Un algoritmo cambierà il mondo? TikTok e non solo

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Il contorno di miliardari dei social che circondava il tycoon presidente Trump nella cerimonia di insediamento non lascia dubbi su quale svolta subirà la politica internazionale. Il saluto parafascista di Musk (ribattezzato Trusk), la genuflessione al potere forte di Zuckerberg, l’accondiscendenza degli altri reggitori della comunicazione virtuale ci portano a pensare che nel prossimo futuro un algoritmo deciderà il futuro del mondo.

La variabile impazzita e un po’ imprevedibile che galleggia nella galassia delle novità internaute è TikTok. Senza dubbio la più vivace e sbarazzina. L’ultima arrivata ma giudicata la più pericolosa: perché viene dalla Cina, non propriamente una nazione amica degli Stati Uniti. Ma gli apparentamenti di Trump sono imprevedibili. Proprio l’uomo che ha chiesto ai paesi della Nato di aumentare le spese militari fino al 5% del Pil è anche il politico double face che si è vantato di far cessare in un amen la guerra russo-ucraina. E dunque non è facile sondare il suo complesso e variegato atteggiamento verso questo social network che viene spesso dipinto alla stregua di un Soros, cioè capace di cambiare gli equilibri della geopolitica internazionale. Certo, fa riflettere sul suo ruolo quanto successo in Romania dove è stato addirittura giudicato colpevole di aver influenzato le elezioni che hanno visto il trionfo del carneade Georgescu in modo così determinante da indurre la Corte Costituzionale, seppur discutibilmente, ad annullarle. Il precedente è grave, importante e fa riflettere. Chi può giudicare il grado di condizionamento dei social network su platee sempre più svogliate e obnubilate di elettori? Chi può giudicare chi?

Si può occultare o misconoscere l’influenza che Twitter, Facebook se non addirittura Instagram hanno avuto sulle urne del mondo occidentale? E quanto influenzano i giornali, le televisioni, più genericamente i media? Per non parlare delle fake news inoculate nei sistemi. Affluenti pericolosi che fanno sorgere strane idee di complotto, che fanno proliferare i no wax, i terrapiattisti, i seguaci di una qualunque superstizione.

Intanto nel suo primo giorno di insediamento Donald Trump ha deciso di posticipare la scadenza che richiedeva alla società cinese Byte Dance di vendere la sua partecipazione in TikTok. Oggi la questione TikTok è talmente stringente da essere messa sull’altro piatto della bilancia, merce di contrattazione, per definire i dazi da imporre alla Cina, né meno trascurabile della questione Taiwan. Il fatto è che il famelico mercato del condizionamento dei voti è fortemente operante con il contributo di hacker di una qualunque nazione. Aggiungiamo che il pensiero dell’opinione pubblica sul conflitto Gaza-Israele è decisamente influenzato dalla lobby ebraica americana e da striscianti opinion leader sionisti. È su questo sfondo che si muove la possibilità di una cessione di TikTok che orienti diversamente il timone del marchio. Un marchio che, nel globo, è in grande espansione: a New York addirittura sono stati organizzati dei flash mob contro il suo oscuramento, sensibilizzando ulteriormente Trump.

In Italia evidentemente la sua messa al bando non è un’opzione così stringente. Ma siamo più vicini al caso-Romania che al bando statunitense. Senza dimenticarci quante nostre elezioni sono state condizionate dal voto di scambio, dai mercanti dei voti, se non addirittura di candidati fantoccio inventati dalla ‘ndrangheta o dalla camorra, una specie mafiosa del tutto italiana.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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