Così i social stanno sabotando la democrazia

Far litigare le persone cattura l’attenzione. Così gli algoritmi delle piattaforme premiano chi litiga e ci rendono sempre più arrabbiati. Ma se l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona.

Giovani: le semplificazioni e gli stereotipi non servono

Periodicamente, a seguito di episodi di violenza da parte di minorenni, emergono, negli adulti, panico e allarme e si parla della “questione giovanile” come di un’emergenza da affrontare con misure repressive. Senza motivo, ché l’unico atteggiamento utile per prevenire disagio e devianze è ascoltare, cercare di capire e incidere sulle relazioni e sul coinvolgimento nella costruzione di una società con prospettive di futuro.

La partecipazione politica in Italia

In Italia la partecipazione politica è in calo verticale, in generale e non solo nel momento del voto. Diminuisce il numero di chi si informa e parla di politica: soprattutto tra i giovanissimi e le donne, in modo particolare nelle regioni del Sud. Il maggior veicolo di informazione resta la televisione, anche se sono in crescita i social. Crolla anche il numero di coloro che hanno partecipato a un comizio o a un corteo.

Un algoritmo cambierà il mondo? TikTok e non solo

La corte di miliardari dei social che circondava il presidente Trump nella cerimonia di insediamento non lascia dubbi su quale svolta subirà la politica internazionale. È facile ipotizzare che nel prossimo futuro un algoritmo deciderà il futuro del mondo. Del resto, oggi al centro della discussione è TikTok, ma come misconoscere l’influenza di Twitter, Facebook e Instagram sulle politiche e sulle urne dell’Occidente?

I cyberbulli non sono alieni. Intervista a Vera Gheno

Il cyberbullismo, sostiene Vera Gheno, ha radici profonde: nelle paure, nel dolore, nel malessere delle persone, amplificati dalla pandemia e, parallelamente, in un clima politico e culturale che ha sdoganato aggressività e prevaricazione. Ma, se è così, non servono divieti e indicazione di prospettive apocalittiche. Serve, piuttosto, una paziente attività educativa e preventiva.

Noi, i nostri comportamenti, la guerra

I nostri comportamenti dicono molto rispetto ai valori che ci guidano. Certi modi di agire, a cominciare da quelli che caratterizzano le interazioni sui social, sono sintonici con il clima di surriscaldamento bellico in cui siamo immersi. Forse la cura delle nostre relazioni, virtuali o meno, e la pratica della gentilezza potrebbero tornare utili anche per allontanare la guerra, oltre che per vivere meglio e in un mondo migliore.

Il caso Di Cesare: un post infelice e gli impropri richiami alla “fedeltà all’istituzione”

Il post di Donatella Di Cesare in morte di Barbara Balzerani ha prodotto una tempesta mediatica, travolgendo ogni parvenza di razionalità in punto uso dei social, conti con il terrorismo e ruolo degli intellettuali. Era un post infelice. E allora? In una democrazia bisogna garantire anche il diritto di dire “stronzate”. Per poterle criticare, smontare, relativizzare. Ma mai per metterle a tacere. È ciò che compete all’intellettuale pubblico.

Social o sociale?

Postiamo di tutto, ogni atto che compiamo, i momenti di gioia, di dolore, ciò che mangiamo, pensiamo, senza ormai alcun filtro, discutiamo animatamente, non di rado senza alcun rispetto, con persone che poi dal vivo non salutiamo nemmeno. È questa la vita che ci attende all’epoca del distanziamento sociale? Ma, soprattutto, è questa la vita?