Per lungo tempo i giovani hanno considerato i lavori tradizionali della campagna (agricoltura, pastorizia, allevamento) come un giogo da cui affrancarsi abbandonando i borghi e le attività di famiglia per aprirsi a nuove esperienze. L’esodo dalle campagne è iniziato nel primo dopoguerra, ed è andato via via intensificandosi a mano a mano che si aprivano nuove opportunità per il mondo del lavoro nelle fabbriche.
Vivere in città voleva dire avere salari stabili, servizi e infrastrutture vicine, uno stile di vita dignitoso e più consono alle nuove aspettative del vivere moderno. Mancando in campagna queste opportunità l’esodo verso la città è continuato inarrestabile per diversi decenni, lasciando spopolata e senza la cura del territorio una parte molto importante del paese. Lo spopolamento dei piccoli borghi è risultato assai problematico da molteplici punti di vista: demografico, con il calare a picco di nuove nascite; ambientale perché sono venute meno le azioni di manutenzione, controllo e cura che pastori e contadini avevano a lungo messo in atto proteggendo un territorio fragile come quello italiano; culturale perché ci si è avviati a perdere saperi antichi, mestieri tradizionali e reti solidali che avevano a lungo scandito l’economia e la vita dei borghi. Peraltro attualmente in Italia il 16% della popolazione (circa 10 milioni di persone) abita in piccoli comuni che hanno meno di 10 mila abitanti e circa 8,000 di questi paesi hanno meno di 5 mila abitanti.
In seguito, il progressivo venir meno dei diritti sociali dei lavoratori, la perdita del potere d’acquisto delle famiglie, l’imbarbarimento delle condizioni di lavoro, la solitudine delle grandi città, l’insorgere di nuovi ideali e il bisogno di ristabilire un equilibrio della vita quotidiana con la natura, hanno fatto sì che numerosi giovani si sentissero oppressi dalla vita cittadina basata su relazioni fortemente condizionate dall’aspetto economico capitalistico ed andassero alla ricerca di un nuovo stile di vita meno pressato dallo stress di tempi e performance di lavoro martellanti dettati da una visione esclusivamente economica, per abbracciare uno stile più vicino ai ritmi naturali.
Con l’inizio del nuovo millennio campagne e montagne si sono gradualmente ripopolate di giovani, alcuni si sono trovati ad affrontare lavori per loro del tutto nuovi, altri sono tornati ad occupare le proprietà dei loro nonni avute in eredità, altri ancora sono rientrati nell’azienda di famiglia, con il 27% di donne imprenditrici. Tutti/e hanno contribuito al riscatto delle piccole comunità, mettendo in atto modelli produttivi che mirano a conservare storia, ambiente, cultura, biodiversità e rappresentano importanti presidi contro la crisi climatica sempre più impattante. Tutti/e hanno introdotto una visione più aperta nei rapporti sociali, la voglia di recuperare antichi saperi rigenerandoli, spesso una solida formazione in campo agricolo e zootecnico, una discreta e a volte eccellente conoscenza degli strumenti informatici che li ha portati ad acquisire conoscenze da paesi lontani o da fonti scientifiche come le Università e risultano accomunati perlopiù da un’attenzione al rispetto degli equilibri ambientali per il desiderio di tornare a vivere secondo natura. L’apporto dei giovani è stato fondamentale anche nel campo dell’allevamento. Con la loro presenza hanno contribuito a rivalutare l’importanza dei pascoli d’alta montagna, dell’allevamento all’aperto e della transumanza, reintroducendo così una tecnica mai del tutto abbandonata.
Certo, coloro che avevano una situazione economica di partenza privilegiata hanno potuto investire e avviare aziende ben strutturate, ma non mancano casi singoli o di giovani riuniti in cooperative, che sono stati capaci di entrare nel mercato agro-pastorale con successo partendo da zero. Tra questi particolarmente encomiabili sono le donne pastore che dopo devastanti terremoti hanno ripopolato i pascoli dell’Abruzzo e di tutto il centro Italia per produrre formaggi sempre più apprezzati anche a livello internazionale o le Cooperative dei giovani di Libera Terra che hanno preso in gestione le terre confiscate alle mafie e da tempo commercializzano i loro prodotti attraverso una rete etica e solidale molto diffusa.
Mantenere un’alta qualità delle lavorazioni artigianali è sicuramente meno remunerativo del produrre in modo industriale, così come lo è la scelta di coltivazioni bio che utilizzano, ad esempio, grani antichi meno produttivi e tuttavia più resistenti, ma il valore organolettico e il sapore dei cibi ottenuti è decisamente superiore. Negli ultimi tempi la resa è decisamente migliorata e garantisce ai produttori scelte di vita meno alienanti incontrando l’apprezzamento dei consumatori più sensibili ai problemi etici e ambientali. In molti casi, dato che la commercializzazione dei frutti dà guadagni esigui, alcuni produttori hanno integrato le entrate aderendo al circuito degli agriturismi, dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che saltano gli intermediatori e mettono in contatto diretto il produttore con il consumatore o mettendo in piedi piccole aziende per la lavorazione artigianale dei prodotti.
Il ruolo della politica è fondamentale per far sì che il mondo contadino pastorale passi da un’economia di sussistenza al riconoscimento come attore principale nella cura dei territori e nella prevenzione dei disastri ambientali e per questi interventi è giusto che gli abitanti della montagna/campagna ricevano compensi adeguati. In alcune regioni sono previsti finanziamenti ai giovani per ripopolare borghi montani, acquistare e ristrutturare case abbandonate dove vivere, dotare le comunità isolate di una buona rete comunicativa per permettere lo smart working. Ma per essere efficaci, questi interventi, che riconoscono il valore delle azioni di chi abita quelle realtà, devono diventare continuativi così da assicurare tranquillità economico-sociale a chi si accosta a un nuovo progetto di vita. Inoltre, è necessario che l’Europa sostenga le piccole comunità e aziende, che sono la vera risorsa dei nostri territori. In agricoltura, considerando 100 centesimi il prezzo pagato per un prodotto alimentare, solo 7 o 8 centesimi arrivano al produttore: i piccoli imprenditori, che mantengono in vita la filiera alimentare del paese, ricevono, dunque, solo una quota marginale. La Politica Agricola Comunitaria deve essere riformata: nel 2025 il 74% dei fondi è stato destinato alle aziende con una superficie maggiore di 15 ha, privilegiando così, a seguito della forte influenza delle lobbies, le grandi multinazionali dell’agricoltura chimica e intensiva. Poiché più di tre quarti delle aziende agricole dell’Unione Europea sono di piccole dimensioni e hanno una superficie inferiore a 10 ha (e molte inferiore a 5 ha), è evidente che ai piccoli coltivatori arrivano solo le briciole. Questo aspetto della politica agricola va dunque profondamente riformato per arrivare a una reale giustizia sociale del mondo agricolo europeo.
Infine, approfondite ricerche di società statistiche o di enti di ricerca all’avanguardia negli studi agricoli, come la Rothamsted Experimental Station inglese, hanno evidenziato che l’agricoltura moderna, caratterizzata da una produttività prima d’ora impensabile, sta ora mostrando il suo lato oscuro: le pratiche agricole intensive, infatti, compromettono la resilienza dei terreni, hanno una resa sempre più limitata e rendono il suolo sempre meno capace di dare frutti senza un bombardamento di prodotti chimici che ne altera irrimediabilmente l’equilibrio vitale. Purtroppo, il 33% dei terreni è degradato a causa di erosione, salinizzazione, compattazione, perdita di sostanza organica; per ripristinare la salute del suolo, che è un ecosistema vivo, preservandone l’equilibrio naturale, riportarlo a essere capace di rigenerarsi autonomamente e consolidare la sua resilienza agli eventi estremi del cambiamento climatico, è necessario abbandonare le pratiche ad alto impatto dell’agricoltura intensiva e ritornare a un’agricoltura rigenerativa, applicando le tecniche dell’agroecologia usate nelle coltivazioni biologiche. come dimostrato anche da numerose ricerche FAO.
Le idee utopiche delle prime comunità di giovani che sono tornati a coltivare la terra senza l’utilizzo di sostanze chimiche, considerate a lungo inutili e visionarie, si stanno oggi rivelando come le sole tecniche possibili per assicurare al Pianeta una agricoltura produttiva, resiliente e nel contempo in grado di lasciare alle generazioni future un suolo fertile.
