Parlare di Gaza con le ragazze e i ragazzi in Università: difficile, eppure necessario. Difficile, perché lo è la questione palestinese. Necessario perché tanti, tra i più giovani, hanno vissuto con sgomento questi ultimi due anni di violenze, e faticano a dare un significato a quanto visto, il più delle volte sui social, senza filtro alcuno. L’emozione è fortissima, e non è agevole ricondurla alla ragione.
A sovrapporsi sono anzitutto le categorie: ebrei, sionisti, israeliani; arabi, palestinesi, musulmani (ma cosa ci fa, allora, una parrocchia cristiana a Gaza?). E poi: territori occupati o contesi? Cisgiordania (ma allora c’entra anche la Giordania?) o Giudea e Samaria? E perché nella striscia di Gaza ci sono così tanti palestinesi? Gerusalemme di chi è? E se è la capitale di Israele, perché la maggior parte delle ambasciate straniere sono a Tel Aviv? E perché non esiste uno Stato palestinese? Ha senso riconoscerlo se, di fatto, è Israele che controlla tutti i territori su cui dovrebbe sorgere? A proposito: se i sostenitori dei palestinesi non possono dire «dal fiume al mare», perché Israele può estendersi «dal fiume al mare» e dire che non consentirà la nascita dello Stato di Palestina?
La filosofia, il pensiero politico, la storia, l’archeologia, la geografia, l’urbanistica, la sociologia, l’antropologia, la linguistica: non c’è scienza umana e sociale che non sia toccata da queste domande. E, se lo sguardo si allarga alle dinamiche delle violenze in atto, a entrare in gioco sono anche la medicina, le scienze naturali e quelle ingegneristiche: la chirurgia di guerra, le epidemie, la tecnologia bellica, il dual use, la ricerca scientifica, l’arsenale nucleare israeliano.
In molti ambiti è inevitabile che siano le posizioni soggettive a dominare, rendendo arduo trovare un punto fermo. Non in ambito giuridico, grazie all’attività della Corte internazionale di giustizia. A rilevare, in particolare, è la pronuncia con cui, nel luglio del 2024, l’organo giurisdizionale delle Nazioni Unite ha sancito non solo che l’attuale occupazione israeliana di Cisgiordania, Gerusalemme Est e striscia di Gaza viola le norme internazionali contro l’apartheid, ma soprattutto che l’occupazione stessa è illegale e deve immediatamente cessare, dal momento che sui territori illegalmente occupati da Israele il popolo palestinese ha diritto alla piena autodeterminazione politica e può perseguire tale diritto anche attraverso forme di resistenza armata contro le truppe di occupazione.
Ma, allora, il 7 ottobre è stato un atto di resistenza? Certamente no: colpire i civili è sempre un crimine, la resistenza è tale solo se rivolta contro militari e paramilitari in azione. Per questo, convocare una manifestazione per la Palestina il 7 ottobre è stata una provocazione irresponsabile. Ma allora, l’attacco israeliano a Gaza è una rappresaglia legittima? Altrettanto certamente no: non solo per la sproporzione dell’azione, ma per il massacro indiscriminato di civili e la sistematica distruzione di infrastrutture che ha provocato. Ma la colpa è di Hamas, che ha scavato tunnel sotto scuole e ospedali e ha usato i civili come scudi umani! Davvero? E se sotto l’aula ci fosse un tunnel di Hamas, sareste d’accordo che venissimo bombardati per colpire i militanti islamisti nascosti sotto di noi? Dunque, anche Israele ha commesso crimini contro decine di migliaia di civili a Gaza? Questo, in effetti, è ciò che ritiene la Corte penale internazionale, che ha ordinato l’arresto, oltre che dei leader di Hamas, altresì del primo ministro israeliano Netanyahu; anche la Corte internazionale di giustizia è intervenuta sul punto, ritenendo che i crimini israeliani siano così gravi da rendere plausibile si tratti di genocidio. Perché, allora, il mandato di arresto contro Netanyahu non ha avuto seguito? E, se Israele ha commesso crimini così gravi, perché tanti Stati, tra cui il nostro, continuano a intrattenere relazioni commerciali, in alcuni casi anche relative a materiale bellico?
Domande, e altre domande: sulle colonie israeliane, sullo status dei palestinesi in Israele e nei territori occupati, sulla carestia a Gaza, sul diritto del mare, sulle responsabilità degli Stati alleati di Israele, sulle responsabilità personali dei governanti, sulle responsabilità dei soggetti pubblici (università incluse) e privati, sul ruolo dell’Onu.
Temi difficili, si diceva, di cui il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino ha ritenuto necessario discutere in maniera strutturata, in un seminario di dieci incontri, ciascuno dei quali tenuto da più docenti, dedicati ai “Profili giuridici della questione palestinese”. Grazie alla disponibilità di una trentina di docenti, la questione sarà inquadrata attraverso le lenti del diritto internazionale, bellico, penale internazionale, europeo, costituzionale, commerciale, dell’immigrazione, della filosofia e della sociologia del diritto. Come per tutte le lezioni universitarie, destinatari sono anzitutto le studentesse e gli studenti, ma l’università è un luogo aperto a tutti e tutti possono, conseguentemente, assistere agli incontri. Sul sito del Dipartimento di Giurisprudenza sono reperibili tutte le informazioni per chi fosse interessato: https://www.giurisprudenza.unito.it/do/corsi.pl/Show?_id=xyyk.
