Uscire dalla guerra in Ucraina: si può rilanciare l’iniziativa in Europa?

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Concludendo la sessione dedicata all’Europa del recente incontro di Assisi dei “Costruttori e costruttrici di pace”, Flavio Lotti ha invitato i parlamentari europei presenti ad «aprire una breccia in una istituzione che oggi sta andando nella direzione sbagliata», organizzando dentro quel Parlamento iniziative che diano voce alle tante e ai tanti che si impegnano quotidianamente per la pace nei diversi paesi europei, perché possa nuovamente attraversare l’Europa un movimento adeguato ai tempi straordinariamente difficili in cui viviamo. Funzionale a questo, anche la proposta di costituire un intergruppo di parlamentari pacifisti, che possano lavorare assieme, restando nei gruppi di appartenenza, ma riuscendo a conquistare un’efficacia di iniziativa che oggi non c’è. Trovo queste considerazioni condivisibili e meritevoli di un approfondimento.

Le due risoluzioni votate dal nuovo Parlamento europeo.

I riflettori si sono accesi sulla votazione della risoluzione del Parlamento europeo di settembre; meno attenzione c’era stata sulla risoluzione analoga di luglio. Entrambe le risoluzioni – oltre a ribadire il sostegno militare all’Ucraina fino al ripristino del «pieno controllo sui suoi confini riconosciuti a livello internazionale» e a chiedere il rafforzamento di quell’impegno (almeno lo 0,25% annuo del Pil di ogni paese per aiuti militari) e l’invio di ogni genere di armamento – invitano gli Stati membri a eliminare immediatamente «le restrizioni all’uso dei sistemi d’arma occidentali forniti all’Ucraina contro legittimi obiettivi militari sul territorio russo». La seconda risoluzione fa un qualche riferimento anche a «individuare una soluzione pacifica alla guerra», certo poco compatibile con l’insieme del testo, compreso il punto immediatamente successivo sull’impegno attivo della Ue «per attuare il piano di pace ucraino», allora non ufficializzato e che si è poi concretizzato nella ripetizione delle richieste di più armi e del via libero al loro utilizzo anche in territorio russo. La risoluzione di luglio era, se possibile, persino peggiore di quella successiva, laddove sosteneva, in aggiunta ai punti precedenti, che il Parlamento europeo ribadiva la sua convinzione che «l’Ucraina stia seguendo un percorso irreversibile verso l’adesione alla Nato». Non è eccessivo dire che tra la posizione sui territori contesi, l’adesione “irreversibile” dell’Ucraina alla Nato e il via libera all’uso di armi occidentali anche in territorio russo, le due risoluzioni sono drammaticamente una piattaforma per la terza guerra mondiale. Entrambe le risoluzioni sono passate a larghissima maggioranza, 495 voti a favore, 137 contrari, 47 astenuti, a luglio; 425 voti favorevoli, 131 contrari, 63 astensioni a settembre. A luglio dei 137 voti contrari, ben 86 erano ascrivibili all’estrema destra: 56 dai Patrioti per l’Europa (il gruppo di cui fanno parte Il Rassemblement National di Marine Le Pen, il partito di Orban, la Lega, e l’FPO che ha recentemente vinto le elezioni in Austria), 14  dall’Esn, largamente coincidente con l’AFD tedesca, 7 dei Conservatori (cioè il partito di cui è presidente Meloni che in maggioranza ha votato invece a favore), e 23 da sinistra – cioè The Left, più i verdi eletti in Italia e pochi transfughi di S&D. A questi vanno aggiunti poi i voti contrari del gruppo dei non iscritti, una sorta di gruppo misto fortemente disomogeneo, dove siedono anche i 6 esponenti del nuovo partito di Sarah Wagenecht, e complessivamente composto da chi non riesce a rispettare i requisiti per la costituzione di un gruppo autonomo. Molto simile a settembre, dove sul testo complessivamente inteso, dei 131 voti contrari 74 sono stati espressi dai medesimi partiti della destra radicale.

La prima considerazione è che a guidare quell’orientamento così oltranzista, la concreta possibilità della catastrofe, sono, salvo pochissime eccezioni, le famiglie storiche del Parlamento europeo: Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali, Verdi, con l’aggiunta dei Conservatori di Meloni. E che l’opposizione, in quel luogo, è espressa dalla destra più estrema, con un ruolo minoritario del gruppo di The Left. Si potrebbe aggiungere che quella collocazione della destra radicale, certamente non da sola, ma è presumibile che abbia un qualche ruolo nei successi elettorali che le formazioni di destra stanno registrando dalla Germania, alla Francia, all’Austria.

La seconda considerazione è che nel voto per parti separate, i rappresentanti di tutti i gruppi italiani hanno almeno dato indicazione di votare No al via libera all’uso delle armi fornite dai paesi europei in territorio russo, contro l’indicazione dei loro gruppi di appartenenza al Parlamento europeo. Si può ovviamente stigmatizzare la contraddittorietà, e persino l’ipocrisia, di votare a favore di un testo complessivo che contiene una parte così rilevante a cui si era precedentemente votato contro. Ma v’è, in ciò, anche qualche riflesso di un’opinione pubblica che ha continuato ad essere in maggioranza contraria, per la sedimentazione delle culture pacifiste, compresa la rilevanza del ruolo dell’associazionismo laico e cattolico e  per il “ripudio” della nostra Costituzione, seppure violata più volte, che continuano, anche nella difficoltà delle mobilitazioni a segnare la cultura del paese.

La terza considerazione riguarda invece il gruppo di The Left, cioè le formazioni a sinistra dei Socialisti e Democratici, al cui interno siedono i parlamentari di formazioni come La France Ensoumise, Podemos, Syriza, la Link tedesca, i vari partiti nordici e, per l’Italia, Alleanza Verdi Sinistra e il Movimento 5Stelle. L’intervista che Karola Rackete ha rilasciato alla Stampa, per motivare il suo voto favorevole non solo all’ultima risoluzione, ma al punto specifico in cui si invitava ad autorizzare l’uso di armi europee sul territorio russo, ha suscitato scalpore. Ma il gruppo di The Left e i soggetti che lo compongono, come una parte rilevante dei movimenti e degli intellettuali a sinistra, hanno attraversato tutta la vicenda della guerra in Ucraina con posizioni tutt’altro che omogenee, spesso diverse da quelle delle corrispondenti formazioni italiane. Di questo per troppo tempo non si è discusso, ma affrontarle è obbligatorio, per un motivo semplice: se quelle e quelli che chiameremmo “compagne e compagni” hanno avuto comportamenti così contraddittori, forse c’è qualcosa da capire, per discutere meglio, per provare a invertire la rotta, come del resto è in parte avvenuto in Parlamento Europeo. Sulla risoluzione di luglio, il gruppo di The Left aveva votato in maggioranza a favore (per chi scrive, un fatto scioccante), anche se con molti voti contrari e molte astensioni. Su quella di settembre, i voti contrari sono stati maggioritari, anche se con alcuni voti a favore e molte astensioni. Se questo è indubbiamente un dato positivo, il segno che le discussioni successive hanno modificato gli orientamenti, è anche evidentemente la conseguenza di una grande incertezza, che si è espressa in più passaggi.

Le contraddizioni a sinistra e la necessità di un’altra narrazione.

È possibile provare a rintracciare le origini delle posizioni assunte da parti rilevanti della sinistra radicale?

Nel caso di Rackete vale probabilmente la trasposizione di quello per cui l’abbiamo conosciuta e apprezzata, su un altro terreno: l’agire immediato, eticamente fondato, che è necessario in mare per salvare vite umane. Un “immediatismo etico” che tuttavia trasposto sugli scenari internazionali va incontro a  problemi e contraddizioni. Se da un lato la logica della risposta immediata e “semplice”, cozza con la necessità di rapportarsi a contesti comunque complessi, dall’altro, la motivazione etica, entra in contraddizione palese con la distruzione di vite umane che ogni guerra porta con sé, che dovrebbe portare alla necessità di fermare la guerra, piuttosto che alimentarla. Se questa contraddizione resta invisibile è perché c’è evidentemente anche altro. Può essere utile rileggere una discussione a più voci, realizzata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra da Marcello Musto, con Etienne Balibar, Michael Löwy e Silvia Federici e pubblicata su Jacobin Mag. Colpisce in quella discussione non la condanna netta e giusta dell’invasione dell’Ucraina, ma da parte di alcuni dei partecipanti, segnatamente Balibar e Löwy, la separatezza con cui nell’analisi dei processi in atto, il conflitto russo-ucraino, viene affrontato, isolandolo dal ruolo giocato dagli altri attori sulla scena internazionale, Stati Uniti e Nato in primis. Arrivando così all’assolutizzazione dell’invasione dell’Ucraina, «avventura imperialista senza ritorno», che non consente altra risposta che quella militare. Per citare il giudizio conclusivo allora espresso da Balibar: «il pacifismo non è un’opzione… Non ricominciamo a giocare al non intervento». In alcuni casi si è anche sentito l’eco di una sorta di proiezione dei posizionamenti assunti nei confronti dell’Unione Sovietica nel quadro post-sovietico: con i “nostalgici” dell’URSS incapaci di condannare le scelte di Putin e i critici del socialismo reale protesi in una sorta di condanna del presente, che incorpora anche quella del passato, e finisce per trovare una qualche assonanza con chi teorizza il primato civile e morale di un Occidente in lotta con le “dittature”.

Queste considerazioni possono fornire qualche spunto per ragionare sul disorientamento a sinistra non solo dei soggetti politici, ma dei movimenti, un disorientamento che si è intrecciato con la narrazione mainstream sulla guerra in Ucraina nella quale Putin è diventato non solo un’oligarca reazionario, ma il nuovo Hitler e quella dell’Ucraina non è che la prima di una serie di invasioni che mette tutta Europa in uno stato di necessità, in cui non c’è altra scelta che quella delle armi.

In questo contesto, è possibile provare a fare quello che suggeriva l’incontro di Assisi? È possibile “usare” le presenze istituzionali dentro il Parlamento europeo, per provare a mettere assieme un evento di riflessione e mobilitazione che restituisca la complessità della storia di questi anni, per aprire uno spazio e un dibattito pubblico? È possibile avere cognizione che la Russia, potenza nucleare, spende tuttavia per i propri armamenti una cifra incomparabilmente inferiore con la spesa dell’“Occidente” (nel 2022 il 3,4% delle spese militari mondiali, contro il 38% degli Stati Uniti e il 12% dei membri della Nato e della UE)?

La Russia ha resistito alle sanzioni in virtù di una rete di relazioni politiche che hanno sostituito quelle con i paesi europei, tanto che oggi cresce laddove è l’Europa a subire le conseguenze della guerra anche sul terreno economico. Sono relazioni che chiamano in causa il variegato mondo dei Brics, tutt’altro che omogeneo politicamente, accomunato tuttavia dalla volontà di rimettere in discussione l’egemonia occidentale su scala globale. È certa l’Europa di voler affrontare la transizione egemonica in corso, dentro una logica di scontro che la azzera politicamente, la divide geograficamente e la rende sempre più fragile da un punto di vista economico? Dopo oltre due anni e mezzo di guerra, si possono iniziare a quantificare i costi umani, politici, economici e sociali della guerra in un Unione già in crisi verticale per le politiche di austerità?

Si può provare a restituire la storia della complessità dei processi che si sono sviluppati nell’est Europa, dopo la caduta del socialismo reale, nell’intreccio con l’espansione ad est della Nato e con il ruolo giocato dalle cancellerie occidentali, una storia che non rende legittima in nessun modo l’invasione della Russia che resta ingiustificabile, ma  che non assolve chi ha consapevolmente lavorato a provocarla, uscendo dalle rappresentazioni e dalle ubriacature propagandistiche di questi anni? E si possono riprendere proposte di soluzione del conflitto come quella di consentire sotto la supervisione di autorità internazionali, lo svolgimento di referendum nei territori contesi, sul destino di quei popoli, contemporaneamente trovando meccanismi che garantiscano la sicurezza dell’Ucraina e della Russia? E si può infine dire che quell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, continuamente citato nelle risoluzioni del Parlamento Europeo, contiene inequivocabilmente il diritto all’autotutela di un paese aggredito, ma solo «fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», e che nell’impossibilità di un intervento del Consiglio di Sicurezza, c’è un obbligo che riguarda comunque tutta la comunità internazionale nel perseguire con mezzi pacifici la risoluzione dei conflitti ed evitare il flagello della guerra, contenuto in tutta la Carta, dal preambolo all’articolo 1, e sempre rimosso in questi anni?

Persino oltre gli esiti del conflitto in corso, aprire uno spazio pubblico a livello continentale per ridiscutere del futuro dell’Europa (e del mondo), per bloccare la spirale del riarmo ormai avviatasi, con conseguenze che rischiano di segnare, e in parte segneranno comunque gli anni a venire, è una necessità. Ovviamente nulla di tutto questo avrebbe senso, se non lavorassimo assieme, a rendere più forte il movimento per la pace nel nostro paese, a partire dall’impegno per riempire le piazze nelle mobilitazioni importantissime del 26 ottobre.

Gli autori

Roberta Fantozzi

Roberta Fantozzi è stata attivista dei movimenti pacifisti e antirazzisti, per i diritti delle donne. Iscritta fino al 2020 al PRC-SE, è stata consigliera comunale e regionale in Toscana, poi responsabile per le politiche del lavoro e per il programma in segreteria nazionale. Oggi è una libera attivista a sinistra.

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