Pare che la comunità portoricana residente negli Usa abbia votato forte per il presidente eletto Donald Trump: dopo che questi aveva insultato il loro paese definendolo una discarica dell’immondizia.
I migranti li odiano tutti, perfino i migranti odiano i migranti. Sono l’unico elemento aggregante della società occidentale. Non è necessario attraversare l’oceano per osservare il fenomeno dei poveri che odiano i poveri: nel vasto panorama dell’umanità che ormai detesta se stessa, il risentimento degli umili verso i loro simili ha dimensioni dilaganti. Gli oppressi che odiano gli oppressi e adorano, come nel caso di Trump, in Italia Berlusconi perfino da morto, i ricchi, i forti, i prepotenti, gli affaristi, i criminali. Dei molti frutti avvelenati sorti dall’albero della storia quando è stato potato, nel trionfo generale, il ramo del socialismo/comunismo vi è sopratutto questo processo che non vede solo l’odio di classe al contrario, i ricchi contro i poveri, ma perfino l’odio di classe intraspecifico. Non che sia una novità, quanto meno letteraria: ne scrisse pagine titaniche l’ambigua e immensa Irene Nemirovsky ne I cani e i lupi: «Non vi vogliamo, abbiamo già i nostri poveri, restate dove siete». Erano gli anni ’30 del secolo scorso. Ma non sono da meno le lotte selvagge descritte da Verga e Zola.
Non è necessario chiedere a un immigrato messicano negli Usa, con cittadinanza, perché ha votato Trump: basta andare in una periferia italiana e ascoltare le parole dei nostri immigrati che votano, chi ancora lo fa, Meloni. Ricordo, quando ho percorso l’intera rotta dei Balcani nel 2021, che la stragrande maggioranza del popolo bloccato in quel mondo di mezzo era categoricamente contraria alla partenza dei loro connazionali. Un processo di imbarbarimento in corso? Indubbiamente, ma con solide basi economico sociali. In fondo penso che se fossi un giovane muratore egiziano appena arrivato non vorrei vedere altri che arrivano e mi fregano il lavoro, il conclamato esercito di riserva che Confindustria vuole. Qualche giorno fa ho avuto un breve scambio con un rider pachistano, in Italia da molti anni: un uomo gentile, mite, con purissimi occhi azzurri sempre sorridenti. Cinquanta anni, capelli grigi, barba bianca. Come un essere umano possa andare in bici di notte al gelo o sotto la pioggia, a cinquanta anni e per pochi euro, a portare polli e pizze è un segnale della barbarie della nostra società. Non la vediamo nemmeno più. Una sua frase mi è rimasta impressa: «Siamo troppi a fare questo lavoro: prima guadagnavo 1200 euro, ora non più di 400. Perché l’azienda prende troppi rider».
Quando si incontrano questi percorsi, e queste frasi, in un attimo ci si confronta con quella che definisco la “sinistra della disperazione”, ben rappresentata da Sahra Wagenknet, nuova stella tedesca che dice chiaramente che si devono chiudere le frontiere. Sorprendentemente una posizione simile l’ha espressa anche Lilli Gruber in risposta a Tomaso Montanari, dicendo il classico della destra: «Non possiamo accoglierli tutti». E in tanti, troppi, applaudono. È un pensiero che segna un nuovo passaggio della frontiera nello sbando culturale del nostro mondo, che riesce perfino a dimenticare che la sinistra la lotta di classe la fa contro i ricchi e non contro i (lavoratori) poveri. E che, inoltre, la sinistra i (lavoratori) poveri dovrebbe aggregarli per renderli più forti: non tenerli fuori dalla porta. Abbiamo perso le basi ormai, siamo degli analfabeti ideologici. In quella piccola storia raccontata dal signore pachistano che fa il rider è la condizione di lotta tra poveri che travolge la vita dei poveri, trasformando quella classe sociale in un girone hobbesiano in cui ci si sbrana fra ultimi.
La causa principale di questo fenomeno sociale, questo mostro che produce rabbia e cecità tra i (lavoratori) poveri è la totale de industrializzazione del nostro paese e la trasformazione dell’economia da produttiva ad estrattiva: non solo l’Italia, è ovviamente una condizione che connota l’occidente ormai al collasso. I lavoretti al posto del lavoro, il turismo al posto delle fabbriche, il rider al posto dell’operaio e dell’impiegato. Questo è il problema che genera il rider povero, Trump, Meloni, Wagenknect, e via dicendo. Torino è stata una città che ha raddoppiato la sua popolazione in trenta anni, accogliendo e integrando masse sterminate di alieni, i meridionali che vennero accolti con lo stesso disprezzo che oggi viene riservato ai vari migranti in arrivo da lontano. «Puzzano, rubano, occupano le case, non si integrano, mettono il basilico nella vasca da bagno, non si affitta ai meridionali»: gli epiteti del tempo sono quelli che vengono usati oggi. Ieri verso Calogero, oggi verso Ahmed. Anzi, forse è Calogero che lo dice ad Ahmed, ma questa è un’altra storia. Quella integrazione fu possibile perché la manifattura era nominalmente privata, ma realmente pubblica. L’intera economia italiana, ed europea, era pubblica. Industria pesante, l’agricoltura/cibo, l’edilizia, la finanza (i quattro asset strategici di ogni società) erano pubblici. Agnelli era un mantenuto di lusso dello Stato che giocava a fare il padrone e con lui molti altri. Questo meccanismo dava enormi possibilità di integrazione, nel duro lavoro, grazie al lavoro sindacale e politico, organi che rappresentavano i desideri e i bisogni del bracciante calabrese in arrivo al nord, equivalente del bracciante bengalese di oggi. La differenza tra i due è che oggi l’intera produzione è stata spostata nei paesi schiavi dell’est del mondo, per aumentare il saggio di profitto e quindi il valore azionario con cui i padroni ingrassano sempre più. Padrone non è una brutta parola e deve tornare ad essere usata.
«La vita è più strana e lammerda» diceva un gangster de C’era una volta in America: frase curiosa e volgare ma ben calzante con cosa sto per dire. Trump, il neo presidente Usa – evito qualsiasi profluvio di critiche o insulti per dimostrare i miei valori morali e ideologici – in questo senso si pone nettamente più a favore del rider pachistano di cinquanta anni che porta polli arrosto nel gelo, nonché dell’infinito esercito di riserva che lotta per sopravvivere: e non vuole gli immigrati. Trump propone dazi che, a mio giudizio, significano fine dell’economia fondata sulle esportazioni e ritorno della manifattura vicino al luogo del consumo. Quando si tocca questo tasto-bestemmia viene invocata la libertà di commercio e di movimenti dei capitali: leggi ormai scolpite nelle tavole delle Legge post 1991. I dazi, pare, sono la fine del mondo, la barbarie, la povertà, le cavallette. Ma il lavoro già oggi è povero: e non solo per il rider pachistano. Per tantissimi che hanno detto: «Trump vuole che io torni a produrre pezzi di ferro qui a Detroit, Quando si producevano pezzi di ferro qui a Detroit io stavo bene. Allora voto Trump». Questo ragionamento è difficile da attaccare. Il mio problema è il ritorno della produzione nei luoghi adiacenti al consumo. Ne parla Trump, e non la sinistra: la sinistra parla di esportazioni, ed economia dalla parte dell’offerta, di bonus per tenere buone masse sempre più inferocite. La sinistra ha avuto Minniti, il Wagenknecht ante litteram.
Forse, in questa storia complicata, c’entra il Pci al 40% negli anni settanta, a un passo dal governo: un pericolo per l’occidente. Da qui la volontà successiva del sistema capitalista, non solo italiano, di fermare questo fenomeno stroncando la manifattura di massa: perché la produzione aggrega i lavoratori, li fa ragionare, gli dà un nemico di classe chiaro con cui confliggere. In Italia come in tutto l’occidente.
Sento già sbraitare che costerebbe tutto di più! Premesso che non vedo così progressista pagare poco un bene di consumo, usa e getta per altro, perché prodotto da schiavi in Cina o in Vietnam, ricordo a tutti che il problema degli italiani, e degli occidentali, è il potere d’acquisto, ossia salari troppo bassi, ridicoli, inesistenti. In fondo, le proteste di massa di Seattle nel 1999, e poi tutte quelle che seguirono fino all’annientamento fisico di Genova 2001 del cosiddetto popolo No global – non a caso un’operazione fascista su scala planetaria volta a demolire gli unici antagonisti del sistema – avevano al centro le regole del libero commercio del Wto, quelle che oggi permettono il libero fluttuare degli investimenti e non degli esseri umani (poveri).
