarchici”, di significati e di proiezioni di massa.

Gli Stati ancora democratici d’Europa e d’America si basano tuttora su criteri pubblici della politica, delle istituzioni, dei sistemi giuridici. Mentre il declino della partecipazione elettorale e parlamentare registra una caduta dello spirito pubblico, si accentuano e si polarizzano le diseguaglianze sociali, economiche e territoriali creando una situazione nuova: la tendenza alla privatizzazione tribale, o di lobby, dei poteri pubblici di Stato. A competere per conquistare il governo sono esplicitamente gruppi di potere che non aderiscono a partiti ma cavalcano partiti per conquistare il governo e privatizzare lo Stato. Sono concentrazioni di potere che non mancano affatto di leggi, hanno anzi ferree leggi e gerarchie interne, come le ha la mafia, il cui obiettivo è però quello di scardinare i sistemi giuridici e legislativi a carattere pubblico e universalistico, sia sul piano statuale sia sul piano internazionale, per piegarli alle proprie logiche private. Questo processo è in corso. Se i sistemi mafiosi che conosciamo costruiscono spazi per agire extra legem, queste lobbies puntano oltre: puntano a far deperire lo Stato per sostituirlo con la pura prassi del potere privatistico. Per questo, è logico che tra una politica che abbia smarrito il suo etimo riferito alla pòlis, cioè alla sfera pubblica, si radicalizzi lo scontro con la magistratura che ha la funzione pubblica di sottoporre a controllo di legalità la vita sociale. Non è più un conflitto che si riferisca a singoli casi, a divergenze di interpretazione sui fatti, all’attrito fisiologico tra funzioni diverse entro un sistema costituzionale comune. È invece uno scontro tra sistemi diversi, tra governance privata e giurisdizione pubblica.

Sembra al fascismo? Sembra più alla mafia che al fascismo. Il fascismo aveva connotati affini alla mafia e combatteva la mafia per affinità e concorrenza, ma anche perché il fascismo era ufficialmente statalista. Non era suo obiettivo scardinare lo Stato. Al contrario, pretendeva che il regime fosse identificato con l’interesse pubblico, tutt’uno con lo Stato Per questo era antagonista non solo alla libertà, ma al liberalismo come ideologia che esalta il privato. L’ideologia che anima invece la tendenza che vado descrivendo è al contrario l’estrema degenerazione liberista del liberalismo: che vinca l’interesse privato del più forte. Trump ne è il campione: se nei conflitti si appoggia il più forte avremo la pace. Così in Ucraina o in Palestina. La pace secondo il liberismo.

Come il fascismo italiano fu precursore dei fascismi, così Berlusconi è stato precursore di questa tendenza alla privatizzazione dello Stato. Le leggi ad personam ne sono state la grottesca esibizione; la sua responsabilità di governo nella “macelleria messicana” al G8 di Genova nel 2001 ne è stata la manifestazione criminale, insieme coi suoi rapporti di convivenza con la mafia. Ora lo spirito di Berlusconi aleggia nello studio ovale della Casa Bianca e al Cremlino, ma non è un vanto per l’Italia. Trump ne è l’estremo, con tutti i suoi affini, da Bolsonaro a Milei a Erdogan a Orban a Putin a Netanyahu.

Il sistema mafioso a scala internazionale non è ormai solo “criminalità organizzata”, infiltrata, laterale, parassitaria e predatoria. È un sistema socio-politico, è l’altra faccia della crisi degli Stati, sottodimensionati di fronte ai fenomeni globali, e del loro carattere pubblico. È la privatizzazione degli Stati e la personalizzazione della politica nella crisi dei partiti come organismi collettivi di elaborazione delle prospettive.

Il tempo della “strategia della tensione” va riletto non solo come reazione alle mobilitazioni sociali di allora, ma anche e soprattutto come preparazione di un futuro che ora si sta svolgendo. I fascisti che a quella strategia hanno collaborato con le stragi coperte dai depistaggi di Stato non hanno contribuito, come forse credevano e credevamo, al rafforzamento autoritario dello Stato ma piuttosto, malgrado loro, alla sua dissoluzione liberista autoritaria. La tendenza prevalente e nostra nemica attuale non è lo statalismo fascista, ma piuttosto la privatizzazione mafiosa e liberista della sfera pubblica. Dove lo Stato resta, coi decreti sicurezza, un apparato repressivo, ma nella tradizione più mafiosa che costituzionale dei “bravi” del Manzoni.

Post scriptum. Questa nota vuole cogliere, senza specifica competenza, il futuro possibile del modello-mafia, ritenendo una sottovalutazione considerare le mafie patologie croniche ma sempre al di sotto dello Stato, come lo sono le malattie che infestano il corpo ma ne restano sub-ordinate. L’allarme è per una vera e propria mutazione del “corpo” stesso, cioè dello Stato. Come si usa dire: una mutazione del suo DNA. Parlo essenzialmente del modello-mafia in Occidente, che giunge a privatizzare il pubblico alla luce del sole, alla luce cioè delle procedure democratiche, come il voto e l’informazione, fino a dominarlo. Il modello mafia è il liberismo che privatizza lo Stato, lo distrugge e si veste del suo guscio svuotato come fanno i paguri nelle grandi chiocciole morte; è la via per omologarsi a modelli già vigenti, come il regime russo, o molti regimi africani o latino-americani o islamisti. È Il paradosso per cui chi ha la pretesa di “esportare la democrazia” ne torna infarinato di “democratura”. Come se la frase più scema del XX secolo – “la fine della Storia” di Fukuyama, che voleva proclamare l’egemonia mondiale stabilizzante del modello americano vittorioso nella Guerra Fredda – fosse in realtà la percezione inconscia del momento di stasi che precede l’inversione di tendenza, in cui è il resto del mondo a influire in modo crescente sul centro invece che viceversa.

Gli autori

Stefano Levi Della Torre

Stefano Levi Della Torre (Torino 1942) è laureato in architettura e già docente al Politecnico di Milano. È pittore e saggista. Ha studiato ebraismo con Haim Baharier. Tra le sue pubblicazioni: “Essere fuori luogo, il dilemma ebraico tra diaspora e ritorno” (Donzelli, 1995, Premio Pozzale-Luigi Russo 1995); “Zone di turbolenza” (Feltrinelli, 2003); “Il forno di Akhnai, una discussione talmudica sulla catastrofe” (con Yoseph Bali e Vicky Franzinetti, Giuntina, 2010); “Laicità, grazie a Dio” (Einaudi, 2012); “Dio”, Bollati Boringhieri, 2020).

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3 Comments on “Per il futuro dello Stato il modello della mafia”

  1. Grazie. Questo articolo colloca molti tasselli della società che vivo e conosco al posto giusto. Lo arricchirei solo della considerazione che è uno schema organizzativo che attraversa tutta la società, da chi detiene l’egemonia economico-tecnico-finaziaria, giù giù fino ai livelli più bassi della scala di potere, ovvero quello locale, dove è adottato e perfettamente funzionante .

  2. Ormai le mafie sono infiltrate a ogni livello dalla Commissione Europea di quella mafiosa di Ursula Wonder leyen giù giù fino al livello nazionale che si costruisce ruoli di responsabilità affidati solo al Clan di amici parenti e incompetenti si in giù ai consigli comunali di qualunque paesino italiano ormai è un cancro generalizzato irreversibile. Il punto di non ritorno è ormai ampiamente sorpassato, non si può essere più nessuna salvezza se non una catastrofe imprevista

  3. Grazie a Stefano Levi Della Torre per l’interessante suggestione del modello-mafia come modello-Stato. Lo trovo calzante e gravido di elaborazioni ulteriori. Va da sé che parlando dello Stato non si parla del suo corpo centrale ma dell’insieme del corpo diffuso nel territorio. Una considerazione ulteriore: le strutture informali che vanno ad occupare lo Stato in via di privatizzazione non solo espressione della mafia in quanto tale ma comprendono anche iniziative a carattere di Clan del tutto private che aderiscono tuttavia ai modelli mafiosi. La coincidenza tra i soggetti privati concorrenti con le espressioni mafiose pare determinare una “metamafia”, una zona grigia interna allo Stato che mira alla gestione tout court dello stesso Stato. I due tipi di soggetti diversi (privati e mafiosi) entrano fra loro in una sorta di simbiosi che li porta ad essere fra loro intrecciati e compartecipanti, ed ognuna viene modificata e modifica l’altra in una dialettica che porta all’omogeneità a cui lo stesso Stato viene piegato alla loro omologazione.

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