Ha vinto il no, non l’immobilismo

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Ha vinto il No. Le italiane e gli italiani hanno scritto l’ennesimo atto di amore per la Costituzione. Una difesa per nulla conservatrice e il rifiuto di un metodo: mettere le mani sulla Carta come se fosse un terreno disponibile, adattabile agli opportunismi politici del momento, riscrivibile dalla maggioranza di turno. La Costituzione nasce altrove. Nasce, dopo la sconfitta del nazifascimo e la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando cattolici, comunisti, socialisti e liberali, uomini e per la prima volta donne, hanno deciso di scrivere le regole comuni sotto il “velo dell’ignoranza” dei rapporti di forza futuri, senza sapere chi sarebbe stato maggioranza o minoranza, governante o governato, forte o debole. Senza sapere quale volto avrebbe avuto il Paese. È stata questa ignoranza a garantire quel rigorso bilanciamento. È da lì che viene quel ‘miracolo’ di pesi, contrappesi e garanzie che ancora oggi tiene insieme il Paese.

Il voto ha detto una cosa semplice: il futuro del Paese non si scrive rompendo quell’equilibrio, ma dentro i suoi binari, gli unici a garantire che il futuro sia di tutte e di tutti, ricchi e poveri, cittadini e stranieri, maggioranze e minoranze. Gli unici a garantire che un potere non deragli fino a prendere il sopravvento sugli altri.

Ci sarà tempo per un’analisi rigorosa dei flussi e della composizione del voto, ma dentro la vittoria del No sembra essere emersa con vivacità la voce dei giovani. Hanno capito l’essenza politica della riforma – non la separazione delle carriere, ma la riscrittura dei rapporti tra poteri a vantaggio dell’esecutivo – e hanno detto no all’argomento della forza, all’idea che il potere possa trovare limiti soltanto nella volontà di chi lo esercita, che la decisione sia riducibile a comando e che la complessità possa essere risolta con scorciatoie autoritarie. È un rifiuto culturale netto, prima ancora che politico: non c’è sovranità buona, neppure popolare, senza diritti che la limitano, a livello interno così come sullo scenario internazionale. La democrazia e la pace camminano insieme sulla stessa strada: se è in pericolo una, lo è anche l’altra. Il ‘no’ dei giovani è stato un urlo contro il mondo governato dalla guerra e dalla sopraffazione. Un’intera generazione, stando ai dati dell’affluenza, ha espresso il voto per la prima volta e con una croce sul No ha contestato la realtà esistente – la riforma, i decreti sicurezza, la repressione del dissenso, i silenzi sul genocidio, le guerre – per riaffermare l’orizzonte di pace, uguaglianza, libertà, dignità umana e partecipazione promesso dalla Costituzione e dalla sua attuazione.

Ogni vittoria, tuttavia, porta con sé una responsabilità. Per la magistratura, prima di tutto. Le magistrate e i magistrati italiani, nella campagna elettorale, hanno riempito i luoghi della discussione pubblica, esponendosi senza l’autorità della toga, ma solo con la credibilità del ragionamento e della difesa dell’imprenscibilità della cornice costituzionale per mantenere autonomia e indipendenza. Il fatto che la Costituzione sia stata scritta senza sapere chi avrebbe prevalso in futuro, ha una valore istituzionale significativo proprio per i magistrati, chiamati ad applicare e interpretare la legge alla luce delle norme scritte dai padri e dalle madri costituenti e del diritto internazionale richiamato da quelle disposizioni. Lo possono fare con serenità perché sanno che la Carta che hanno alle spalle e sulla quale hanno giurato non è la legge di una maggioranza, di un governo, di un colore politico, ma la legge di tutte e tutti gli italiani. Guai a procurarle ferite a colpi di maggioranza, perché vacilla e diventa più fragile anche il ruolo di chi è chiamato a farla vivere nelle aule di giustizia.

In questa campagna elettorale, per citare Toti Mannuzzu (e Pierluigi Zanchetta), i magistrati sembrano aver ritrovato consonanza con la Repubblica: non il consenso, che è il pericoloso nemico della giustizia e del garantismo, ma una legittimazione costruita sulla meticolosa spiegazione delle regole e della fatica del giudizio, sul dialogo permanente con le persone, sull’invocazione di un controllo trasparente sulla giurisdizione da parte di quel popolo in nome del quale si amministra giustizia. Sarebbe un errore imperdonabile, in questa direzione, leggere questo voto come un’autorizzazione a restare immobili o, peggio, a chiudersi nel corporativismo. La domanda di riforma esiste ed è seria: riguarda l’organizzazione – a partire dalla salvaguardia di quel tesoro che si chiama Ufficio per il processo –, la dirigenza, il rapporto con la società, la capacità di rendere giustizia senza piegarsi alla logica dei numeri. Riguarda anche il modo di avvicinarsi al potere: è ora, ad esempio, di una importante riflessione sui fuori ruolo, quanto meno apicali, che da ultimo appaiono sempre più come un lascito pre-costituzionale da ripensare. La magistratura esercita una funzione che non è segmento di altri poteri, ma vive nella distanza da essi.

Per questo, forse, il passaggio più importante sarà un altro: riaprire immediatamente il dialogo con l’avvocatura, che non è una controparte, ma una parte dello stesso spazio costituzionale della giustizia. La giurisdizione non è monologo, ma equilibrio tra voci, a partire da quelle del processo penale. I diritti si difendono assieme, soprattutto in settori delicati come quello del carcere, del diritto dell’immigrazione, della protezione dei soggetti vulnerabili. Il No ha fermato una riforma pessima e pericolosa, ma soprattutto ha indicato un metodo: non forzare, non semplificare la complessità e tenere sempre accesa la scintilla della Costituzione e del suo progetto.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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