L’orologio della guerra e le luci della pace

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Nel novero dei cultori del diritto, Antonio Cantaro, professore di diritto costituzionale all’Università di Urbino, rappresenta una felice anomalia. Conserva la qualità sempre più rara di conferire spessore storico alle sue analisi. È il caso del suo libro appena pubblicato, L’orologio della guerra, chi ha spento le luci della pace (fuoricollana.it, NTS Media, 2023), che sin dal titolo, con la metafora dell’orologio, convoca la categoria sempre più negletta della storicità.

Andare alle radici storiche del conflitto pone il libro al riparo dal rischio più ricorrente, per chi parla di guerra in tempo di guerra: divenire volente o nolente strumento di propaganda di parte. Cantaro non cade in questo modo nel tranello di affiliarsi a una delle due tifoserie, piuttosto il richiamo del contesto storico aiutano lui e noi ad avanzare nella comprensione del conflitto in corso.

Quello di cui si parla nel libro è sostanzialmente un appuntamento con la storia mancato. Un nuovo ordine politico multipolare, magari ancora astratto, proposto all’Occidente da Gorbaciov, l’ultimo statista sovietico, fondato sulla cooperazione tra Nord e Sud, Est ed Ovest del mondo. Per un mero calcolo di bottega, il blocco atlantista cinicamente affossò sul nascere la prospettiva, avviando di contro la narrazione ideologica della fine della storia come supporto “sovrastrutturale” allo scatenamento della globalizzazione capitalista quale destino del mondo. Ebbene, il conflitto drammatico che si sta dipanando sotto i nostri occhi discende, come in un teorema di geometria, dall’unilateralismo geopolitico perseguito da allora e che sta conducendo tutti gli attori coinvolti, l’Europa in primis, in un progressivo vicolo cieco. Non che Cantaro sottovaluti la carica a sua volta distruttiva dell’iper-nazionalismo incarnato da Putin; ma da intellettuale avvertito individua nel suo spazio di riferimento, l’Occidente europeo, l’ambito elettivo per esercitare il pensiero critico.

La lettura di questo saggio, breve ma denso, è tanto più raccomandata perché reagisce in modo risoluto a quelle interpretazioni che scambiano l’internazionalismo per cosmopolitismo, tra l’altro a sola trazione americana, scomodando addirittura il Kant de La pace perpetua (1795) quale suo inconsapevole fautore ante litteram. In realtà, proprio in quell’aureo libretto il filosofo di Königsberg affermava la tesi opposta: che rispetto alla «monarchia universale», secondo la ragione, è mille volte da preferire un assetto di «Stati vicini e indipendenti», sia pure in tensione fra loro. Un’unica potenza che «soverchi le altre» difatti è sempre sul punto di rovesciarsi in «dispotismo senza anima» e cadere «in preda all’anarchia».

Ecco, l’auspicio della costruzione di un assetto multipolare del mondo è il filo rosso sotteso a tutto il ragionamento che conduce Cantaro, reso fra l’altro in una prosa elegante e coinvolgente.

Gli autori

Salvatore Bianco

Salvatore Bianco, già insegnante di storia e filosofia e poi funzionario presso un ministero, attualmente collabora con la CGIL di Bologna.

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