Salvatore Bianco, già insegnante di storia e filosofia e poi funzionario presso un ministero, attualmente collabora con la CGIL di Bologna.
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L’Occidente collettivo sta battendo il chiodo, compulsivamente, sulle mirabolanti imprese della cosiddetta “intelligenza artificiale”. Ma l’IA è il corrispettivo sul piano interno di quello che la guerra rappresenta sul fronte esterno: l’estrema risorsa da parte di una “nomenclatura” allo sbando, intenta solo a “guadagnare tempo”.
Tramite una vera e propria rivoluzione politica e sociale, sia pure apparentemente incruenta, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso si è affermata, imposta dall’alto, una nuova visione generale del mondo. Essa ha demolito in un decennio, o poco più, lo Stato sociale keynesiano, egemonico nel trentennio precedente, istituendo via via, in forme sempre più compiute, una sovranità globale di mercato.
Le espulsioni di massa di migranti sono diventate, nelle democrazie occidentali, la priorità. Lo proclama apertamente Donald Trump, ma il fenomeno ha una portata generale. È l’ultimo frutto del liberismo. Senza una rivolta salutare anche all’interno delle élites, frutto del risveglio di coscienze da troppo tempo sopite, è difficile immaginare un futuro migliore, anzi, più semplicemente, un futuro.
L’afascismo proclamato da Giorgia Meloni, votato a un “pragmatismo del fare” svuotato di contenuto ideologico, è funzionale all’annichilimento dell’impianto costituzionale. Ma non basta ai militanti del partito, legati alla cultura, ai riti e ai simboli della destra eversiva. Il mix di questi elementi realizza un progetto di postdemocratica devastante.
La guerra in Ucraina prosegue senza che se ne veda la fine per responsabilità molteplici. Il costituzionalista Antonio Cantaro le ripercorre in un recente libro (“L’orologio della guerra, chi ha spento le luci della pace”) che ha il pregio di guardare anche al dopo con l’auspicio, tratto da “La pace perpetua” di Immanuel Kant che, nel mondo, un assetto multipolare sostituisca le vocazioni a una “monarchia universale”.
Mentre i rischi di una guerra nucleare si accentuano il papa dedica l’intera riflessione domenicale alla pace. Con un appello più concreto che mai: «tacciano le armi!», e dunque un cessate il fuoco immediato; poi, si ripristini l’integrità territoriale dell’Ucraina; infine, si rispettino i diritti delle minoranze russofone e le legittime preoccupazioni della Russia. È, forse, l’unico equilibrio possibile.
L’aumento a dismisura del prezzo del gas naturale è inevitabile? No. È, piuttosto, l’effetto della scelta di attribuire a una Borsa la fissazione di tale prezzo a livello comunitario. Non è stato sempre così: un tempo il prezzo era appannaggio degli Stati e fissato mediante accordi bilaterali. Non c’è alternativa. Ci vuole una marcia indietro che modifichi strutturalmente l’attuale meccanismo di formazione del prezzo.
Lo scontato imminente trionfo della destra non è un unicum, uno sconvolgimento delle nostre fondamenta costituzionali. Esso si colloca piuttosto in un quadro di sostanziale continuità con un passato in cui l’élite dominante nostrana ha puntato su diversi cavalli pur di controllare le leve del potere reale. Per incrinare questa linea è importante sostenere le forze, dal M5S in giù, più invise al mainstream.
L’irrazionalità nella applicazione del green pass (per esempio per i 170mila passeggeri quotidiani delle Frecce e non per i 6milioni di pendolari) è solo apparente. La ragione c’è e sta nel fatto che la bussola non è la salute ma il mercato e le sue leggi, che sussumono il lavoro e allettano il consumatore con spazi di consumo percepiti come sicuri.
Mai come in questi mesi si realizza la conclamata agonia del capitalismo, incapace di affrontare i problemi epocali che stanno emergendo. Ma questa agonia non porta necessariamente con sé il tramonto dell’Occidente, nella cui cultura millenaria occorre piuttosto scavare se vogliamo coltivare “il sogno di una cosa”.