Clima incandescente in Turchia da oltre due settimane. Folle oceaniche in manifestazioni di protesta, università in rivolta, boicottaggio assoluto dei consumi, di proprio tutti i consumi, anche online e di tutte le aziende e i media vicini al partito Akp (Partito Giustizia e Sviluppo) e alla famiglia del presidente, compresa la Cnn, sospesi spettacoli e concerti in programma dal 23 aprile (anche quello internazionale di Robbie Williams). Il ministro dell’Economia grida al golpe contro l’indipendenza economica della Turchia. Chissà se Erdoğan aveva previsto reazioni così massicce, generali e continuative in risposta all’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu avvenuto il 19 marzo. İmamoğlu, esponente del Chp (Partito Repubblicano del Popolo), è il rivale più pericoloso di Erdoğan nelle elezioni presidenziali del 2028. Nelle primarie del Chp, avvenute il 30 marzo, è stato scelto come candidato con 14,5 milioni di voti. Erdoğan si preoccupa già ora per il 2028 perché ha esaurito i due mandati presidenziali consentiti e per potersi candidare dovrà ottenere una modifica della Costituzione. Quali le accuse al rivale di Erdoğan e a oltre cento funzionari del Comune arrestati con lui? Non poteva mancare, da parte della magistratura asservita, l’imputazione di sostegno al terrorismo del Pkk per la pregressa alleanza elettorale con il partito filo-kurdo, e ci sono inoltre le imputazioni di corruzione, estorsione, riciclaggio. Ma chi è il sultano del secondo esercito Nato che domina la Turchia arrestando a migliaia i suoi oppositori e rimane al potere nonostante una lunga e gravissima crisi economica?
Recep Tayyp Erdoğan è nato nel 1954 a Istanbul in una famiglia devota alla fede e ha studiato in un istituto tecnico coranico. Fin da ragazzo – ha rivelato – il suo sogno era il ritorno a moschea del museo di Santa Sofia, sogno realizzato nel luglio 2020. Il suo atteggiamento nei confronti della donna è coerente con la sua spiccata religiosità. La moglie Emine compare a fianco del marito negli incontri internazionali ricoperta da palandrane informi con un copricapo studiato per non lasciar trapelare nemmeno un’ombra di peccaminoso pelame femminile. Se Erdoğan sfoggia affermazioni e comportamenti maschilisti, come accaduto nel famoso incidente del sofà ai danni della commissaria europea Von Der Leyen, la consorte non è da meno. Nel marzo 2016 Emine Erdoğan, intervenendo a un evento culturale, si distinse affermando che “l’harem era un’istituzione educativa che preparava le donne alla vita”. Clamoroso il ritiro della Turchia, nel 2021, dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Contro questa decisione avevano manifestato nelle città turche migliaia di donne, comprese quelle che portano il velo.
Demolito il potere laico custodito dalla casta militare, Recep Tayyp Erdoğan, che mira a essere considerato il leader dei Fratelli Musulmani, è stato ed è sostenitore non dichiarato dell’Isis; apertamente finanzia gruppi jihadisti come Hamas e contro l’Amministrazione autonoma kurda del Rojava si avvale del c.d. Esercito Libero Siriano, creato, armato, addestrato da Ankara, e composto da reduci dell’Isis e fanatici di 40 diverse nazionalità. Tra le mire di Erdoğan c’è l’annessione alla Turchia del Rojava, un ampio territorio di confine, e la sostituzione etnica della sua popolazione (kurda e minoranze di varie etnie e religioni) con arabi sunniti. Un progetto presentato ufficialmente all’Assemblea Generale dell’Onu nel 2019. Il sultano usa ampiamente lo strumento della fede. Dopo la vittoria nelle ultime elezioni politiche del maggio 2023 ha intensificato il sostegno alle comunità islamiche nel mondo e le iniziative culturali rivolte ai giovani potenziando l’agenzia umanitaria governativa Tika e il ministero degli Affari Religiosi Diyanet, forte di un budget elevatissimo e di 120 mila dipendenti.
Da anni si parla di un progetto neo-ottomano di Erdoğan. Il suo espansionismo coinvolge, oltre ai Balcani, il Caucaso, il Medio Oriente, l’Asia centrale e alcuni Paesi africani, segnatamente la Libia. Con la rivendicazione della Patria Blu il presidente turco pretende le risorse del Mediterraneo orientale, l’annessione di alcune isole greche dell’Egeo e minaccia la Grecia (“arriveremo di notte”), mentre l’Europa a distanza di decenni continua a tollerare l’occupazione militare di Cipro Nord. Tra i successi di Erdoğan c’è il gemellaggio militare con l’Azerbaigian che marcia verso l’obbiettivo “due stati, un solo esercito”. Dopo la conquista di Damasco da parte della formazione al Sham di al Jolani, Ankara punta a stabilire una sorta di governo occulto sulla Siria, e a formare il nuovo esercito siriano.
In 20 anni Erdoğan ha fatto costruire 17 mila moschee sulle 85 mila esistenti in Turchia, ha progettato e finanziato decine di moschee in tutto il mondo, da Mosca ad Amsterdam (secondo il suo architetto, la più bella d’Europa), dal Mali agli Stati Uniti, da Cambridge a Gaza e continua a finanziare i luoghi di culto in Europa (35 nella sola Svizzera). In Germania, dove forte è anche la presenza dei Lupi Grigi, inseriti nei gangli di diverse istituzioni, controlla 900 moschee e attraverso i loro imam esercita pressioni politiche nel mondo degli immigrati. Con Erdoğan si è rafforzata l’egemonia sui Balcani, in Bosnia e nello pseudo-stato del Kosovo. In Albania, la Turchia ha occupato i centri vitali del Paese: scuole, università, istituzioni culturali, moschee. Con 30 milioni di euro Erdoğan ha contribuito al finanziamento della Grande Moschea di Tirana, la più monumentale dei Balcani. Le grandi società turche operano in Albania con importanti investimenti, scambi commerciali e attività bancarie. La compagnia di bandiera Air Albania è nata grazie ai fondi forniti dalla Turkish Airlines, che ne detiene il 49 %.
Tra i tanti abusi di Erdoğan c’è la costruzione del palazzo presidenziale di Bestepe nel parco forestale Ataturk donato dal padre della patria allo Stato perché rimanesse per sempre a disposizione dei cittadini di Ankara. I lavori sono iniziati nel 2014, primo anno della sua presidenza. Il gigantesco complesso si estende su 300 mila metri quadrati e dispone di 1.150 camere. Comprende un giardino botanico, un centro congressi, una grande moschea, un centro di intelligence dotato di sistemi di avvistamento satellitari militari, un bunker a prova di armi biologiche, nucleari e chimiche e un centro dedicato a sistemi avanzatissimi anti intercettazioni telefoniche. Ufficialmente è costato un milione 215 mila euro di denaro pubblico, il triplo secondo l’ordine degli Architetti di Ankara. È chiamato Ak Sarray, Palazzo Bianco, per i suoi preziosissimi marmi ed è soprannominato Koc Ak Sarray, Palazzo Bianco Illegale. Più di una volta la giustizia turca ne ha condannato la costruzione ma Erdoğan ha decretato che nessuna autorità giudiziaria, neppure la Corte Costituzionale, ha diritto di esprimersi nei confronti di una decisione o di un ordine emanato dal presidente della Repubblica motu proprio e da lui firmato.
Alla persistenza di Erdoğan al potere non è estraneo il labirinto di segreti rapporti economici costruiti negli anni. Il devastante terremoto del febbraio 2023 ha portato alla luce un’estesa rete di corruzione che ha consentito agli speculatori edilizi di costruire in una zona altamente sismica edifici residenziali con materiali scadentissimi e nella totale inosservanza delle norme di legge in vigore dopo il sisma del 1999. Di tanto in tanto la stampa da notizia di scandali finanziari e intrallazzi internazionali che coinvolgono la cerchia di Erdoğan che sono, peraltro, rapidamente soffocati. Il più importante fu lo scandalo miliardario emerso alla fine del 2013. Un gigantesco traffico e riciclaggio di dollari e oro, truffe, corruzione, abusi edilizi che coinvolgeva anche due dei figli di Erdoğan, la Banca di Stato e lo stesso premier. In quell’occasione Ankara arrivò quasi a espellere l’ambasciatore americano che, con le dovute sfumature diplomatiche, aveva accennato allo scandalo. La vicenda si risolse con l’incriminazione dei magistrati e delle forze di polizia che avevano portato avanti le indagini, vicini ai gruppi dell’ora defunto leader religioso Fetullah Gulen, prima alleato e poi rivale del sultano.
La definitiva vendetta nei confronti di Gulen si compì in occasione del fallito golpe del luglio 2016, che non pochi analisti considerano orchestrato dallo stesso Erdoğan. Secondo il Ministero degli Interni il tentato colpo di Stato aveva avuto come diretta conseguenza 99 mila campagne di sicurezza, circa 290 mila arresti, 25 mila condanne al carcere, 597 mila procedimenti giudiziari. L’epurazione in seno all’esercito ha liquidato 15 mila tra soldati e ufficiali, 130 mila sono stati i funzionari pubblici licenziati e migliaia gli accademici; sequestrate oltre 3.000 università, scuole, istituti di formazione. Tra le persone incarcerate numerosissimi i giornalisti, alcuni dei quali furono costretti all’esilio. Venne potenziato il MIT, reso dipendente in via diretta dal sultano. Secondo la rivista People with Money (8 maggio 2023) Erdoğan è il capo di Stato più pagato al mondo e tra l’aprile 2022 e l’aprile 2023 ha guadagnato complessivamente 96 milioni di dollari tra emolumenti e proventi delle sue attività finanziarie e commerciali. People with Money stima il suo patrimonio netto in 275 miliardi di dollari .
Nelle elezioni politiche del 2023 l’alleanza di Akp di Erdoğan con il partito di estrema destra Mhp vinse di misura e grazie a ogni sorta di violenze e scorrettezze. Ora Erdoğan deve ottenere una modifica della Costituzione per concorrere a un terzo mandato presidenziale. La recente mossa favorevole a una soluzione della questione kurda, partita dal leader dell’alleato Mhp, potrebbe essere valutata proprio nell’ottica di ottenere i voti del partito Dem filo-kurdo. Riuscirà il sultano della Nato a giocare a suo vantaggio la carta kurda e a superare l’immenso impatto politico e mediatico del carcere per İmamoğlu? Intanto il leader del Chp Ozgur Ozal dichiara che il suo partito «non farà passi indietro nella lotta per la democrazia, lo Stato di diritto, la libertà».
