L’orologio della guerra e le luci della pace

La guerra in Ucraina prosegue senza che se ne veda la fine per responsabilità molteplici. Il costituzionalista Antonio Cantaro le ripercorre in un recente libro (“L’orologio della guerra, chi ha spento le luci della pace”) che ha il pregio di guardare anche al dopo con l’auspicio, tratto da “La pace perpetua” di Immanuel Kant che, nel mondo, un assetto multipolare sostituisca le vocazioni a una “monarchia universale”.

“Le guerre illegali della NATO”

Un recente libro dello storico e ricercatore svizzero Daniele Ganser (“Le guerre illegali della NATO”) apre una falla nella narrazione mainstream – che riguarda anche la guerra in Ucraina – secondo cui il regno dei cattivi è sempre l’altro da sé. Dove il “sé”, manco a dirlo, è l’insieme degli Stati che compongono, per convenzione, il cosiddetto Occidente, dall’Europa al Pacifico.

Dov’è la vittoria?

Tutti, nel campo occidentale, stanno cantando in coro appassionatamente l’inno alla guerra in corso invocando la vittoria. Quando più Nazioni si affacciano sul palcoscenico della storia e si agitano invocando la vittoria vuol dire che la pace non è a portata di mano. La storia ci insegna che la mitologia della vittoria non porta bene. Soprattutto non porta né la pace, né la giustizia.

Il grande gioco della guerra e il numero dei morti

Della guerra sappiamo tutto e parliamo di carri armati, di sistemi di artiglieria, di cacciabombardieri e di missili come se fossero elementi di un grande gioco. Quel che non sappiamo – che non ci viene detto – è il numero dei morti. Per lasciare sullo sfondo il fatto che, come nella Prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di vite vengono sacrificate per spostare un confine un po’ più avanti o più indietro.

La guerra e il difetto di pensare

L’escalation del conflitto in Ucraina, con la fornitura a Kiev di nuove armi e carri armati, prosegue in modo massiccio. La guerra finirà, quando finirà, solo grazie a un compromesso. Tutti lo sanno ma continuano a proclamare che si combatterà fino alla “vittoria finale”, innescando così un meccanismo perverso che può essere inceppato solo dalla capacità delle donne e degli uomini di pensare e di ribellarsi.

L’escalation dell’invio di armi all’Ucraina porta in un vicolo cieco

Il conflitto armato in Ucraina è stato fin dal principio sfruttato per giustificare quello che può diventare il più massiccio aumento di spesa militare degli ultimi 50 anni: nel mondo e anche in Italia. Parallelamente è sempre più chiaro che la pace è una cosa troppo seria e importante per lasciarla in mano a decisori politici che vedono le armi come unica soluzione.

Il senso della pace

«Bisogna dare armi all’Ucraina perché la pace si fa tra uomini vivi», si dice. Curioso modo di argomentare: non sono le armi che assicurano quel risultato. Al contrario, solo una tregua immediata può garantire che si arrivi da vivi al tavolo della pace. Di più. La pace e il diritto alla vita si costruiscono solo impedendo ai fabbricanti e ai venditori di armi di condizionare i parlamenti e i governi di tutto il mondo.

In Ucraina è tempo dei carri armati

Forse, in Ucraina, non c’è più nulla da fare. Dieci mesi fa qualche ingenuo si attardava a discutere se la mitragliatrice fosse un’arma difensiva. Ma quando il meccanismo si avvia non c’è più limite e si alimenta da solo. La scena degli “aiuti” è occupata da contraerea, obici campali che sparano a 300 chilometri, missili antinave e blindati. Ormai mancano solo i cacciabombardieri. Ma sta per venire il loro turno.

Guerra: non c’è tregua né umanità

Durante la prima guerra mondiale, la notte di Natale del 1914, soldati britannici, tedeschi e francesi uscirono dalle trincee, imposero una tregua di fatto e fraternizzarono con il nemico. Fu un lume della ragione che rimane ancora acceso, passando di generazione in generazione, contro l’oscurantismo della guerra. Ma i governanti di oggi, come quelli di allora, non vogliono coglierlo. La guerra deve continuare, comunque!