L’obbedienza non è più una virtù

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Questa notte ho fatto un sogno. Una distesa sconfinata di persone – uomini, donne, bambini, anziani – vagava dentro un fazzoletto di terra, sigillato da barriere impenetrabili, senza accesso al cibo, all’acqua, all’assistenza sanitaria. Attorno a loro un paesaggio lunare, fatto solo di macerie e distruzione: non un edificio in piedi, non un albero, non un fiore. Sopra di loro una tempesta di fuoco, una coltre di fumo nerissimo, il fragore assordante delle detonazioni mescolato alle urla di terrore e ai flebili lamenti dei bambini affamati. A un certo punto qualcosa accadeva. Un varco si apriva, come per magia, dall’esterno. Un camion faceva il suo ingresso, colmo di ogni genere di beni di conforto. Un altro lo seguiva, traballante per l’entità del carico. Poi un altro ancora, fino a formare una lunga carovana. Qualcuno, tra i soldati di guardia, aveva disobbedito all’ordine di impedire qualsiasi movimento, in entrata e in uscita. I generali, pazzi di rabbia, ordinavano di sparare, di fermare a tutti i costi i convogli. Ma i soldati, come risvegliatisi da un sonno ipnotico, si ribellavano, deponevano le armi, correvano a fraternizzare con il nemico…

Mi sono svegliata. I gazawi sono ancora lì, cinti da un assedio mortale. E il bollettino giornaliero delle vittime di questo sterminio immane, che assume sempre più i contorni di un genocidio, continua ad essere spaventoso. Ma i giornali informano che cresce il numero dei riservisti israeliani che non rispondono alla chiamata alle armi, così come quello dei refusenik, che pagano con il carcere il rifiuto a prestare il servizio militare nei territori palestinesi occupati. Altrove il fenomeno sta assumendo dimensioni dirompenti: i dati sulla renitenza alla leva e sulla diserzione in Ucraina sono impressionanti (sei milioni di uomini, nel solo 2024, si sarebbero sottratti all’obbligo di trasmettere i propri dati ai centri di reclutamento; mezzo milione di processi sono stati aperti per il reato di renitenza alla leva), mentre analoghi tentativi di fuga dei russi dal fronte, di cui c’è qualche testimonianza, sono più difficile da documentare (M. Bascetta, Disertare vuol dire capire le guerre, “il Manifesto”,13 maggio).

Nulla di sorprendente, in verità. Casi di diserzione o insubordinazione nei confronti di superiori che, sul campo di battaglia, dispongono con leggerezza dei corpi e delle vite altrui (come il generale psicopatico descritto da Emilio Lussu in Un anno sull’altipiano) sono frequenti in tutte le guerre, e sono probabilmente molti più di quelli che vengono documentati. Durante il primo conflitto mondiale in Italia circa 870.000 uomini (sui 5 milioni e 200.000 tenuti a prestare servizio militare tra il 1915 e il 1918) sono stati denunciati per essersi a vario titolo rifiutati di combattere. Di questi, circa 470.000 erano renitenti alla leva, mentre 400.000 erano soldati finiti davanti a un tribunale militare (e spesso di fronte a un plotone di esecuzione) per reati come “diserzione”, “autolesionismo” (unica alternativa alla diserzione, per i più disperati), “rivolta”, “rifiuto all’obbedienza”, “codardia”, “disfattismo”, “ammutinamento” (E. Forcella, A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza 2014, pp. XIV e ss). Senza dimenticare varie forme di “intelligenza con il nemico”, come quella di alcuni commilitoni che, il 31 gennaio 2018, «omettevano di fare fuoco all’apparire dei nemici delle trincee opposte, a breve distanza, contrariamente alle precise disposizioni impartite dal comando» e fraternizzavano con gli austriaci, scambiando con loro pane, sigarette e “conversazioni” a volte commoventi come “Buon Natale, nemico!”, “Come te l’hai passata la notte?” “Pace! – Anche noi la vogliamo la pace!” (ivi, p. 281).

Le ragioni di simili comportamenti non sono difficili da cogliere, al di là del linguaggio burocratico dei resoconti giudiziari. Si va dal semplice, umanissimo, desiderio di portare a casa la pelle (“Chi è morto non resuscita più”), alla percezione dell’assurdità, e immoralità, dell’atto di uccidere “persone che non conosco e che non mi hanno fatto nulla di male”, al rifiuto dettato dalla consapevolezza che le guerre sono decise dalle classi dominanti, per i loro interessi, usando la povera gente come carne da cannone. Lo stesso impasto di ragioni esistenziali-morali-politiche che emerge dalla canzone composta da Fausto Amodei e Franco Fortini in occasione della prima marcia per la pace Perugia-Assisi, nel 1961: “E se Berlino chiama, ditele che si impicchi, crepare per i ricchi no, non ci garba più”. Ma anche: “Se la ragazza chiama non fatela aspettare, servizio militare solo con lei farò / E se la patria chiama lasciatela chiamare: oltre le Alpi e il mare un’altra patria c’è / E se la patria chiede di offrirgli la tua vita, rispondi che la vita per ora serve a te”.

Parole che verrebbero tacciate, oggi, di imperdonabile mollezza dai novelli cantori dello “spirito guerriero”, convinti della necessità di riarmare l’Europa, per prepararla a una nuova età di eroismo, dopo l’intorpidimento dovuto a troppi anni di pace. E che dovremmo, invece, tornare a cantare. Sperando che siano udite anche sull’altra sponda del Mediterraneo…

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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2 Comments on “L’obbedienza non è più una virtù”

  1. Chi non accetta di ” RIPUDIARE la GUERRA” e continua purtroppo a DECIDERLA , ha un modo rapido e certo, per ” eliminarla finalmente dalla storia” : combattere sul campo , in PRIMAFILA….. L ‘ unico modo per convincersi , in prima persona, della sua tragedia e distruttivita’assurda.E’ un’ esperienza esistenziale che manca, perché CHI la decide, delega ALTRI ad uccidere , a creare dolore e sofferenza e a morire al posto suo.

  2. Da un punto di vista ideale sono più che d’accordo. Poi ci sono le realtà. Ad esempio : sono un giovane russo e da una parte sono chiamato al fronte e non vorrei , dall’altro so che la mia libertà futura ( intesa come popolo ) sarà notevolmente condizionata da pressioni militari esterne. E’ chiaro che se la presa di posizione fosse simultanea in tutto il mondo il problema non sussisterebbe , ma non è mai così. Come uscirne non lo so .

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